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La maledizione suona bene

Il lessico familiare tradizionale in Campidano è naturalmente poetico.

 

 

 

La seguente (ironica) lezione accademica l'ho tenuta il settembre scorso a Seneghe in apertura del festival Cabudanne se sos poetas. Ha come tema il lessico familiare sardo, con particolare focalizzazione sulla pratica della maledizione affettuosa.

 

Il lessico familiare tradizionale in Campidano è naturalmente poetico, ma di una poeticità che starebbe molto male se scritta su libretti in brossura tenuti in mano da signorine dall'animo delicato che guardano i tramonti in riva al mare. La poesia sarda familiare era - e in qualche fortunato caso è ancora - una poesia essenzialmente pratica, un supporto ritmico al disbrigo delle cose quotidiane.
Non credo di stupire nessuno dei presenti se affermo che le comunicazioni familiari normali in tutta la Sardegna avvenivano spesso in rima. A differenza della poesia pubblica, che è testimonanza, stupore, spettacolo, maestria e genio inventivo, la poesia familiare obbedisce però a esigenze molto più comuni, oserei dire prosaiche, se non temessi di generare ossimori. È estemporanea, si genera quando serve, è contingente; il che non vuole dire che sia sempre improvvisata, anzi. In una famiglia le circostanze in cui può servire la poesia non sono infinite, per quanto numerose, e nelle stratificazioni del tempo tutte hanno finito per essere codificate poeticamente. Così se una rima si rivela efficace in una casa, di bocca in bocca diventa una rima del vicinato, poi del paese e poi di intere regioni, fino a raggiungere tutta l'isola. Quelle rime cambiano solo quando qualcuno particolarmente brillante genera un'assonanza poetica così efficace e funzionale da sostituire la precedente. Allora quella rima viene usata da tutti.

La poetica del lessico familiare sardo ha tre scopi:

Uno scaramantico: esorcizzare catasfrofi.

Uno irenologico: sdrammatizzare conflitti e qualche volta evitarli.

Il terzo è rimorchiare.

L'esorcismo della catastrofe è lo scopo più perseguito – cosa ovvia, dato che ogni famiglia è di per sé una catastrofe permanente - e si esprime soprattutto con il registro dell'augurio maledicente, altrimenti detto frastimu. È importante chiarire il senso del termine frastimu, erroneamente tradotto in italiano con “bestemmia”. Su frastimu è una maledizione. Se la lingua sarda usa la stessa parola per riferirsi alla maledizione rivolta a Dio e alla maledizione rivolta agli uomini non è una povertà del lessico, anzi: significa che le due cose, offendere Dio o offendere l'uomo, hanno la stessa gravità morale.

Quindi normalmente su frastimu è un'arma seria, l'artiglieria pesante del linguaggio: usato fuori dal lessico familiare è un approccio interrelazionale violento e bellicoso. Quando si arriva a frastimare qualcuno è perché gli spazi di conciliazione si sono completamente esauriti e si può invocare definitivamente contro di lui l'azione del cielo e dell'inferno.
Ma lo stesso identico frastimu usato dentro le mura di casa ha un significato completamente differente e non solo non augura realmente il male, ma evocandolo lo esorcizza.

Ecco alcuni dei frastimus familiari più diffusi e affettuosi, presentati nel loro naturale contesto.

Bambino che grida come se lo scannassero:

Maaaamma! / Sa spramma ti pighit!

Traduzione: che tu possa subire un trauma pari a quello che si verifica nell'animo dinanzi alla più spaventosa delle catastrofi.

Esegesi della rima:
Il tuo grido mi ha allarmato, ho temuto ti fosse accaduto qualcosa: forse uno spavento di quel tipo ti insegnerebbe a misurare le tue vocalizzazioni fino a distinguere l'urlo da scannatoio da una semplice richiesta di attenzione.

Bambino che emette rabbiosi respiri sincopati al termine di un pianto isterico:

Humpf... / Unfrau t'agatint!

Traduzione: O figlio, che tu venga ritrovato gonfio e livido.

Esegesi della rima: Ora credi che il dolore e lo scorno che stai passando siano il peggio che ti possa capitare nella vita, ma se conoscessi fino a che punto è brutto quello che può capitarti nella vita, forse ridimensioneresti questo tuo capriccioso singulto.

Bambino che fa i capricci per mangiare.

Non mi piace la minestra. / Una gherra a sa lestra ti zerrit!

Traduzione: Un conflitto bellico ti richiami al fronte senza indugio.

Esegesi della rima: Se conoscessi la fame che si patisce in tempo di guerra, non ti permetteresti di fare i capricci davanti alla minestra.

Bambino che si ferisce accidentalmente in giardino.

Babbo, mi ha punto la rosa! / Comenti faint in Bosa fezast.

Traduzione: Comportati come farebbero nella ridente cittadina di Bosa.

E come fanno in Bosa, o babbo? / Candu proit lassant proi.

