La legge che il paese ancora attende
Un anno fa il caso Englaro
È passato un anno dalla fine di Eluana Englaro. L`emozione che allora tutti ci coinvolse, quale che fosse la scelta reclamata, della vita ad oltranza o della sua cessazione, sembra rimossa. La memoria di quei giorni doveva essere custodita dal Parlamento, cui si demandava il compito di preparare una legge sul fine vita. Un testo apprestato, sulla base di una decina di proposte, dal Senato, è fermo alla Camera, che dovrebbe correggerlo e restituirlo al primo ramo, da cui dovrà riprendere un secondo percorso. Il bicameralismo è come la definizione della democrazia, attribuita a De Gasperi, "una lunga pazienza". Lo è lunghissima quando la materia da regolare nasce dalla sofferenza della società per il dolore fisico e morale delle persone e della famiglie nelle diverse condizioni terminali dell`esistenza.
L`urgenza di un intervento legislativo si profilò già per il caso Welby, e divenne ancor più pressante quando il caso Englaro fu portato all`Autorità giudiziaria e deciso dopo un laborioso procedimento. Il clima di contesa tra poteri, che colorò la sentenza dei giudici come un atto di usurpazione di prerogative legislative, fino a produrre un conflitto di attribuzione tra Parlamento e magistratura dinanzi alla Corte costituzionale, parve sollecitare la via di una legge. La attendiamo e la auspichiamo ancora, più che mai. In primo luogo, perché vicende dolorose di vite protratte o di morti differite sono assai più numerose di quante non rivelino le cronache, e destinate a moltiplicarsi in ragione dei progressi della biomedicina e dell`uso dei suoi ritrovati.
In secondo luogo, perché la società non è attraversata e guidata da persuasioni univoche dinanzi al rispetto della vita e della morte. Da un lato è in discussione la competenza e la decisione del medico, dall`altro il desiderio del paziente e dei familiari. Sul primo versante si teme o l`abbandono o l`accanimento terapeutico, sul secondo la richiesta eutanasica , motivata dalla insopportabilità della sofferenza direttamente patita o indirettamente osservata. Ci sono Paesi che hanno introdotto nelle loro legislazioni l`eutanasia e verso di essi potrebbero verificarsi migrazioni di aspiranti morituri, accompagnati da medici o familiari, che in Italia sarebbero incriminati per avere agevolato il suicidio. Va da sé che una nuova legge non potrebbe mai allinearsi a quegli ordinamenti che prevedono il diritto a morire, perché è per noi inderogabile il principio della salvaguardia della vita.
Ma il secondo comma dell`articolo 32 della nostra Costituzione vieta che si sottoponga una persona ad un trattamento sanitario contro la propria volontà. È il principio di autodeterminazione. Se non si vuole andare contro la Costituzione, occorre intendere bene in quale spazio opera il principio di autodeterminazione. Non certo fino al punto di consentire il suicidio. Ma sì, invece, nel rifiutare trattamenti, invasivi delle corporeità, e dunque di quella sfera della persona, dai confini, di per sé inviolabili. Fanno problema quei trattamenti considerati non unanimemente sostegno vitale e non terapeutici, come l`idratazione e l`alimentazione forzata. Se dal cosiddetto testamento biologico fosse bandita la disposizione di rifiuto di tali sostegni vitali, a molti apparirebbe violato il principio costituzionale di autodeterminazione. Questo è il punto morto cui sembra essersi fermato il dibattito parlamentare.
Per superarlo occorre aprirsi due vie. La prima è quella di eliminare ogni condizionamento della volontà del malato terminale. Bisogna liberarlo dal terrore della morte lenta. La medicina palliativa, da noi finora trascurata, deve poter investire tutte le sue risorse, farmacologiche e psicoterapiche. San Tommaso Moro raccomandava di assistere questi malati senza speranza con assidue conversazioni. È la solitudine il vero nemico da contrastare. Per questo le famiglie vanno aiutate, non lasciate senza risorse né economiche né strumentali in queste angustie.
La seconda è di cercare una convergenza tra scienza medica e bioetica su che cosa sia vita degna della persona umana, e su che cosa sia invece illusione tecnologica. Anziché volere lo scontro tra laici e cattolici, si provi a risolvere le contraddizioni, in cui polemicamente ci logoriamo, all`interno di argomenti razionali, che scienze della vita e filosofie della vita contengono nella giusta e sufficiente misura.
http://www.ilmessaggero.it 3 Febbraio 2010

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