Se qualcuno si era illuso che l´accordo trovato in extremis a
Bruxelles giovedì scorso ci avrebbe posto fuori pericolo, ieri avrà
avuto modo di ricredersi. C´è stato un nuovo pesante allargamento dello
spread fra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi, tornato vicino ai
300 punti base. Ai tassi di interesse e di crescita attuali, sono
livelli destinati, nell´arco di due anni, a diventare insostenibili. Se
dovessero protrarsi nei prossimi dieci mesi, farebbero aumentare di
circa un punto e mezzo di Pil la spesa per il servizio del debito.
E in tal modo vanificherebbero più di metà della manovra entrata in
vigore la scorsa settimana. Non è colpa del debito statunitense: le
difficoltà di Obama non ci possono offrire alcuna consolazione anche
perché sono di natura diametralmente opposta alle nostre. L´Europa ci ha
già dato una mano ed è bene non contare troppo su ulteriori aiuti.
Dobbiamo contare sulle nostre forze sapendo che non ci sono concesse
distrazioni di sorta. Vediamo perché cominciando dagli Stati Uniti e per
arrivare all´Europa e, infine, a noi.
Il problema affrontato in queste ore da Obama è esattamente l´opposto di
quello che stiamo vivendo sulla nostra pelle. Negli Stati Uniti non è
legalmente consentito al governo federale indebitarsi al di sopra di una
soglia massima, stupidamente fissata in termini assoluti anziché in
percentuale al reddito generato negli Stati Uniti. Se entro il 2 agosto
non si dovesse trovare un accordo nel Congresso, il governo federale non
potrà più emettere buoni del tesoro con cui finanziarsi. Non ci
saranno, in altre parole, venditori di nuovi Treasury bills. Mentre
continueranno ad esserci moltissimi compratori: i rendimenti che il
governo federale deve offrire a chi compra i propri titoli di debito
sono rimasti molto bassi nonostante l´avvicinarsi di questa scadenza, a
riprova del fatto che non ci sono timori sulla sostenibilità del debito
pubblico americano. Nelle ultime settimane noi abbiamo invece vissuto
una crisi molto più seria e di segno opposto: il mercato dei nostri
titoli di Stato è diventato un mercato con pochi compratori e questo ha
fatto schizzare all´insù gli interessi sui nostri Btp. Insomma, mentre
da noi manca chi compra, negli Stati Uniti potrebbe mancare, dal 2
agosto in poi, chi vende. Ed è molto probabile che, come tutti i bracci
di ferro della politica, nel Congresso Usa si troverà un accordo
all´ultimo momento.
All´ultimo momento è stato trovato un accordo anche tra i governi
dell´area dell´euro, che rischiava altrimenti il collasso. È un accordo
importante, che tampona una situazione d´emergenza facendo anche
compiere all´architettura della moneta unica un ulteriore passo in
avanti, perché la dota in embrione di una struttura per gestire le crisi
di singoli Paesi, un evento tutt´altro che improbabile in un´unione
monetaria di Paesi così diversi. Ma l´accordo di giovedì scorso lascia
molte, forse troppe, cose in sospeso. Non precisa quale sarà l´entità
del fondo di salvataggio. Né chiarisce come verrà gestito, quale ne sarà
la governance. Nonostante molti, soprattutto sulla stampa estera,
abbiano salutato l´accordo come una vittoria di Trichet, rischia di
aprire un dualismo difficilmente gestibile fra la Banca Centrale Europea
e il fondo di salvataggio, con sovrapposizioni di competenze e
potenziali conflitti. Fin quando questi due nodi cruciali non verranno
risolti, l´accordo della scorsa settimana rimarrà solo un annuncio. Come
tale, può temporaneamente rasserenare i mercati, ma bisogna essere
consapevoli che, alla prossima crisi, bisognerà farsi trovare già
pronti. Non basteranno più gli annunci.
I piccoli passi con cui, forse inevitabilmente, procede l´Europa ci
obbligano a contare principalmente sulle nostre forze. La buona notizia è
che le colpe di questo stato di cose sono principalmente nostre, non di
altri. Quindi possiamo farcela anche da soli. Quattro dati lo
testimoniano. Primo, fin dall´inizio della crisi del debito greco, i
mercati hanno saputo tenere conto delle differenze fra i diversi Paesi:
la percezione del rischio Italia è diventata sempre più indipendente
dalle sorti della Grecia, che negli ultimi mesi aveva vissuto un
drastico peggioramento degli spread senza contagiare il resto
dell´eurozona.
Secondo, le nostre banche soffrono non perché abbiano titoli greci,
irlandesi o portoghesi in portafoglio, ma perché sono piene di nostri
buoni del Tesoro. Non a caso hanno fatto relativamente bene agli stress
test, per quanto edulcorati, che prevedevano un allargamento degli
spread sui titoli dei Paesi a rischio.
Terzo abbiamo perso tempo prezioso. Un anno fa scrivevamo su queste
colonne: “In Italia le assicurazioni contro il rischio di ripudio del
debito (i Cds, Credit default swaps), sono più alte per i titoli a lunga
scadenza che per i titoli a breve mentre in Grecia avviene esattamente
l´opposto; questo significa che i mercati ritengono che i problemi
dell´Italia siano strutturali, di lungo termine: l´Italia rischia per la
sua bassa crescita”. Oggi i Cds segnalano una valutazione del rischio
di default molto più ravvicinata per il nostro Paese. Non è ancora
troppo tardi, ma abbiamo molto meno tempo a disposizione.
Quarto, le impennate sia nei Cds che negli spread sui Btp coincidono
spesso con parole al vento di politici italiani, come sottolineato a suo
tempo da Mario Draghi (”Le polemiche fanno salire gli spread”). Chi
chiedeva di ridurre le tasse, ad esempio, ci sta condannando a pagarne
più alte per coprire gli oneri del debito. E gli spread sono aumentati
anche con le notizie sui faccendieri e le corruzioni di palazzo.
Comprare i nostri titoli di Stato significa anche fidarsi delle persone
che sono ai posti di comando. Un peso non indifferente nell´allargamento
degli spread lo hanno anche avuto una manovra debole e mal congegnata e
solo in parte aggiustata in corso d´opera.
Sapendo di camminare su di un crinale molto sottile dobbiamo allora
trovare le energie e il consenso per varare misure che stimolino la
crescita della nostra economia. Il fatto che si possa intervenire viene
documentato dai tempi rapidi con cui è stata potenziata e approvata la
manovra. La classe politica può fare molto quando vuole. La nostra,
purtroppo, continua a distaccarsi dal resto del Paese, esonerando solo
se stessa dai sacrifici che chiede ai cittadini e creando inutili
diversivi per far parlare d´altro (come nella grottesca vicenda dei
ministeri a Monza). Questo 2011 assomiglia sempre più al 1992. Anche
allora eravamo sull´orlo del precipizio e con una classe politica
screditata agli occhi del Paese. Possibile che la storia non ci insegni
nulla?
La Repubblica 26.07.11

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