La linea del Piave di Ignazio Visco
Per i tossici il mark to market è sospeso, mentre per il debito sovrano del proprio Paese, curiosamente, funziona
Unicredit farà un altro aumento di capitale. Che sia da 5 o
da 7 miliardi, per quanto non si tratti di noccioline, poco importa. Secondo la European Banking
Authority (Eba), anche Monte dei Paschi, Banco Popolare e Ubi Banca dovrebbero
chiedere altro denaro ai soci. Assieme, queste quattro banche valgono soltanto
22,6 miliardi di euro. Ma se togliamo gli aumenti di capitale già fatti dal
2009 alla prima metà del 2011, la somma precipita sotto i 5 miliardi. Alla fine
del 2007, prima della crisi, la capitalizzazione di Borsa di queste quattro
banche sfiorava i 108 miliardi di euro.
Se questa è una Caporetto, e lo è, dov'è la linea del Piave e come la presidierà
la Banca
d'Italia, ora governata da Ignazio Visco? Ancora quattro anni fa, le banche
erano popolari: rivalutazione dei corsi azionari, dividendi generosi, credito
facile. Il rovescio della medaglia si è visto dopo. Ma proprio mentre crollava
la reputazione di banche e banchieri, l'Italia riscopriva la centralità del
credito nel finanziamento delle imprese. Altro che Borsa. Possiamo dunque
pensare tutto il male possibile delle banche, ma l'Italia non può non
difenderle, se non si vuol ridurre alla mera espressione geografica di cui
parlava Metternich.
Il punto sono i bilanci. A vigilare è un'Autorità, l'Eba, indipendente di nome
ma di fatto succube degli interessi francesi e tedeschi. La presidenza
dell'italiano Andrea Enria non l'ha riscattata. D'altra parte, non può bastare
un ex caposervizio alla Vigilanza, per quanto valente, a domare colleghi che
hanno alle spalle banche centrali stabili, e non indebolite da un'interminabile
transizione da un governatore all'altro, e governi forti, coesi e competenti.
In seno all'Eba, la Banca
d'Italia è andata in minoranza sulla cruciale questione di come si
contabilizzano le obbligazioni sovrane. Poiché sono piene di titoli greci, le
banche tedesche e francesi hanno imposto che tutte le obbligazioni pubbliche
fossero contabilizzate al valore di mercato così da compensare con le
plusvalenze teoriche su quelle francesi e tedesche le minusvalenza
sostanzialmente certe che gravano su quelle greche. In tal modo, le banche
francesi e tedesche hanno affossato le italiane che hanno pochissima Grecia e,
com'è ovvio e giusto, molta Italia a quotazioni calanti. Ma basterebbe tenere i
Btp fino a scadenza e non ci sarebbe da patire nessuna perdita reale. È un
gioco che tutte le banche fanno da sempre su qualsiasi posta dell'attivo. Il
criterio del mark to market , del resto, è una delle follie contabili
anglosassoni che hanno determinato prima la bolla speculativa.
La sconfitta in sede Eba, se non verrà ribaltata con determinazioni domestiche,
scoraggia le banche italiane dall'investire nel debito pubblico del proprio
Paese e, al tempo stesso, indebolisce l'autorevolezza della Banca d'Italia, che
considerava risk free Bot e Btp. È, questa, la prima prova del fuoco per
Ignazio Visco. Che deve recuperare anche la perdita di influenza, subìta dalla
banca centrale in Mediobanca e Bpm dove nell'una il presidente Cesare Geronzi
aveva accantonato la governance dualistica suggerita da via Nazionale e
nell'altra gli Amici, l'associazione dei soci-dipendenti, si è fatta beffe
della Vigilanza.
Ma la reazione a tali insidie costringe a ripensare anche la difesa del
controllo nazionale. Fino ad Antonio Fazio, bastava il no del governatore. Poi,
con Mario Draghi, la Banca
d'Italia ripone i no, ma autorizza le operazioni Mps-Antonveneta, Unicredit-Capitalia,
Intesa-Sanpaolo, Ubi-Lombarda per avere colossi troppo grandi per essere
scalati. Adesso questi gruppi valgono meno del Banco Santander. Intesa e
Unicredit poco di più della metà di Bnp Paribas e Deutsche Bank. E, tranne
Intesa, tutti devono aumentare il capitale, sentenzia l'Eba.
Le fondazioni di Unicredit promettono di fare la loro parte, magari facendo
debiti come la Compagnia
di San Paolo e la
Fondazione Mps. Questi investitori stabili, che hanno salvato
la baracca dopo Lehman, stanno tornando a esser quasi interamente investiti
nelle banche d'origine fuse tra loro. Un altro giro di svalutazioni e di
aumenti e si ridurranno a poco. Ma al loro posto c'è il nulla. O la
nazionalizzazione, quando ci si chiede di privatizzare.
Il fatto è che l'Italia rischia di vedersi portar via, a prezzo men che vile,
il suo sistema bancario da altri sistemi meno seri, ma più forti sul piano
politico. E allora, se il governo italiano è tanto scarso da meritare la
lettera di Draghi e Trichet, la
Banca d'Italia di Visco dovrà essere tanto brava da usare le
istruzioni di vigilanza al duplice scopo di non scoraggiare l'afflusso di
capitali e, al tempo stesso, di sottoporre i più aggressivi tra gli investitori
ad analisi più severe di quelle fatte nel 2005 alle banche olandesi e francesi
che scalavano le italiane. Come si ricorderà, la Abn Amro, acquirente di
Antonveneta, finì preda di due banche poi fallite: Dexia e Royal Bank of
Scotland; e Bnp Paribas, tuttora padrona di Bnl, ha nascosti sotto il tappeto
30 miliardi di titoli tossici, pari al 34% del capitale (Unicredit ne ha 10,
pari al 17% del capitale). Già, per i tossici il mark to market è sospeso,
mentre per il debito sovrano del proprio Paese, curiosamente, funziona.
Corriere della Sera, 9 novembre 2011

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