La guerra del Cavaliere contro il presidente
Il vero tratto distintivo di questa casta di macchiette non è più nemmeno l'incompetenza. È la mancanza di vergogna.
Appena 48 ore fa i giornali berlusconiani erano
moderatamente favorevoli ad alcune frasi del Presidente Napolitano pronunciate
nel corso d'un convegno dedicato ad Antonio Giolitti nella ricorrenza della sua
scomparsa. Quelle frasi erano rivolte alla sinistra italiana e contenevano un
incitamento critico a far meglio il suo mestiere di opposizione che si propone
di prendere il posto dell'attuale maggioranza di destra.
Ma ieri il tono di quei giornali era completamente cambiato, suonando
all'unisono con gli umori del Presidente del Consiglio. È bastato che
Napolitano segnalasse la necessità costituzionale di un dibattito parlamentare
che prenda atto della nomina di nove sottosegretari provenienti da gruppi
parlamentari diversi da quelli che vinsero le elezioni del 2008, per scatenarli
in un rabbioso attacco alla più alta istituzione repubblicana, accusata di
porsi come la sola vera opposizione al "buongoverno" del Cavaliere di
Arcore.
Questi continui capovolgimenti della destra berlusconiana e la sua costante
aggressione contro i "magistrati eversivi" che pretendono di
giudicare l'uomo votato dal popolo sono la prova provata che i tanti problemi
che interessano la vita dei lavoratori, delle famiglie, delle imprese e insomma
di tutto il Paese restano e resteranno irrisolti e neppure affrontati a causa
del problema preliminare, costituito appunto dalla presenza di Silvio
Berlusconi alla guida del governo nazionale.
Ognuno di noi farebbe volentieri a meno di occuparsi delle gesta del Cavaliere,
ma è
lui che lo rende impossibile. Chi si ostina a non rendersi
conto di questo elemento preliminare avrà certo le sue ragioni ma non sono
buone ragioni, visto che prescindono da un dato di realtà.
L'aggressione mediatica e politica contro il Capo dello Stato che non ha fatto
altro che esercitare il suo mandato di custode della Costituzione, senza
forzature né strappi, conferma l'insofferenza di ogni vincolo alla volontà di
chi ritiene che l'investitura ricevuta dal popolo possa e debba trasformarsi in
una vera e propria dittatura della maggioranza e di chi ha cooptato o comprato
quella maggioranza comportandosi come un Re sovra-ordinato a tutte le altre
istituzioni.
Questo è il significato dell'attacco contro Napolitano e poiché il voto
amministrativo incombe, il passaggio parlamentare sul rimpasto governativo è
stato rinviato a dopo le elezioni del 15 maggio per influenzarne l'esito che si
annuncia molto incerto.
La piazza decisiva sarà quella di Milano perché è lì che Berlusconi e Bossi
faranno il massimo sforzo per vincere fin dal primo turno. La partita non si
gioca solo nella capitale lombarda, sono infatti 12 milioni gli italiani
chiamati alle urne in tutto il Paese. Ma Milano rappresenta la cuspide politica
di questa tornata elettorale. Per vincere il Re ha deciso di scendere in guerra
con tutti quelli che considera i suoi riottosi vassalli: la magistratura
ribelle ai suoi voleri, la Corte Costituzionale "gremita di
comunisti" e perfino il Capo dello Stato. I milanesi sono dunque
avvertiti: chi voterà le liste guidate dal Re in persona gli avrà dato un
mandato in bianco per trasformare la democrazia e lo stato di diritto in un
regime autoritario che risponde in tutto e per tutto ad una sola persona e agli
oligarchi da lui cooptati o comprati.
* * *
Ciò detto, credo valga la pena di occuparci di quanto disse giovedì scorso
Giorgio Napolitano al convegno su Antonio Giolitti a proposito della sinistra
italiana. Anche quella è stata un'occasione di fare chiarezza confrontando
pensieri ed esperienze culturali e politiche.
Rispondendo ad una domanda di Giuliano Amato il Presidente lesse un brano di
Giolitti contenuto in una delle sue ultime lettere alla nipote Marta. Incitava
la sinistra di allora (parliamo del 1992) ad essere credibile e concreta e a
costruire un programma praticabile e capace di soddisfare i bisogni e le
speranze dei cittadini. Ideologie no (era contrario alle ideologie e l'aveva
dimostrato in tutta la sua vita) ma ideali sì, ed anche questo lo aveva
dimostrato durante la sua lunga esistenza da intellettuale, da combattente
partigiano, da militante del Partito comunista, da uomo di sinistra che non
poteva sopportare l'arrivo dei carri armati sovietici a Budapest per
schiacciare la libertà reclamata dal popolo ungherese. Infine dalla sua
presenza nel Partito socialista dove continuò a sostenere gli stessi ideali che
prima credeva di avere trovato nel Pci.
Questo è stato il lascito politico, morale e culturale di Antonio Giolitti.
Come non definirlo un lascito di socialismo liberale? Quale altra definizione
si può dare di questa rara figura di intellettuale e di uomo politico la cui
vita fu caratterizzata dalla ricerca tenace di tenere stretti insieme i due
grandi valori della libertà e dell'eguaglianza che non possono esser separati
senza dar luogo il primo ad una selva di privilegi in favore di un'oligarchia
dei forti a danno dei deboli e il secondo alla demagogia e infine alla
dittatura?
