La guerra dell´acqua tra pubblico e privato
Il decreto Ronchi è il solito minestrone onnicomprensivo Serviva piuttosto una riforma meditata
Il Dl sui servizi pubblici locali ha scatenato la guerra
dell´acqua. La legge non è una ragionata riforma dei servizi idrici, ma il
solito raffazzonato minestrone di 30 articoli, varato per soddisfare in ritardo
obblighi comunitari e sanare procedure di infrazione. Tratta di tutto: dalle
autoriparazioni alla liberalizzazione delle rotte marine, dallo smaltimento
delle apparecchiature elettroniche alla definizione di Made in Italy. In tema
di acqua, recepisce il dettato comunitario che prevede il rispetto dei
"principi di economicità, efficacia, imparzialità, trasparenza, adeguata
pubblicità, non discriminazione, parità di trattamento, ..." per
l´affidamento ai privati dei servizi pubblici locali (o per la scelta del socio
nelle aziende misto pubbliche-private). Belle parole; ma poi bisogna metterle
in pratica.
La guerra però è scoppiata. E come in tutte le guerre, ognuno dà il peggio di
sé: assistiamo così a cannonate di demagogia e ideologia da strapazzo, e
raffiche di populismo.
Da una parte si grida alla privatizzazione selvaggia di un bene comune, anche
se risorse idriche, impianti, fissazione di prezzi e standard rimangono in mano
pubblica. E si lamenta la "stangata" prossima ventura, nonostante,
per lavarsi, tirare lo sciacquone e annaffiare i fiori, la famiglia media
spenda 250 euro l´anno, contro i 560 euro per le sole bevande (incluso milioni
di bottiglie di acqua minerale).
Dall´altra si inneggia ai benefici taumaturgici del privato per risolvere i
problemi di un sistema idrico con tratti da terzo mondo. Ma sappiamo che se la
gestione di un servizio pubblico è trasferito ai privati senza un´efficiente
regolamentazione dei prezzi, e meccanismi di controllo per qualità e
investimenti, si rischia di creare solo un sistema per distribuire prebende. Un
rischio tanto più reale in un paese dove corruzione e infiltrazioni della
criminalità nella politica sono diffusissime.
Prima di scannarsi nello sterile dibattito pubblico-privato, o legiferare
principi illuminati (poco importa se inapplicabili), si dovrebbe decidere come
allocare le risorse idriche, a chi farle pagare, e quanto. Cioè, se considerare
l´acqua un vero bene pubblico (al pari di giustizia, scuola e sanità): e allora
fornirlo gratis a tutti, a prescindere dall´uso, e finanziarlo con la fiscalità
generale. Con lo Stato che decide investimenti e qualità. Oppure se
considerarla, come credo sia giusto, una risorsa scarsa a usi molteplici
(alimentare, igiene personale, domestici, industriali, agricoli), da gestire in
efficienza. E allora farla pagare a chi l´utilizza, con un prezzo commisurato
al costo, per evitare sprechi, che includa anche la remunerazione degli
investimenti necessari a fornire la qualità del sevizio decisa dal
regolamentatore. Per esempio, imponendo una pressione di erogazione minima, o
una durata massima consentita per l´interruzione del servizio. Il meccanismo
dei prezzi regolamentati dovrebbe riflettere il diverso valore d´uso: l´acqua
per la piscina o per la neve artificiale deve costare molto più di quella del
rubinetto. E le aziende che erogano il servizio devono avere le dimensioni
adeguate a sostenere gli investimenti necessari: cosa che l´attuale struttura
frammentata e campanilistica non garantisce. Se poi il prezzo dell´acqua
risultasse eccessivo per le famiglie meno abbienti, meglio intervenire
direttamente a sostegno del reddito, piuttosto che stabilire prezzi politici, e
far pagare a tutti i costi elevati di un uso inefficiente delle risorse
idriche.
Ci sono buone ragioni per sostenere che il privato possa gestire meglio i
servizi pubblici: in primis meno clientelismo e maggiore attenzione ai costi.
Ma non è automatico che accada. E senza una regolamentazione efficiente, il
fallimento è sicuro. Per questo però servirebbe un Governo in grado di
pianificare riforme meditate e scrivere leggi di qualità. Il resto è solo
rumore di fondo.
la Repubblica sabato 21 novembre 2009

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