La fabbrica dei miti
Dalla Grecia a Obama il nostro bisogno di epica
Il mito non è una fuga dalla realtà. Al contrario, è una chiave per capire i
grandi problemi del presente, dalla politica all´immigrazione. A dirlo è Marcel
Detienne, il più grande mitologo del nostro tempo. Il Lévi-Strauss della Grecia
antica. Professore emerito di Lettere classiche alla Johns Hopkins University
di Baltimora e fondatore, assieme a Jean-Pierre Vernant, del prestigiosissimo
Centro di ricerche comparate sulle società antiche all´Ecole des Hautes Etudes
di Parigi.
Nel senso comune il mito viene considerato l´opposto della ragione. Il
Washington Post ha addirittura una rubrica intitolata Five Myths che a ogni
puntata si propone di sfatarne cinque su un tema, dall´energia nucleare agli
insegnanti nelle scuole.
«Ci si dimentica che la filosofia e la mitologia non vengono l´una dopo
l´altra, ma nascono insieme. Mitologia e ragione non si escludono mai, era vero
nell´antica Grecia è vero nella modernità. Lévi-Strauss sostiene che compito
del mito è quello di mettere ordine nella realtà. E senza ordine non esiste
significato. La differenza sostanziale tra pensiero mitico e pensiero
scientifico è che quest´ultimo procede distinguendo i fenomeni e cercando di
risolverli uno dopo l´altro. Mentre la mitologia brucia le tappe, e tende a
proporre spiegazioni immediate, abbreviate, iconiche».
Delle scorciatoie, insomma. Usando la forza dei simboli che spesso arrivano più
lontano delle parole. Molto prima di Lévi-Strauss è Platone nel Protagora a
dire che si può spiegare la realtà sia attraverso il mito sia attraverso il
logos. E che le due vie hanno pari dignità conoscitiva.
«Anche se il mito, aggiunge Platone, è più bello. I Greci hanno inventato
storie meravigliose, tanto che ancora oggi personaggi come Edipo e Medea
abitano il nostro immaginario, ci parlano di noi».
E poi il mito non è solo quello greco, tutte le culture inventano i loro miti.
«Sì e oltretutto la Grecia
non esiste».
Detto così è un´affermazione un po´ forte.
«Quello che esisteva nella realtà erano circa 1.400 città-stato straniere le
une alle altre».
Quella che Rilke chiamava la
Grecia prima della Grecia.
«Mentre quell´Ellade patria dell´arte, della cultura, della libertà, della
democrazia che abbiamo conosciuto sui banchi di scuola è la costruzione
culturale sette-ottocentesca di un Occidente in cerca di antenati illustri».
Uno start up fatto apposta per confermare la superiorità dell´Occidente
moderno.
«Tutti gli stati moderni hanno usato la Grecia per costruire la loro mitologia
identitaria, dalla Francia di Maurice Barrès, alla Germania di Hitler, fino
agli Stati Uniti».
Sta dicendo che l´identità nazionale è un mito?
«Sì, è un vero e proprio mito ideologico, perché è l´ideologia a creare un
ponte fra un certo passato e il presente. Fra i morti illustri e i vivi che
rivendicano la loro eredità. È anche un modo per affermare che noi siamo i veri
discendenti di quel grande passato, escludendo gli altri».
Del resto anche negli Usa Obama è stato costretto di recente a mostrare alla
nazione il suo certificato di nascita per dissipare ogni equivoco intorno alla
sua origine. Come dire che il rapporto tra sangue e terra resta l´algoritmo
dell´identità. E questo sembra risvegliare gli antichi miti dell´autoctonia:
come nascono?
«Nel caso della Grecia il mito dell´autoctonia nasce da un racconto, molto
diffuso nelle città elleniche, che parlava di uomini nati direttamente dalla
terra, letteralmente figli legittimi della patria. Ma è solo ad Atene che
questo mito diventa ideologia politica, grazie alla nascita di un genere
letterario come l´orazione funebre. Sparta invece non ha conosciuto l´orazione
funebre e quindi non ha monumentalizzato i morti e il suolo che li accoglie. In
fondo per costruire una nazione ci vogliono dei cimiteri e degli storici».
Quindi vuol dire che anche la storia è un mito?
«Certo, sono gli storici che scrivono la mitologia delle nazioni. Basti pensare
a quello che fa Ernst Troeltsch per la Germania e per la Francia Ernest
Lavisse e Maurice Barrès, che nel 1899 inventa uno slogan come "La terra e
i morti"».
Ma il mito dell´autoctonia, oltre che a fare le nazioni, qualche volta può servire
a disfarle. Non a caso l´Europa di oggi è piena di movimenti autonomisti,
baschi, catalani, fiamminghi.
«Per non parlare dei vostri padani. Con la loro mitologia celtica. Ridicola sul
piano scientifico ma efficace su quello politico, perché sostiene una serie di
rivendicazioni e di spinte che hanno tanta presa da condizionare il governo
italiano».
Quindi la Lega è
una sorta di cantiere mitologico in piena attività?
«Certo, quando cominciano a circolare pseudo storie e la gente ci crede o vuole
crederci, siamo davanti alla costruzione di una mitologia politica che usa
simboli storici rimescolandoli a suo uso e consumo. L´ampolla del Po, Alberto
da Giussano, il dna celtico, i riti druidici, i Padani come veri autoctoni in
quanto discendenti di quei Celti che si erano rifugiati sulle montagne per
resistere ai Romani».
I miti dell´autoctonia sono universali e dunque inevitabili, o sono uno
scheletro nell´armadio dell´Occidente?
«Quando nomino l´autoctonia in Giappone non capiscono nemmeno di cosa io stia
parlando. Del resto si tratta di un paese dove non esistono le carte
d´identità. Possiedono solo il passaporto nel caso in cui vogliano uscire dal
paese. Non c´è un sistema di identificazione dei cittadini. Persino negli Stati
Uniti e nel Regno Unito non sono ancora riusciti a istituire un documento di
identificazione analogo alla carta d´identità. Anche perché in base all´Habeas
corpus il cittadino è titolare esclusivo della sua persona e della sua
identità. E negli Stati Uniti un poliziotto non può chiedere a una persona le
sue generalità, a meno che non abbia una pistola fumante e un cadavere
accanto».
Perché l´Europa allora è ossessionata dall´identità e ha tanta paura degli
immigrati?
«Perché dimentica di essere il risultato di una grande mescolanza di sangue e
di popoli. Un continente nomade».
Non pensa che questa paura venga fomentata ad arte visto che oggi la sicurezza
è la merce che si vende meglio sul mercato della politica?
«Certo, tant´è vero che si finisce per controllare e securizzare tutto, perfino
la storia».
David Cameron ha preso anche lui le distanze dal multiculturalismo.
«Avrà visto i sondaggi».
Questo cambierà veramente le cose?
«No, l´Inghilterra è già multiculturale e da molto tempo. L´Europa stessa è
multiculturale».
Ha ancora senso studiare il mito? Non sappiamo già tutto quel che c´era da
sapere?
«No, c´è ancora molto lavoro da fare per i mitologi come per gli antropologi.
Perché è la vita stessa a produrre il mito. Che è la scatola nera
dell´umanità».
Repubblica 3.6.11

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