Esegesi: Ovvero "quando piove non cercano in alcun modo di impedirlo", diversamente da tutto il resto della popolazione sarda, che tende a drammatizzare ogni minimo evento metereologico. Il detto fa riferimento all'atteggiamento particolarmente fisolofico con cui pare che i bosani prendano la vita.

Starnuto improvviso.

Etciu! / Mazzuccu!

Esegesi e traduzione: un colpo di attizzatoio porrebbe fine alla sofferenza che ti deriva dall'essere influenzato. E' un'offerta di colpo di grazia, diciamo.

La risposta in rima è:

A immi accinnau e a tia iscuttu / a me basta l'accenno per guarire, a te potrebbe volerci il contatto diretto con l'arnese.

Esegesi: non drammatizzare, essere influenzati è sempre meglio che essere ammazzati a colpi di attizzatoio.

GESTIONE DEL CONFLITTO

Nella gestione del conflitto familiare mia nonna era in grado di generare maledizioni molto complesse contro noi nipoti, quindi più terribili. Oggi anche solo a pensarle ti chiamano il telefono azzurro.

Nipote che torna in ritardo.

Seu arrescia cun-d-un'amiga... / a pillu a pillu ti ndi pappit sa fromiga.

Traduzione: Scusami nonnina, ho fatto ritardo perchè parlavo con un'amica e non mi sono resa conto dell'ora / Possa tu venire divorata brandello a brandello da un formicaio.

Esegesi: Se tu conoscessi la tortura della lenta attesa del peggio sapresti che cosa ho passato io vedendo che non tornavi all'ora stabilita.

Rottura accidentale di un vaso pregiato.

Cess, ta dannu! / A cagai a iscannu ti potint!

Traduzione: Gesù, nonnina, che terribile disastro! / Possa tu finire in sedia a rotelle e aver bisogno di essere accompagnata anche a fare i tuoi bisogni.

Esegesi: Quel vaso era prezioso per me come per te lo sono le gambe.

Fratellini che litigano per un giocattolo

Me lo ha portato via! / Is ogus sa stria ti ndi pappit!

Traduzione: Che la civetta ti divori le pupille degli occhi!

Esegesi: Non è grave: se la civetta ti rubasse gli occhi allora capiresti cos'è la nostalgia delle cose preziose.

Prestito di denaro che si sospetta a fondo perduto.

Mi nd'aiant a serbiri chentu / S'andada de su 'entu fezast.

Traduzione: Me ne servirebbero cento / Che tu possa fare la strada stessa del vento.

Esegesi: Ho la sensazione che i soldi che ti sto prestando non torneranno indietro, come non torna indietro il vento quando soffia. Se è così, rischi lo stesso destino.

Critiche all'abbigliamento.

Bah, Maria Funtaoru est arribada! / S'arrisu de s'arenada.

Traduzione: Ecco, giunge Maria vestita come la Befana / La stessa risata della melagrana ti sorga alle labbra.

Esegesi: Per vedere il sorriso della melagrana, cioè la fessura che ne fa intravedere i chicchi, il frutto deve schiantarsi a terra dall'albero, quindi la frase significa: ti auguro di perdere i denti per un colpo violento, possibilmente da caduta precipitosa in avanti.

Fratelli che si incolpano a vicenda.

È stata Michela! / Unu a sa pira e s'ateru a sa mela s'appichint.

Traduzione: Che siate impiccati entrambi, uno al pero e l'altro al melo.

Esegesi: Non credo nemmeno per un attimo che il colpevole di tutto questo casino sia solo uno: meritereste entrambi una punizione esemplare.

Uomo di casa che rimanda di continuo la riparazione di un guasto idraulico.

Ti ho detto che lo aggiusterò stasera! / Che una candeba de chera t'incandis.

Traduzione: Ti auguro di consumarti in agonia con la stessa lentezza con cui lo fa una candela.

Esegesi: L'attesa che mi stai facendo patire per sistemarmi il sifone è per me un'agonia, concetto che evidentemente ti sfugge.

 

DICHIARAZIONI D'AMORE

Nella mia famiglia le dichiarazioni d'amore sono rimaste prevalentemente cosa privata e probabilmente non poetica. Ma ce n'è una che invece lo è stata ed è ricordata già da due generazioni come una delle cose più significative che siano mai avvenute in famiglia. Mio zio Giovanni detto Caoru si innamorò di mia zia Annetta detta Sadazzu e mandò un paraninfo a fare da mediatore per la cosa, diciamo. Il giovane, che non aveva modo di incontrare mia zia da sola (erano altri tempi) dovette tentare l'ingaggio amoroso alla presenza delle sue amiche:

Giuanni at nadu de ti nai ca ses frori de maju e prup'e crivaxiu.

Traduzione: Giovanni ha detto di dirti che sei delicata come un fiore di maggio e desiderabile come la mollica di un pane soffice.

Ovviamente mia zia non poteva sdilinquirsi davanti alle amiche: l'etichetta richiedeva anzi che si mostrasse altera e sdegnata. Leggenda vuole quindi che abbia risposto in rima:

Naraddi ca caricaturas che issu nd'agatu in d'omnia muntonarxiu.

