La Chiesa del dogma in conflitto con lo Stato
Il rapporto tra una Costituzione liberaldemocratica e la Chiesa chiama in causa quello tra la fede e la ragione, tra l’etica promanante dalla religione e la libertà di ciascuno. Infine tra la verità assoluta e quella relativa. Non c’è posto per l’indifferenza.
Voglio oggi intervenire ancora una volta sul tema della nostra Costituzione e dei rapporti tra di essa e la Chiesa cattolica. Cioè, per essere ancora più concreti e per delimitare con precisione l’argomento, tra lo Stato repubblicano e costituzionale e la Santa Sede e gli organi gerarchici che da lei dipendono.
Si tratta d’un tema di permanente attualità; infatti ha connotato
gran parte della vita pubblica italiana, sia durante la monarchia sia
durante la Repubblica, attraverso le varie fasi susseguitesi in
centocinquant’anni di storia: il periodo liberale, il regime fascista,
il quarantennio democristiano e infine gli ultimi quindici anni a
partire dal 1992, la fase di transizione tuttora in corso che ci
porterà non sappiamo dove, una terra incognita resa ancora più incerta
a causa della profonda crisi economica che sta squilibrando gli assetti
sociali del mondo intero. Altre persone qualificate si sono cimentate
su quest’argomento. Ne cito alcune: Gustavo Zagrebelsky anzitutto, ed
anche Schiavone, Prosperi, Magris, Rodotà, Mancuso. Il caso Englaro con
tutto il carico di drammaticità e di umanità sofferente di cui era
pervaso, ha sottolineato l’attualità del tema rendendolo ancora più
palpitante e alzando i toni d’un conflitto che sembrava di natura
soltanto intellettuale ed accademica e che coinvolge invece sentimenti
universali come la sofferenza e la pietà.
Il rapporto tra una Costituzione liberaldemocratica e la Chiesa
chiama in causa quello tra la fede e la ragione, tra l’etica promanante
dalla religione e la libertà di ciascuno. Infine tra la verità assoluta
e quella relativa. Non c’è posto per l’indifferenza. Margini per
compromessi pragmatici esistono ed è bene che siano esplorati, ma sono
esigui perché mettono in gioco principi e valori che non possono essere
imposti né con la spada né con la dittatura delle maggioranze. Il tema
dunque è di rilievo e non eludibile.
Quali sono i pilastri che sorreggono l’architettura d’una Costituzione
liberal-democratica? si è chiesto nel suo intervento sul nostro
giornale Gustavo Zagrebelsky. Ed ha risposto: il diritto di tutte le
opinioni a confrontarsi, la garanzia di poter esercitare i diritti di
libertà, l’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge senza alcuna
eccezione. Questa è ciò che noi chiamiamo la legalità costituzionale e
che lo Stato deve garantire e tutelare. In questa visione è escluso per
definizione che lo Stato possa avere un qualsiasi contenuto etico, cioè
la realizzazione di un valore come propria finalità. Salvo uno: il
valore cui deve tendere uno Stato liberal - democratico è appunto e
soltanto quello di realizzare i principi sopra indicati. Ogni altro
valore gli è estraneo; se mette in causa quei principi fondativi gli
diventa avversario e al limite nemico. Si pone a questo punto la
questione se gli sia estranea, avversaria o addirittura nemica la
Chiesa cattolica. La risposta è il riconoscimento dell’estraneità.
Lo Stato liberal-democratico e la Chiesa cattolica sono due entità
(come del resto recitalo stesso Concordato) che non si incontrano:
operano su piani diversi, si muovono su linee parallele all’infinito
che non potranno mai convergere se non su obiettivi specifici e
delimitati. Si può chiedere a questo punto perché io abbia ristretto il
tema alla Chiesa cattolica e non consideri alla stessa stregua le altre
chiese e le altre religioni.
La risposta è semplice: la Chiesa cattolica è la sola che disponga di
una struttura di potere e di gerarchia. Nessuna delle altre confessioni
cristiane dispone di strutture gerarchiche e centralizzate, nessuna
delle altre religioni storiche si è data un assetto politico. É
accaduto in qualche caso che uno Stato si sia identificato con una
religione e per conseguenza che una religione abbia occupato uno Stato
dando vita ad un regime teocratico. Quando e laddove questo è
accadutole sembianze e la natura dello Stato hanno inevitabilmente
assunto fisionomia integralista, fondamentalista, totalitaria. I
cittadini si sono trasformati infedeli.
Anche la religione si è
trasformata: da movimento spirituale e partecipato è diventata una
struttura di potere. I dissenzienti sono stati considerati non soltanto
eretici rispetto all’ortodossia religiosa ma ribelli rispetto allo
Stato teocratico. Queste sono le ragioni per le quali gli spiriti
religiosi più consapevoli considerano il potere temporale della Chiesa
cattolica come una devianza molto grave con l’effetto inevitabile di
allontanare la Chiesa dal messaggio cristiano e dalla predicazione di
Gesù trasmessa dai Vangeli: «Il mio regno non è di questo mondo» questa
affermazione ricorre con frequenza in tutti i Vangeli, negli Atti,
nelle lettere di Paolo alle prime comunità, nella tradizione patristica
e in tutto il pensiero cristiano. Purtroppo la struttura gerarchica
della Chiesa di Roma assunse fin dal III secolo la dimensione
temporalistica come indispensabile garanzia della propria libertà. Da
quel momento la prassi si discostò dall’affermazione di Cristo che
puntava sul regno extraterreno disinteressandosi ed anzi rinunciando a
qualsiasi tentazione di regno mondano. Rimase l’altra affermazione di
natura però assai diversa: «Date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio
quel che è di Dio».
