La libertà sulla rete e i suoi angeli custodi
La qualità della democrazia si misura attraverso l'intensità della tutela che essa sa offrire ai governati contro i loro stessi governanti.
WikiLeaks è una risorsa o un pericolo per i sistemi democratici? Se la
democrazia, come ha scritto Bobbio, è «il potere del pubblico in pubblico»; se
dunque ogni democrazia ambisce a diventare una casa di vetro; allora WikiLeaks
è un gendarme della democrazia, perché il suo scopo dichiarato è di rendere
trasparenti le azioni dei governi. Insomma in nessun paese democratico dovrebbe
esserci spazio per segreti, menzogne, dissimulazioni.
Ma è davvero così? Davvero si può dire che la verità costituisca la virtù
precipua delle democrazie, dopo le bugie di Bush e Blair a proposito degli
arsenali di Saddam, dopo le fandonie di Aznar all'indomani delle bombe dell'11
marzo 2004, dopo le false promesse di cui facciamo incetta alla vigilia di ogni
elezione? Sennonché in questi termini la questione è mal posta, è fuori
squadro. Una democrazia può dirsi tale non perché esprime governi animati da un
sentimento democratico, bensì perché edifica istituzioni democratiche. E le
istituzioni sono tali quando permettono ai governati d'azionare la
responsabilità dei governanti. Ne deriva che la qualità della democrazia si
misura attraverso l'intensità della tutela che essa sa offrire ai governati
contro i loro stessi governanti. Il caso WikiLeaks è tutto qui, in una domanda
di tutela che interroga i principi costituzionali, in Italia e in America.
Questa domanda è stata soddisfatta? Su Lavoce.info Riccardo Puglisi traccia un
paragone fra il Cablegate del 2010 e i Pentagon Papers del 1971, quando il New
York Times pubblicò un rapporto top secret sulla guerra in Vietnam,
commissionato dal ministro della Difesa McNamara. Allora come oggi, il governo
americano reagì chiedendo un bavaglio giudiziario per la pubblicazione, e un
castigo giudiziario per i responsabili. Ma in quel caso la vicenda restò
circoscritta in una dimensione nazionale, invece WikiLeaks nuota in acque
internazionali, le sue rivelazioni hanno fatto tremare tutti i governi del
pianeta. La differenza è dunque che negli anni Settanta la Corte suprema Usa garantì la
libertà d'informazione del New York Times, negli anni Dieci non esiste una
Corte mondiale cui possa appellarsi WikiLeaks.
È l'effetto della globalizzazione: siamo diventati più poveri, non più
ricchi di diritti. Ma questa povertà deriva da un eccesso di ricchezza, da
un'inflazione di carte e di Corti dei diritti. Sabino Cassese ha fatto un po'
di conti: nel mondo operano circa duemila organismi internazionali, un
centinaio di tribunali, altrettanti organi giurisdizionali. I quali a loro
volta sgomitano in uno spazio popolato da duecento stati e 44mila
organizzazioni non governative. Sicché alla fine ciascuno fa come gli pare, o
meglio come gli conviene.
Se allora il vecchio stato rimane la migliore sentinella dei nostri diritti,
per garantirli c'è bisogno d'alzare una diga normativa che li tuteli
all'interno dei confini nazionali? È la proposta avanzata nel novembre scorso
da Stefano Rodotà all'Internet Governance Forum: un articolo 21-bis della
Costituzione, per proteggere le libertà telematiche. Deposito un'opinione
dissenziente: non perché la
Carta sia un tabù, ma perché non ce n'è bisogno, la formula
dell'articolo 21 già adesso può applicarsi a internet, come del resto s'applica
alla televisione, che nel 1947 era ancora lì da venire. Reclamare innovazioni
costituzionali a giorni alterni, sulla scia di questo o di quel fatto di
cronaca, rischia a conti fatti di svilire l'autorità della legge fondamentale,
di farla percepire agli italiani come un ferro vecchio.
Viceversa dovremmo mettere a profitto un'esperienza che proviene da due paesi
d'antica democrazia. Nel 1997 la
Corte suprema americana ha bocciato il Telecommunications Act
nella parte in cui vietava le comunicazioni indecenti su internet, perché in
contrasto con il Primo emendamento: dunque una norma del 1791 è stata ritenuta
sufficiente a difendere la libertà di parola elettronica. A propria volta, nel
2009 il Conseil Constitutionnel ha tratto il diritto d'accesso a internet
dall'articolo 11 della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, una
norma del 1789. Insomma, applicare un criterio d'economia costituzionale non va
affatto a scapito delle esigenze di tutela. L'importante è che funzionino le
istituzioni della democrazia; ma se la vicenda WikiLeaks può impartirci una
lezione, è che nel terzo millennio queste istituzioni sono diventate un po' più
fragili, un po' più disarmate.
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