Fu un socialista liberale Antonio Giolitti e per questo molto vicino a Bobbio e
a Galante Garrone nel solco tracciato fin dagli anni Trenta dai fratelli
Rosselli e poi ripreso da "Giustizia e Libertà". La scelta di
Giolitti di militare nel Pci fin dal 1943 derivò da una valutazione concreta
poiché il Pci era allora il solo strumento dell'antifascismo combattente. La
crisi d'Ungheria del 1956 lo rese però inutilizzabile per un uomo che aveva il
culto della libertà. Questa è la storia e la testimonianza da lui lasciata e
bene ha fatto Giuliano Amato a dedicargli una giornata di ricordo.
Giorgio Napolitano ha letto quel brano della lettera a Marta e ne ha
raccomandato la rilettura agli attuali dirigenti della sinistra italiana
affinché divengano più credibili e più concreti se vogliono proporsi come
alternativa praticabile alla maggioranza attuale.
* * *
I commenti alle sue parole sono stati numerosi. Nel Pd Bersani ha dichiarato
che il partito da lui guidato sta appunto lavorando per accrescere credibilità
e concretezza al suo messaggio politico. Anche altri esponenti del partito
hanno manifestato piena adesione all'invito di Napolitano secondo dialettiche
di corrente che fanno parte della fisiologia dei partiti, anche se i partiti
attuali somigliano più a gusci vuoti che a strumenti di comunicazione tra la
società e le istituzioni. Questo è e sarà il vero tema per tutti, a sinistra,
al centro e a destra: come rifondare i partiti in una società "liquida"
come quella attuale.
Più interessanti le reazioni dei giornali che riflettono idee e interessi della
classe dirigente, più somigliante all'italiano descritto da Guicciardini che a
quello auspicato dai padri del nostro Risorgimento. Quei giornali, in univoco
coro, hanno interpretato l'invito di Napolitano alla rilettura di Giolitti come
una spinta a "normalizzare" i rapporti tra opposizione e maggioranza;
a riconoscersi reciprocamente come legittime rappresentanze politiche e a
collaborare alla stesura di programmi e regole condivise in discorde concordia.
Tutti i commentatori hanno ricordato che per avere una condotta di concordia
discorde bisogna comunque essere in due ed hanno ricordato altresì che la
maggioranza attuale ed il suo Capo non hanno finora dimostrato grande
disponibilità. Ma quest'ammissione è stata appena sfiorata se non addirittura
sottaciuta, ammessa a bocca stretta in un paio di righe, quasi a volersi
liberare da un incomodo argomento.
Il resto di quei testi si è dilungato sull'inguaribile rissosità
dell'opposizione, sulla sua intransigenza moralistica, sul suo rifiuto al
compromesso possibile. Quanto ai giornali della "famiglia regnante"
sono stati molto laudativi verso Napolitano e Giolitti, da loro in verità
interpretati assai liberamente.
Il consiglio unanime e quasi un verdetto da rispettare rivolto ai dirigente del
Partito democratico è stato quello di allearsi con Casini lasciando perdere il
demagogo Di Pietro, il vaniloquente Vendola e turandosi le orecchie per non
ascoltare i giornali che vogliono etero-dirigere il Pd. Questa sembra essere la
loro maggiore preoccupazione.
Poco tempo fa vari sondaggi registrarono l'umore degli elettori rispetto a
possibili alleanze. Tra queste anche l'alleanza eventuale tra Pd e Terzo Polo.
Il risultato era un consenso del 36 per cento, al quale Casini contribuiva con
il 16 e il Pd con il 20. La sinistra restante registrava un consenso del 28-30
per cento reclutando quasi la metà dell'elettorato potenziale del Pd.
I suggeritori dell'alleanza Pd-Terzo Polo puntano in realtà sulla uscita dalla
scena politica della sinistra e l'omologazione dei moderati in due schieramenti
rispettivamente di destra e di centro. Berlusconi a stralcio, ma fino a che c'è
va sopportato. La Chiesa
sarebbe lieta e pronta a buoni uffici.
Che ne dite di un'operazione di questa natura?
Aldo Moro, ai tempi suoi, tentò omologazioni di vario genere. Naturalmente
aveva un altro spessore di visione politica e i tempi non erano quelli di oggi.
Nel '64 tentò di ammorbidire i socialisti e scritturò anche per la bisogna il
generale De Lorenzo, autore del famoso "Piano Solo". Nenni per molti
giorni resistette all'ammorbidimento ma poi cedette, intimorito dal
"rumore di sciabole". La vera vittima politica fu Giolitti che
dovette abbandonare il ministero della Programmazione. Con Giolitti il Psi non
si era ammorbidito ma senza di lui diventò un biscotto inzuppato nell'acqua e
facilmente masticabile.
Questa è la storia ed è bene non dimenticarsela.
* * *
Nel frattempo il Cavaliere - tra un peccatuccio e l'altro
- ha imbarcato altri nove sottosegretari. I loro nomi vanno ricordati,
perciò eccoli: Rosso, Bellotti, Polidori, Melchiorre, Misiti, Cesario, Catone,
Villari, Gentile.
Si tratta d'un mercato di scambio avvenuto alla luce del sole: dettero il loro
voto con la promessa d'un posto nel governo; hanno minacciato di riprendersi il
voto se non fossero stati ripagati. Adesso lo sono e toccherà ad altri seguirne
l'esempio ed entrare a far parte d'una maggioranza cooptata o comprata.
Ha scritto sulla "Stampa" Massimo Gramellini: il vero tratto
distintivo di questa casta di macchiette non è più nemmeno l'incompetenza. È la
mancanza di vergogna. È esattamente così. Posso assicurare, avendolo conosciuto
molto da vicino, che Antonio Giolitti se si fosse trovato di fronte ad un caso
simile sarebbe uscito da qualunque partito e avrebbe abbandonato qualunque
carica sbattendo la porta. Di gente come lui si è persa la matrice.
http://www.repubblica.it (08 maggio 2011)

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