La grande distanza fra Montecitorio e la Corte d’Assise di Torino
Superare le divisioni dell’opposizione
A Roma è stato inferto un ulteriore colpo di piccone a quell’indispensabile equilibrio di poteri senza il quale nessuno stato liberale e democratico può realmente essere definito tale. E’ questo purtroppo il significato più profondo del voto con il quale un parlamento berlusconizzato dalla recente e fortunata campagna acquisti ha varato il nuovo testo sul cosiddetto processo breve. Si è consumato un nuovo pesante attacco alla autonomia e all’indipendenza della Magistratura e alla possibilità dei cittadini di ricevere giustizia. Se il Presidente della Repubblica non interverrà – ma le sue dichiarazioni lo fanno presumere – un altro tassello di una progressiva erosione della costituzione materiale formale del nostro paese andrà in porto.
A Torino abbiamo invece vissuto tutta un’altra storia. Il processo per il rogo alla Thyssenkrupp si è concluso con una sentenza davvero storica, tale da potere segnare un punto di svolta nella lotta contro gli omicidi sul lavoro, che si accaniscono contro lavoratrici e lavoratori a un ritmo maggiore di tre al giorno, ogni giorno. Tale è la sentenza che condanna l’Ad della Thissenkrupp a 16 anni e mezzo di reclusione per “omicidio volontario e dolo eventuale”. In altre parole il massimo dirigente della fabbrica tedesca è imputato di avere voluto coscientemente correre il rischio di incidenti gravi e mortali non per semplice incuria, ma per calcolo economico, poiché evitò di investire sulla sicurezza dei sistemi antincendio risparmiando sul corpo e la vita dei lavoratori. Gli altri cinque dirigenti sono condannati per omicidio colposo a 13 e 10 anni.
Questa sentenza, che ha fatto piangere lacrime di commozione ai parenti delle sette vittime e non solo, non restituirà la vita a nessuno. Di per sé non è neppure sufficiente a garantire che una seria prevenzione abbia finalmente luogo. Ma certamente cambia il quadro di un fenomeno che costituisce un tragico e turpe primato del nostro paese nel contesto europeo. Ora nessuno più può dire di non sapere a quali conseguenze va incontro se viola le più elementari normative sulla sicurezza del e nel lavoro. Ora dovrebbe essere chiaro che la responsabilità dell’impresa – e dei suoi titolari o dirigenti - non si esaurisce nella ricerca di maggiori profitti per la proprietà o gli azionisti. “E’ il salto più grande di sempre in tutta la giurisprudenza in materia di incidenti sul lavoro. – ha commentato il procuratore Raffaele Guariniello da sempre impegnato in prima linea in questa battaglia - Deve fare sperare i lavoratori e fare pensare gli imprenditori”.
La distanza fra l’aula di Montecitorio e quella della Corte d’Assise di Torino non avrebbe potuto essere più grande e profonda. Ma di riflettere e sperare ha bisogno anche la sinistra politica. Non c’è dubbio che il voto parlamentare ha ulteriormente depresso le speranze di chi pensa di uscire dalla crisi del berlusconismo con una spallata. Ma proprio per questo bisognerebbe evitare di perdere la testa.
Evitare di alternare le schiacciatine d’occhio alla Lega con le astensioni complici sui progetti di federalismo in commissione bicamerale; le richieste di elezioni anticipate fuori tempo utile con il mito dell’Aventino; la minaccia, cui peraltro nessuno crede, delle dimissioni in massa dei parlamentari dell’opposizione con l’idea di un governo di salute nazionale, riproposto recentemente da Veltroni e Pisanu che fingono di non sapere che un accordo su una nuova legge elettorale non c’è neppure tra le forze di opposizione e che in ogni caso, essendo il tema elettorale materia del parlamento e non di un decreto legge, è inevitabile che quel governo dovrebbe nel frattempo occuparsi di economia e di guerra in Libia; evitare infine di affidare tutta la responsabilità di togliere l’opposizione dall’impasse al Presidente Napolitano, fino a vagheggiare di un intervento di autorità, con carabinieri e polizia in prima fila e con l’appoggio della Unione europea per ristabilire le regole democratiche del gioco, come ha fatto recentemente Asor Rosa. Il quale ha poi dichiarato che si trattava solo di una provocazione, una cosa cioè che non va presa per quello che dice – cui lo stesso autore, almeno mi auguro, non crede -, ma per ciò cui può alludere.
Non credo che abbiamo bisogno di allusioni, di scorciatoie, di testimonianze estreme, di provocazioni, ma di ragionare freddamente su come sconfiggere un berlusconismo che perde credibilità nel suo stesso corpo sociale di riferimento e che proprio per questo vibra pericolosi colpi di coda. Abbiamo di fronte scadenze importanti, senza andarcele a inventare. La più prossima è lo sciopero generale del 6 maggio, che un concorso di forze e energie potrebbe e dovrebbe rendere generalizzato. Poi ci sono le elezioni amministrative in importanti città, alcune delle quali simbolo del ventennio berlusconiano, come Milano, e dove la partita è aperta e alla nostra portata, se ci si impegna. Poi ci sono i referendum, tra i quali quello sull’acqua in particolare, ma certamente anche quello sul nucleare, permettono di affrontare a livello di massa temi decisivi e non semplici quali il concetto di bene comune e di un nuovo modello di sviluppo che faccia dell’ambiente un suo volano propulsore.
Su molta parte della società civile, sui movimenti, sulla Magistratura, su un nuovo protagonismo del mondo del lavoro si può contare. Non tutto è degrado o disperazione. Se poi tutte le forze di opposizione, senza esclusione alcuna, quelle attualmente rappresentate in Parlamento e quelle che ora non lo sono, si decidessero a convocare una grande convention per discutere non innaturali alleanze, che oltretutto farebbero più perdere voti che conquistarne, ma per sconfiggere definitivamente e nel tempo più breve possibile il berlusconismo, daremmo finalmente prova di sapere unire radicalismo e realismo politico.

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