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La felicità in un contratto unico del lavoro

Che impatto avrebbe l'introduzione di un contratto unico a tutela progressiva sul benessere degli italiani?




L’Unione Europea e gli osservatori internazionali e nazionali da anni chiedono inutilmente all’Italia di adottare serie riforme strutturali per favorire il rilancio dell’economia. Una di queste riguarda il mercato del lavoro, del quale si chiede di aumentare la flessibilità in modo di invogliare l’assunzione di nuovi dipendenti da parte delle imprese. Il nostro mercato del lavoro è, in realtà, caratterizzato da un forte dualismo che vede le giovani generazioni esposte al dramma di un precariato senza fine, che frena i consumi e l’accumulazione di capitale umano (LINKRicci, Damiani e Pompei), e quelle più anziane protette da leggi che garantiscono la perfetta inamovibilità.

IL CONTRATTO UNICO A TUTELE PROGRESSIVE
Come si possono conciliare le opposte esigenze di garantire maggiore flessibilità alle imprese e maggiori tutele alle nuove generazioni? Una proposta è stata avanzata da tempo su questo sito da Tito Boeri e Pietro Garibaldi, si è concretizzata nel disegno di legge Nerozzi presentato al Parlamento ed è stata rilanciata recentemente da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi. Presenta similitudini con alcune fattispecie contrattuali presenti in altri ordinamenti europei (il Contrat Nouvelles Embauches francese, ad esempio) e permette di conciliare tutela lavorativa e flessibilità. Restituendo unità al sistema del lavoro, il contratto unico riduce le disparità su più dimensioni: da una parte, permette di superare il dualismo tra lavoratori che godono di tutela e quelli che invece non ne hanno in nessuna forma; dall’altra, riduce la segmentazione tra lavoratori anziani e giovani, garantendo a questi ultimi forme minime di tutela sin dalla fase iniziale del loro ingresso nel mercato.
La nuova struttura contrattuale consisterebbe di due fasi: una fase d’ingresso, di durata non superiore a tre anni, in cui sono riconosciuti un salario minimo e una tutela obbligatoria in caso di recesso del datore di lavoro per motivi diversi dal licenziamento disciplinare, nella forma di un’indennità di licenziamento di ammontare pari a cinque giorni di retribuzione per ogni mese di prestazione lavorativa (l’entità della compensazione monetaria diventa così correlata alla durata del rapporto). Seguita da una fase di stabilità, con l’assunzione a tempo indeterminato a decorrere dalla conclusione della fase d’ingresso.
Tale struttura fornirebbe adeguate garanzie al lavoratore mediante una tutela crescente nel tempo (anche nella fase iniziale caratterizzata generalmente da un basso grado di protezione) e al contempo flessibilità alle imprese. La proposta di contratto unico a tutela crescente gode di consenso trasversale e potrebbe rappresentare un punto di partenza per una nuova azione riformatrice capace di incidere strutturalmente sul mercato del lavoro italiano.

L'INFELICITÀ DEL DISOCCUPATO
Ma che impatto avrebbe l’introduzione del contratto unico sul benessere del popolo italiano? È impossibile dare una risposta precisa dal momento che si tratta di una riforma futura e potenziale e che le variabili da considerare sono molte, dal livello dei salari a quello dei contributi previdenziali, dall’indennità corrisposta in caso di licenziamento alla riduzione del precariato. Per valutare se la proposta vada sostenuta o meno abbiamo, però, misurato l’impatto che la disoccupazione ha sulla felicità dei cittadini europei.
Analizzando un campione di circa un milione di individui in 15 paesi dell’Unione Europea (dati Eurobarometro 1973-2002) abbiamo rilevato due aspetti degni di considerazione. In primo luogo, il costo in termini di benessere psicologico associato allo status di disoccupato è aumentato costantemente negli ultimi decenni. Al netto di tutte le altre variabili, il costo psicologico di essere disoccupato nel periodo 1989-2002 risulta superiore a quello del periodo 1973-1988. Il tema della creazione e della tutela del lavoro è, dunque, quanto mai attuale.
Secondo, e ancora più importante, gli individui più colpiti dalla disoccupazione in termini di soddisfazione di vita non sono i giovani bensì coloro che appartengono alla fascia d’età tra i 42 e i 64 anni. (1) Questa categoria non ha vie di fuga: ha la completa responsabilità della conduzione del nucleo familiare e al contempo incontra le maggiori difficoltà di reinserimento nel mercato del lavoro. Sono proprio questi soggetti ad avere bisogno della massima tutela lavorativa, così come prevede l’apparato teorico del contratto unico.
I risultati econometrici sintetizzati in quest’articolo indicano che la proposta tiene implicitamente conto dell’eterogeneità dei costi psicologici della disoccupazione per fascia d’età poiché tali costi sono positivamente correlati con il grado di protezione accordato.

LA METODOLOGIA ECONOMETRICA
La variabile dipendente è la risposta alla domanda: “In generale, sei molto soddisfatto, abbastanza soddisfatto, non molto soddisfatto o per nulla soddisfatto con la vita che conduci?”. La risposta è stata convertita in una scala numerica che va da 1 (per nulla soddisfatto) a 4 (molto soddisfatto) sicché si è optato, come da prassi nella letteratura, per un modello ordered logit. I regressori usati sono quelli convenzionali in questo tipo di stime (sesso, età, livello di istruzione, reddito personale, stato lavorativo, stato civile), i tassi d’inflazione e disoccupazione nazionali (medie mobili triennali), più variabili dummy anno-paese. Il costo della disoccupazione è calcolato come somma del costo del tasso nazionale di disoccupazione (media mobile triennale) e della condizione individuale di disoccupazione (variabile binaria pari a uno se l’individuo è disoccupato). Il periodo di stima va dal 1973 al 2002. Il metodo è l’analisi longitudinale (cross-section) ripetuta perché i dati dell’Eurobarometro non consentono di seguire gli stessi individui nel tempo. Il modello utilizzato è un ordered logit con standard errors robusti. I risultati sul diverso impatto della condizione di disoccupazione sulla soddisfazione di vita sono stati ottenuti interagendo quattro dummy di età (15-28 anni, 29-41 anni, 42-64 anni e oltre 65 anni) con la condizione di disoccupato.

(1) Per maggiori dettagli metodologici si vedano Di Tella, MacCulloch ed Oswald (2001) e Becchetti, Castriota e Giuntella (2010) “The Effects of Age and Job Protection on the Welfare Costs of Inflation and Unemployment”, European Journal of Political Economy, Vol. 26, No. 1, pp. 137-146.

di Leonardo Becchetti , Stefano Castriota e Isolina Rossi 

http://www.lavoce.info 27.12.2011

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