Qui l’estraneità delle due sfere è simultanea e lascia quindi ampie
zone di reciproca interferenza specie quando lo Stato può riempirsi di
contenuti etici e la Chiesa di contenuti temporalistici. Questa
situazione, dove le due parallele si incontrano, è all’origine di
conflitti drammatici durati secoli, anzi millenni. Con un aspetto
tuttavia positivo che è d’obbligo ricordare: la Chiesa cattolica è
stata contaminata (nel senso positivo del termine) dalla modernità così
come lo Stato è stato a sua volta contaminato dai principi dell’amore e
della solidarietà. Il Concilio Vaticano II fu il momento più alto di
questa contaminazione. Dopo di allora ha avuto inizio un movimento di
riflusso dapprima quasi impercettibile ed ora sempre più evidente,
culminato pochi giorni fa con il rientro del movimento lefebvriano
nella Chiesa di Roma. Un particolare, ma con valenze simboliche,
liturgiche e dottrinali che non possono esser sottovalutate. É vero,
questi problemi riguardano soprattutto il clero e il laicato cattolico.
Soprattutto, ma non esclusivamente. Il riflusso rispetto al Vaticano II
si accompagna al risorgere di una visione temporalistica della Chiesa
che non ha più come obiettivo il possesso e il governo d’uno spazio
territoriale, di un regno terrestre da affiancare al regno celeste. Il
temporalismo attuale ha l’obiettivo di trasformare ovunque sia
possibile (e quindi specialmente in Italia, giardino del Papa per
storica definizione) il peccato in delitto, il precetto dottrinale in
norma, la legge divina in diritto positivo, l’etica religiosa in etica
pubblica, con la conseguenza di imporre ai cittadini comportamenti ed
obblighi non condivisi. Il terreno sul quale questo riflusso temporale
pesa con maggior forza è quello della bioetica, della vita e della
morte. Qui lo spazio pubblico del quale la Chiesa gode legittimamente
si sta trasformando in un’arena di scontro nella quale la gerarchia
episcopale e curiale guida i fedeli ad una battaglia che ha addirittura
coinvolto il Capo dello Stato.
Chi crede nell’immortalità dell’anima e nella beatitudine suprema che
ristora le anime nel regno celeste e bandisce vere e proprie crociate
per conservare una persona che non ha più nulla di quella che fu,
commette un peccato mortale contro la vita, tanto più quando si tratti
di vescovi, di cardinali e perfino del capo della Chiesa di Roma. Il
laicato cattolico non ha dato fin qui segnali rilevanti di
preoccupazione per quanto sta accadendo nella sua Chiesa. Per quel che
se ne sa segnali di disagio e di dissenso sono venuti piuttosto da
vescovi e cardinali non italiani e da una parte non disprezzabile del
clero italiano. Da alcune comunità locali e da alcune località di
rilievo nazionale ed internazionale. Qualche segno di disagio è venuto
anche da alcuni settori di cattolici direttamente impegnati in
politica. Soprattutto nel Partito democratico, dove sono confluiti un
anno fa gran parte degli ex popolari. I giornali hanno dato notevole
rilievo ai parlamentari cattolici del Partito democratico che hanno
votato in favore del disegno di legge governativo sul caso Englaro. E
giusto, ma non tanto per il dissenso con il proprio partito quanto per
il fatto che quel disegno di legge impone un comportamento e impedisce
l’esercizio d’una libera scelta, cosa che un parlamentare democratico
dovrebbe rifiutare in forza della propria coerenza politica. Ma il
fatto che ha avuto in quella circostanza un’importanza almeno pari se
non addirittura maggiore è stato a mio avviso il voto dato da
parlamentari cattolici in dissenso con il messaggio tambureggiante
lanciato dalla Chiesa. Il tema comunque si riproporrà tra poco, quando
sarà affrontata dal Parlamento la legge sul testamento biologico.
E chiaro a tutti che su tali argomenti non può esistere una disciplina di partito, ma è altrettanto chiaro che un partito ha il diritto-dovere di esprimere pubblicamente l’atteggiamento della maggioranza dei propri aderenti. Il test che avremo sotto gli occhi in questa occasione non riguarda dunque il dissenso dei cattolici politicamente impegnati rispetto ai partiti nei quali hanno deciso di militare, ma il loro eventuale dissenso nei confronti del temporalismo cattolico, del distacco cattolico dal Concilio Vaticano II, della regressione dogmatica della gerarchia. Questo sarà il test cui saranno chiamati. La risposta che daranno sarà molto importante per l’evoluzione o l’involuzione della democrazia italiana e della Chiesa.
da La Repubblica 15 Febbraio, 2009

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