La matematica ha perso l’anima
Troppi calcoli e poca filosofia.
È curioso, notava Alexandre Koyré, uno dei grandi storici della scienza del
Novecento, che Pitagora abbia proclamato che il numero è l´essenza di tutte le
cose, e che la Bibbia
abbia insegnato che Dio ha fondato il mondo «sopra il numero, il peso e la
misura». Tutti l´avrebbero ripetuto, ma nessuno l´avrebbe creduto o preso sul
serio prima della scienza sperimentale diGalileo, dell´astronomia di Keplero e
Copernico e del calcolo di Newton e di Leibniz: prima cioè che si provasse
realmente a contare, a pesare e a misurare. In un celeberrimo passo, Galileo
avrebbe sostenuto che l´immenso libro aperto davanti ai nostri occhi, e cioè
l´intero universo, è scritto in lingua matematica e che ignorare quella lingua
significa aggirarsi in un oscuro labirinto. Oggi la nostra comprensione di quel
libro si fonda soprattutto sulle equazioni della fisica matematica e sulla
scienza degli algoritmi. Ma è poi certo che la scienza moderna sia una fedele
realizzazione delle idee che avevano ispirato Pitagora e l´autore del Libro
della Sapienza?
Lo contesta un singolare libro di René Guénon, Les Principes du Calcul
infinitésimal, apparso nel 1946 (e ora riproposto da Adelphi: I principi del
calcolo infinitesimale, pagg. 223, euro 14). Rigoroso difensore di un´unica
grande Tradizione, depositaria della conoscenza metafisica pura e dei metodi di
un´autentica realizzazione spirituale, Guénon propone una tesi estrema e
scandalosa. Con uno sconcertante e grandioso rovesciamento di prospettiva egli
sostiene che la scienza moderna non è la semplice prosecuzione della parola
biblica o del credo pitagorico, bensì la sua caricatura, la sua contraffazione
profana, una immane quanto inavvertita superstizione, nel senso letterale di
ciò che resta di un´antica sapienza tradizionale. In forza di questa premessa
Guénon conclude che la regina delle scienze, la matematica, avendo perso ogni
contatto con la sapienza tradizionale, si è ridotta a diventarne un mero residuo
degenerato e senza valore.
Ma perché culminerebbe proprio nella matematica, in particolare nel calcolo
infinitesimale di Leibniz, la perdita di significato delle scienze moderne? La
risposta è semplice: soprattutto la matematica si è servita di termini chiave
della metafisica tradizionale. Fin dal XVII secolo i matematici avevano
riadattato, ad esempio, il senso di parole come "infinito",
"misura" e "continuo" alle proprie necessità e alle proprie
formule. Ne avevano quindi usurpato e deformato il significato, svuotando i
corrispondenti concetti metafisici fino a ridurli a idee insensate o
inservibili. L´infinito aveva una speciale importanza in questo processo di
degenerazione. Leibniz aveva rivoluzionato il calcolo con simboli che
denotavano infinitesimi e differenziali, ma così facendo aveva introdotto
l´infinito attuale nel dominio della pura quantità, là dove le teorie
aristoteliche e tomiste avevano ammesso solo un infinito potenziale. Leibniz
aveva così confuso l´infinito con l´indefinito, che è una mera ripetizione del
finito, un processo senza attuazione o compimento. Ancora nella tarda antichità
Boezio aveva chiamato "mostro di malizia" l´indefinito: una
imperfezione che la natura, orientata alla finalità e alla completezza, vuole
sempre evitare; opposto caricaturale del vero Infinito della metafisica, che
era assurdo trasferire nel regno della quantità. Non a caso la matematica
greca, per evitare simili confusioni, si era ben guardata dal parlare di
infinito, anche nei procedimenti che sembravano implicarlo.
La scienza moderna, invece, ignora le dottrine tradizionali, dal Platonismo
alla Kabbala, dal Taoismo al Vedanta, per le quali il reale è altro da ciò che
appare, e va cercato fuori dai sensi e dal dominio della quantità, perfino
fuori dal pensiero discorsivo. Pochi hanno denunciato con il rigore e la
lucidità di Guénon il carattere potenzialmente satanico di questo moderno
rovesciamento di prospettiva, di questa discesa negli inferi della materia e
della quantità dove si creano confusioni di ogni genere, dove Satana scimmiotta
Dio a suo piacere, più o meno come i numeri manipolati da una macchina imitano,
ignorandone il simbolismo, i numeri divini della scienza pitagorica.
Per quanto assurda o eversiva, la critica di Guénon fa comunque pensare alla
radicalità di interventi paralleli, nel primo Novecento, sui fondamenti della
matematica e della fisica, da Brouwer a Weyl, da Hilbert a Schrödinger. Occorre
poi tener conto che gli infinitesimi erano trattati come pure finzioni, pedine
di un gioco convenzionale utili al calcolo ma di cui non si sapeva spiegare con
chiarezza il fundamentum in re, la ragione dell´efficacia per una scienza della
natura. E allora, per trattare l´infinito con i simboli del calcolo, ci si era
ingegnati a ridurre la matematica a un gioco formale di regole e di simboli
convenzionali, di segni senza significato. I motivi di questa deriva
convenzionalista, che raggiunse un punto di esasperazione tra il XIX e il XX
secolo, sono esposti in un importante trattato di Louis Couturat, De l´infini
mathématique, ben noto a Guénon, il quale poteva anzi scorgervi il segno
inconfondibile di una fase di dissoluzione tipica degli ultimi periodi di un
ciclo.
Oggi è certo più difficile sostenere che la matematica sia solo un gioco
convenzionale di simboli. Senza dubbio il calcolo scientifico e l´informatica
teorica hanno spostato il significato delle formule su un terreno più reale,
con una sempre più schiacciante ancorché misteriosa evidenza della loro utilità
applicativa, grazie all´effettività di algoritmi materializzabili in
appropriati meccanismi e processi di calcolo. Guénon vi avrebbe visto un
estremo rafforzamento del punto di vista profano, ma questa effettività degli
algoritmi dipende spesso, a sua volta, da antichi espedienti di calcolo che
sembrano avere, con la metafisica tradizionale, un nesso ancora da decifrare.
Dopo tutto, lo stesso Guénon riconosceva che gli eventi hanno sempre un valore
simbolico e il punto di vista profano è solo una prospettiva moderna, in cui
l´oblio della Tradizione non esclude che ogni cosa rimanga legata ai suoi
princìpi.
Repubblica 5.5.11

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