La logica degli Stati
A Ginevra non c´è stato un accordo perché non esistevano le condizioni politiche per trovarlo: il negoziato è arrivato alle ultime battute nel peggior momento possibile, cioè proprio quando i paesi si accorgono che il loro compito principale è di difendere i propri interessi strategici.
E ciò ancor più che in passato, visto che sono in gioco l´agricoltura e le risorse naturali. Il Wto è chiamato a regolare la globalizzazione di un mondo popolato da Stati-nazione, la cui missione essenziale è di proteggere la loro popolazione. Quando tutto va bene, non c´è bisogno di una protezione forte o esplicita. Quando invece le cose vanno meno bene come oggi - e soprattutto vanno meno bene per quel che riguarda risorse strategiche che toccano l´indipendenza alimentare o energetica - la funzione protettiva degli Stati diventa prioritaria. E ciò rende più difficile un accordo di libero scambio, che per definizione restringe questa funzione protettiva.
Senza un accordo, tutti sono un po´ vincenti e un po´ perdenti.
Gli occidentali sono soddisfatti perché non si toccano le denominazioni di origine e non aprono ancor più le frontiere, i paesi del sud possono mantenere le attuali barriere doganali.
Quanto ai paesi più poveri, avevano qualcosa da guadagnare grazie all´apertura dei mercati occidentali ai loro prodotti, ma le perdite non sono considerevoli, perché questi paesi sono coinvolti in sistemi di aiuti regionali o bilaterali, come quello tra Europa e Africa. In linea di principio, tutti perdono perché il libero scambio dovrebbe permettere una crescita più elevata, ma si tratta di un vantaggio puramente teorico: il protezionismo non ha rallentato la crescita cinese. Realizzare integralmente i vantaggi teorici del libero scambio non è possibile, poiché il mondo non è un mercato unico, ma la somma di tanti mercati quanti sono i paesi.
L´insuccesso al Wto dimostra che Cina e India sono potenze economiche che non hanno nessuna ragione di lasciarsi imporre le leggi dai paesi del nord. E che il libero scambio è accettato solo fin quando non ci sono interessi nazionali molto forti da difendere. In fondo, dietro una parola uguale per tutti si distingue una varietà di significati: il libero scambio caldeggiato dall´Occidente non è quello voluto dalla Cina o dall´India. È normale: il mondo funziona così e ha sempre funzionato così. Non esiste il mistero di una trascendenza economica che farebbe passare l´interesse generale del mondo davanti agli interessi delle nazioni.
Forse, non si tratta soltanto di una pausa in un processo irreversibile, perché la rottura si è prodotta nel momento in cui ci si accorge che la mondializzazione ha molti effetti perversi: le crisi finanziarie si propagano velocemente e oggi tutti pensano a regolare diversamente il mondo degli scambi, senza ingenuità nei confronti del libero mercato. Il mondo ha incassato l´elettrochoc della crisi finanziaria e ha capito che la mondializzazione non ha prodotto quegli effetti benefici che erano stati promessi alle popolazioni. Il processo di globalizzazione è stato bruscamente frenato: può trattarsi di una pausa o di una nuova partenza verso un´altra mondializzazione. Sulla quale, però, non si è ancora riflettuto, perché siamo prigionieri della vecchia mondializzazione, di cui non si è ancora capito bene cosa significhi e quali conseguenze abbia. Del resto, da tempo avevo avvertito che l´emergere di Cina e India avrebbe avuto un impatto importante sul Wto, perché la loro concezione dell´apertura dei mercati è ben diversa dalla nostra.
Ognuno tira la coperta dalla sua parte, basti pensare alle relazioni tra mondializzazione e concorrenza. Guardiamo in casa nostra: malgrado l´attaccamento di principio della Commissione europea alla libera concorrenza, alla fine si è deciso di sovvenzionare i pescatori, una misura anti-concorrenziale "par excellence". Ma ciò è avvenuto perché siamo entrati in una nuova fase in cui è decisivo l´arbitraggio politico fra il grado di concorrenza e il grado di protezione degli individui e delle professioni. Questo piccolo esempio dimostra quel che succede a livello mondiale: devono essere fatti arbitraggi dappertutto, non solo al Nord.
Le difficoltà nascono anche perché si utilizza un vocabolario sbagliato. Si parla spesso di regolazione, traduzione di un termine inglese (regulation), mentre in francese o in italiano si direbbe regolamentazione. Voglio dire che la mondializzazione dipende in parte dal politico: la regolamentazione è politica, la regulation sembra tecnica. Oggi entriamo in un mondo molto più politico rispetto al passato, perché le questioni che si pongono sono essenzialmente politiche, perché si tratta di questioni di sovranità.
(testo raccolto da Giampiero Martinotti)
http://www.repubblica.it - 5 Agosto 2008

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