La fine del comunismo ha permesso a Marx di diventare un bestseller
L’idea di dover affrontare le disuguaglianze sociali resta fondamentale.
Eric Hobsbawm ha 93 anni e, oggi, è diventato un autore di bestseller. Grazie al suo ultimo saggio su Marx, How to change the world: tales of Marx and Marxism, come cambiare il mondo. Ristudiando Marx.
La lezione del celebre storico, appassionato di jazz, ha scalato
le classifiche inglesi. Una sorpresa anche per lui che da anni vive ad
Hampstead, a breve distanza dalla brughiera che confina con il cimitero di
Highgate dove è sepolto Marx. Nel primo capitolo del suo libro scrive che Marx
è «ancora un grande pensatore del nostro tempo». E che, paradossalmente, «sono
stati i capitalisti a riscoprirlo e non i socialisti».
«Ci sono due ragioni che spiegano la sua importanza. Innanzitutto la fine del
marxismo ufficiale dell´Unione Sovietica ha liberato Marx dall´identificazione
con il leninismo e con i regimi leninisti. In questo modo è stato possibile
recuperare il suo pensiero e quel che aveva da dire riguardo al mondo. Ma,
soprattutto, il capitalismo globalizzato che si è sviluppato dagli anni 1990
era quello descritto da Marx nel Manifesto. Lo si è capito nella crisi
del 1998: anno durissimo per l´economia globale nonché 150esimo anniversario di
questo piccolo e sorprendente opuscolo. Ma, appunto, questa volta furono i
capitalisti e non i socialisti a riscoprirlo. Forse i socialisti erano troppo
imbarazzati per celebrare questo anniversario».
Quando ha capito che Marx era tornato?
«Fui contattato dal direttore della rivista che United Airlines pubblica per i
suoi passeggeri, che sono quasi tutti uomini d´affari americani. Avevo scritto
un articolo sul Manifesto: mi chiesero di poterlo pubblicare, erano
interessati al dibattito. Qualche tempo dopo George Soros mi chiese che cosa
pensavo di Marx. Lì per lì diedi una risposta ambigua. "Quell´uomo – disse
Soros – scoprì 150 anni fa qualcosa sul capitalismo di cui dobbiamo tener conto
oggi". Non c´è dubbio che Marx sia tornato al centro della scena».
Ci sono anche altri segnali?
«Ci sono anche quelli più frivoli, simboli di una moda. C´è stato un sondaggio
della Bbc che l´ha eletto come il filosofo più grande. O il fatto che se
digitate il suo nome su Google, tra gli intellettuali è superato soltanto da
Darwin ed Einstein, ma viene prima di Adam Smith e Freud».
Nel libro cita il modello di un
"capitalismo dal volto umano" che esisteva prima degli anni
Reagan-Thatcher. Oggi c´è ancora?
«Queste tesi fanno parte della tradizione di molti paesi capitalisti, dalle
socialdemocrazie riformiste alle dottrine sociali cristiane. I profitti
economici devono essere uniti a misure che assicurino il benessere della
popolazione, non fosse altro che per evitare pericoli sociali e politici creati
da squilibri eccessivi. Queste idee nacquero come reazione allo sviluppo dei
partiti laburisti e socialisti alla fine del diciannovesimo secolo e ancora
adesso, per fortuna, distinguono l´Europa occidentale dagli Stati Uniti».
Quali sono i paesi in cui resistono?
«I paesi più piccoli che sono riusciti a crearsi nicchie relativamente sicure
nell´economia globale possono combinare lo sviluppo delle imprese private con i
servizi pubblici: penso all´Austria e alla Norvegia. Questi sistemi servono a
ridistribuire il reddito sociale e per questo sono cuscinetti indispensabili».
Qual è stato l´effetto più evidente della
globalizzazione?
«Ha privato gli Stati delle risorse per la distribuzione del benessere
pubblico, a causa della de-industrializzazione e dello spostamento
dell´economia mondiale verso l´Oriente. Fino al crollo del 2008 questo processo
è stato accelerato e non governato. Con un indebolimento sistematico delle
istituzioni pubbliche a spese di uno straordinario arricchimento privato».
Che cosa serve adesso?
«Intanto la modifica di alcuni rapporti. L´ostilità del neo-liberismo ai
sindacati, incoraggiata da politiche sindacali miopi, è stato un elemento del
disastro. Così il capitalismo dal volto umano è possibile, ma solo se i governi
e i ricchi cominciano a preoccuparsi del problema».
Tra le sue suggestioni c´è quella di
cominciare a «prendere Marx seriamente». Ma sostiene anche la necessità di
"ricalibrarlo". Cosa significa?
«L´analisi fondamentale dello sviluppo storico fatta da Marx resta valida. Ma,
quella che egli chiamava "la società borghese", non era e non poteva
essere la fine del capitalismo. Era una fase temporanea, come lo sono state
altre. Quello che resta vero è che si creano profonde ineguaglianze sociali e
morali. Il socialismo, come lo intendeva Marx, e ancora di più il comunismo si
sono dimostrati fallimentari. Eppure torna attuale la necessità di risolvere i
problemi con azioni pianificate dai governi e dalle autorità pubbliche».
Ma l´idea di Stato, oggi, è completamente
cambiata.
«Infatti. Per questo penso ad azioni di autorità globali sovranazionali. Può
essere difficile da immaginare se non considerando accordi tra super Stati
politicamente decisivi ma non si può lasciare tutto il potere alla finanza
privata. I problemi sono evidenti a tutti, Marx ci ha offerto un metodo: il
pubblico deve poter governare il cambiamento, le disuguaglianze devono essere
ridotte dallo Stato».
Quali sono i problemi principali?
«La crescita della popolazione e della produzione. Badate: non sono problemi in
sé, ma lo diventano per il catastrofico impatto che in queste condizioni hanno
sull´ambiente. In più se il centro di gravità del mondo si sposta dai vecchi
imperi industriali a quelli emergenti si creano nuove instabilità e pericoli».
Di che tipo?
«Le vecchie economie occidentali ora in declino perdono il loro livello di vita
e quelle emergenti sognano di raggiungere i livelli di vita dell´Occidente.
Questo provoca una doppia pressione: su chi sta vedendo tramontare il suo
status e su chi fa di tutto per accrescerlo. È questo che sta mettendo in crisi
l´idea di sviluppo».
Ma come si può essere marxisti oggi?
«Non possiamo ritornare all´Ottocento, è evidente. Non possiamo mettere a
rischio, neppure per un momento, il progresso intellettuale e le conquiste,
politiche, sociali e di libertà, ottenute negli ultimi due secoli dagli uomini
e dalle donne. Ma dobbiamo cercare un nuovo equilibrio tra pubblico e privato,
tra l´idea di sviluppo e la sua sostenibilità in questo nostro mondo. Per
questo nostro mondo».
intervista di Gabriele Pantucci
La Repubblica, 28 gennaio 2011

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