Traduzione: rispondogli che caricature par suo ne trovo a iosa in ogni immondezzaio.

La giusta esegesi, fondata sui pilastri del tradizionale registro antifrastico sardo, chiarisce il senso della frase: digli che anche lui mi piace. Infatti l'amico di mio zio tornò soddisfatto al mittente per riferire che la ragazza era disponibile a continuare la trattativa per su fastiggiu.

Capite anche voi che questa tecnica raffinatissima non ha niente a che vedere con l'adolescenza legnosa di chi è nato nel 1972, quando questo felice tipo di approccio già era scomparso e il massimo del romanticismo era rappresentato da uno che ti mandava il compagno brufoloso per dirti sbrigativamente: “Oh, ha detto Coso di dirti se ti metti.”

Però non bisogna illudersi: non sempre l'esito dell'approccio poetico porta al risultato sperato, specialmente quando la tecnica non è particolarmente raffinata. Si narra in quel di Nurachi di una famosa serenata fatta da un pescatore soprannominato Sardina a una giovine fanciulla di nome Lughia. Sardina con gli amici si recò sotto la finestra della bella di cui voleva conquistare il cuore e si lanciò in un canto affidandosi all'improvvisazione, in cui però non era esattamente un falco. Ecco il componimento:

Pesa, Lughia

ch'est arribau Sardina

s'amig'e s'anciua

saludus a tia e puru a mamma tua.

Destati dal tuo giaciglio di fanciulla, o Lucia!

Giunto a te è Sardina

l'amico dell'Acciuga

che porta il suo saluto a te e già che ci siamo anche alla tua augusta genitrice.

Si narra che non abbia invocato esattamente il saluto sulla madre e sulla figlia, con il risultato che alla finestra si è affacciato il padre della fanciulla – nonché marito della signora di cui erano state onorate così rusticamente le beltà – con intenzioni tutt'altro che amichevoli. Non serve aggiungere che tra Sardina e Lughia non è nato l'amore, ma a Nurachi a distanza di quarant'anni questa memorabile serenata ancora se la tramandano come prova delle conseguenze in cui può incorrere chi vuole cimentarsi in poesia senza averne, per così dire, la struttura.

Molto più raffinato, ma con conclusione comunque maliziosa, fu il corteggiamento tra i miei anziani vicini di casa, Maria e Luigi, che rimase leggendario per la furbizia con cui lui, uomo brutto e sovrappeso, non più giovanissimo, riuscì a conquistare con l'umorismo e l'intelligenza quella bellissima ragazza che aveva intorno maschi di ben altra caratura. Si era alla festa di San Salvatore e, al contrario della maggioranza dei giovani di Cabras, Luigi non aveva corso tra i fedeli scalzi che portavano il santo. Furbamente aveva aspettato il ritorno del santo insieme alle donne giustificandosi con un malore al ginocchio, ma le ragazze lo avevano preso in giro dicendo che era uomo da poco che inventava scuse per non cimentarsi con la prova di virilità dei nove km di corsa a piedi nudi. Anche Maria lo aveva sfottuto.
Lui l'aveva guardata e poi aveva detto:

Ateru che infattu a Santu aiu a curri po tui, prenu de coraggiu!

Ci tengo a informarti che appresso a te troverei il coraggio di correre ben più velocemente che dietro al Santo.

Maria lo guardò scettica e con sarcasmo ribattè:

Giai d'omnia dì ti biu girendi che enturgiu chirchendi atterraggiu.

In effetti ogni giorno ti vedo girarmi intorno come un avvoltoio in cerca d'appoggio.

Si deu seu s'enturgiu e chi at-a-essi mai s'angionedda?

E se io sono l'avvoltoio chi sarà mai la mia agnellina?

Enturzu chi no arziat a chelu no pappat angioni, ma scroxa 'e nughedda.

Un avvoltorio che non vola alto rinunci agli agnelli: mangerà gusci di nocciole (cioè scarti).

Le amiche risero fragorosamente e Luigi, comprendendo che sul coraggio non la poteva spuntare, si mise a fare l'uomo pratico, buttandola sulla garanzia della sicurezza di sentimento.

Mellus a scerai omini de coru, ca s'atrividu no tenit mai paxi.

È meglio scegliere un uomo di buon cuore, perché il temerario non avrà mai pace

Maria però non aveva intenzione di farsi spiazzare così facilmente e prese a sfotterlo sull'aspetto fisico.

Ominis a brent'e forastiu non mi nd'aiant a praxi

Non gradirei per compagno uno che ha il ventre come un'anguria.

Si su forastiu est bellu si bì de su tonaxi!

Se l'anguria è buona lo si può verificare dal picciolo!

 

A quel punto Maria ha riso e Luigi ha capito che la cosa era fatta. Oggi hanno cinque figli.
Evidentemente la regola del picciolo funziona.

 

da Saturno  21 ottobre 2011.

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