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La democrazia è ancora una utopia?

Le crisi economiche favoriscono la trasformazione delle classi politiche al potere in gruppi oligarchici e privilegiati, avversi o poco sensibili allo stato di diritto.




C’è una forte contraddizione tra gli indubbi progressi registrati nell’evoluzione tecnologica dell’ultimo quindicennio come nelle condizioni di vita delle masse all’interno del ricco occidente capitalistico e la cultura delle classi dirigenti che le governano. In Europa la cenerentola, secondo le classifiche degli organismi internazionali a cominciare dall’Ocse, è senza dubbio l’Italia. E con il termine generale di cultura sono da intendere le forme di governo adottate e ancora presenti, malgrado gli indici sempre più forti di crisi che li attraversa.
Le democrazie parlamentari, presidenziali o ancora semipresidenziali, che peraltro erano già state in crisi alla fine del primo conflitto mondiale, mostrano la corda da almeno due punti di vista: la difficoltà di affrontare le crisi economiche che si susseguono a distanza di qualche anno come nell’ultimo caso, quello della crisi tuttora in corso esplosa nel 2007-2008, in cui generano l’aumento rapido di poveri e semipoveri.
Le crisi economiche provocano la distruzione, o quasi, del ceto medio che, nell’età contemporanea, ha sempre costituito l’elemento di forza delle società capitalistiche e favoriscono la trasformazione delle classi politiche al potere in gruppi oligarchici e privilegiati, avversi o poco sensibili alle libertà e ai diritti costituzionali e, in definitiva, allo stato di diritto.
In altri termini all’ascesa e alla sopravvivenza di «regimi» in senso proprio, che sono sempre più difficili da scalzare a livello parlamentare e che si legano ai populismi che avevano dominato il periodo tormentato tra le due guerre, piuttosto che alle democrazie che avevano dominato il primo trentennio del dopoguerra, segnato dalla guerra fredda tra Urss e Usa.
È quello che è successo in Italia con l’avvento al potere negli anni Novanta di Silvio Berlusconi che dura, pur con qualche intervallo, da quasi vent’anni, che si profila ora anche in alcuni paesi di debole democrazia dell’Europa orientale (Polonia e Ungheria) interni alla Ue, che ha toccato e tuttora caratterizza anche la democratica Francia e che si allontana sempre di più dal modello democratico presidenziale e parlamentare.
Ora è sempre più chiaro, per chi ha a cuore la democrazia, che è in gioco l’avvenire del capitalismo occidentale nella versione progressiva che ha avuto in quello che Hobsbawm aveva definito a suo tempo l’età dell’oro (che si è fermata agli anni ‘60 e ‘70) sicché, non a caso, si accumulano volumi di interesse culturale prima ancora che politico come quello recente di Adriano Giovagnoli su Storia e globalizzazione edito da Laterza, o l’altro di H.Grossmann su Il crollo del capitalismo (Mimesis editore).
Come se il capitalismo non potesse andare più avanti per il deficit di eguaglianza che tende a mantenere e ad accrescere e, sul piano politico, non riuscisse più a coniugarsi con la democrazia moderna nella sua forma più evoluta e favorisse invece forme di governo e di politica che ci riportano all’indietro, se non ai fascismi, a forme di populismo più o meno verniciate di apparente democrazia e sostanziale prevalere di leader carismatici e di forti tendenze plebiscitarie.
Si pone, dunque, sul piano culturale come su quello politico, il problema centrale di uscire dall’attuale stallo che vede l’insuccesso del tentativo di conciliare il presente con il futuro, la vittoria delle oligarchie col ritorno alla democrazia non solo formale (e in questo senso è significativo il primo mandato presidenziale, ormai agli sgoccioli, di Barak Obama negli Stati Uniti che rischia non poco nelle prossime elezioni presidenziali del 2012) e la necessità, sempre più evidente, di chiudere questo capitolo e di disegnare un’alternativa netta all’insegna di un ritorno effettivo alla democrazia moderna e costituzionale e di superamento del capitalismo familiare ed oligopolistico che in molti paesi, come la Spagna, la Francia e l’Italia, conserva un ruolo centrale non scalzato dagli scarsi tentativi riformatori compiuti negli anni Sessanta e Settanta dai governi di centro-sinistra.
La questione non è quella, da tempo superata, di andare programmaticamente a sinistra o di inseguire misure che incontrerebbero scarso consenso a livello politico ed economico, ma piuttosto di indicare un obbiettivo magari parzialmente utopico, ma che in grado di mobilitare la parte maggiore dei cittadini stufi di dover render omaggio a una visione personalistica e plebiscitaria del potere, lontana dagli ideali democratici che hanno animato le rivoluzioni occidentali negli ultimi tre secoli.
In questo senso una storia come quella italiana può forse suggerire un approdo che si è affacciato più volte alla sinistra ma che non è mai diventato quello centrale, sia perché insidiato dalla vecchia utopia comunista che ha caratterizzato troppo a lungo la storia del maggior partito di opposizione nell’età repubblicana, sia perché è stato incapace di aggregare intorno a sé un gruppo abbastanza ampio di persone disposte a scommettere su un socialismo che è sempre stato minoritario, pur apparendo di continuo nella lunga storia della sinistra europea.
Mi riferisco all’esempio di Carlo Rosselli (1899-1937), fondatore di Giustizia e Libertà e autore di Socialismo liberale (1930, Parigi) che in quegli anni difficili, di ferro e di fuoco con i fascismi al potere in Italia e in Germania e minacciosi in altri paesi europei, ha detto con chiarezza alcune verità ancora attuali e che possono esserci utili contro i populismi per indicare i presupposti di un’alternativa democratica.
Le indico con grande sintesi sperando che qualcuno a sinistra colga l’interesse di una prospettiva complementare alla grande lezione di Gramsci, sempre fondamentale. Nel 1932 Rosselli scrisse nei Quaderni di Giustizia e Libertà che aveva fondato: «Non c’è vera democrazia politica se ci sono grandi diseguaglianze economiche». E legò strettamente il destino del nostro paese all’unificazione politica ed economica dell’Europa. Parlò della necessità di rinnovare profondamente i partiti politici dell’antifascismo e dell’urgenza di caratterizzarli sul piano della loro democrazia interna.
Non a caso Mussolini e Ciano sentirono l’esigenza nel giugno 1937 di troncarne la voce e la vita. Con una brutale violenza. A nessuno interessa oggi una simile prospettiva?

 

l’Unità 31.8.11

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