La cena di Vespa per sedurre Casini
Può darsi - me lo auguro - che alcuni intellettuali organici a quel nuovo e barbaro potere si siano resi conto della deriva in corso e siano diventati disorganici, secondo una felice definizione di Umberto Eco.
Le domeniche di afa e di solleone
incitano al raccoglimento e a pensieri non degradati dall'attualità. Emerge per
esempio - ed è inconsueta la fonte dalla quale provengono questi segnali - un
sentimento d'infelicità, una noia di vivere tra immagini false e verità mascherate,
il senso d'un declino inarrestabile, la necessità di ricominciare da zero
abbandonando ogni retaggio lungo una strada erta di sassi e opaca per la
polvere che la sommerge.
Le fonti che emettono questi segnali sono inconsuete perché fino a poco tempo
fa essi erano del tutto diversi: si esaltavano conquiste di buon governo,
prevalenza di spiriti liberali, dominanza d'un privato efficiente e sano e un
lodevole ritrarsi d'un pubblico ancora inquinato da ideologie e impoverito da
sprechi e ruberie.
Sembrava - e così veniva fatto credere - che fossimo finalmente entrati in una
fase costruttiva della quale perfino una rinata fede religiosa contribuiva a
rafforzare i lineamenti e gli obiettivi fornendo un plus di valori ad una buona
laicità capace di coniugare la fede con la ragione.
Come mai, nel volger di pochi mesi e addirittura di poche settimane questo
quadro positivo ha lasciato il posto allo sconforto? Perché le tinte rosee che
lo illuminavano hanno di colpo assunto colori foschi dominati da nubi plumbee
cariche di pioggia e di fulmini? Viene in mente che la causa possa essere di
materia economica, la crisi che ha investito l'intero pianeta e in particolare
le economie occidentali dei paesi opulenti.
Ma non è così, non è questa l'origine dei segnali di sconforto: la crisi
infatti è cominciata da oltre due anni e secondo gli esperti ha superato la
fase più acuta; anche se molte preoccupazioni persistono, esse non spiegano
quel sentimento di frustrazione che si va diffondendo e che molti "laudatores"
delle nuove libertà registrano con sconsolato scoramento.
Personalmente non mi stupisco di questo capovolgimento di atmosfera, di questa
caduta di speranze e opacità di futuro. Ho scritto un libro in cui si racconta
la storia di un'epoca che ha alle sue spalle quattro secoli ed ora dà segnali
di estenuazione. Può darsi che non sia il solo ad aver colto il gran finale
della modernità, che ha rappresentato il culmine della civiltà occidentale ed
ora si decompone di fronte ad una sorta d'invasione barbarica che azzera i
retaggi e inventa nuovi linguaggi e nuovi modelli.
La modernità ha dato ciò che poteva ma non si è ancora spenta: sta difendendo i
suoi valori che i nuovi barbari imbrattano e insultano. Può darsi - me lo
auguro - che alcuni intellettuali organici a quel nuovo e barbaro potere si
siano resi conto della deriva in corso e siano diventati disorganici, secondo
una felice definizione di Umberto Eco. Sarebbe un evento fausto. Spero che non
sia un vago miraggio destinato rapidamente a dissipare.
* * *
L'attualità di queste ore ci riporta alle consuete banalità di un potere che si
disarticola giorno dopo giorno: all'indomani d'uno sciopero di tutto il sistema
dell'informazione che ha risposto massicciamente all'appello dei suoi sindacati
e della propria coscienza professionale, il presidente del Consiglio non ha
trovato di meglio che accusare i giornali di sinistra di menzogna e disfattismo
perché racconterebbero un'immagine del paese che sarebbe secondo lui l'opposto
di una realtà positiva, stabilizzata economicamente e socialmente equa.
Nelle stesse ore i sondaggi d'opinione hanno registrato - confrontando i dati
della prima settimana di maggio con la prima di luglio - un calo di fiducia nel
"premier" dal 50 al 41 per cento e un aumento della sfiducia dal 48
al 57.
I sondaggi sono una fotografia del presente e nulla ci dicono su come evolverà,
ma non accadeva da anni uno smottamento così cospicuo del consenso
berlusconiano. La caduta più vistosa si è verificata nel Nordest, nel
Mezzogiorno continentale e nelle isole (specialmente in Sardegna). Il caso
Brancher è stato l'elemento determinante insieme alla manovra economica e alla
legge-bavaglio sull'informazione.
Lo scrittore Salman Rushdie, in un articolo di lunedì scorso sul nostro
giornale, a proposito delle contraddizioni che costellano il nostro presente
cita il romanzo "Gold!" di Joseph Heller e il personaggio
dell'Assistente presidenziale che pronuncia frasi la cui fine contraddice
sistematicamente l'inizio. Eccone una: "Il nostro Presidente non vuole dei
leccapiedi. Ciò che vogliamo sono uomini indipendenti e integri che, una volta
che avremo preso le nostre decisioni, concorderanno con ognuna di esse".
Purtroppo siamo abituati a questa tecnica dell'imbonimento sotto la quale non
c'è assolutamente nulla.
* * *
La manovra economica è stata un altro macroscopico esempio della
disarticolazione del blocco di consenso berlusconiano. Fino all'ultimo il
presidente del Consiglio ha cercato di disinnescare le mine che scuotevano il
dissenso nelle sue file. Ha ottenuto poco o niente: briciole di piccoli
miglioramenti lobbistici che hanno appagato piccole categorie (rinvio delle
multe sul latte, compensazione tra debiti e crediti verso il fisco in favore di
alcuni settori industriali) senza alcun piano coerente.
La coerenza è così rimasta quella di Tremonti che ha ormai portato in salvo la
sua manovra da 25 miliardi invocando l'Europa come madre di queste restrizioni
che tutti i paesi membri hanno adottato e che Berlusconi alla fine ha dovuto
sottoscrivere.
Il problema non è se la manovra tremontiana dovesse farsi oppure no.
Abbiamo più volte scritto e qui lo ripetiamo che la manovra che ha come
obiettivo la stabilizzazione del debito pubblico era necessaria. I criteri
possono essere controversi ma l'aggiustamento sui Ministeri e sulle Regioni era
indispensabile.
Il problema riguarda la seconda parte della manovra, quella che non è mai stata
scritta perché Tremonti, sostenuto dalla Commissione di Bruxelles e soprattutto
da Bce e dal suo presidente Trichet, si è rifiutato di prenderla in
considerazione: cioè gli stimoli alla crescita e il sostegno della domanda, dei
redditi medio bassi e degli investimenti che ne conseguono.
Paul Krugman, premio Nobel per l'Economia, ha ricordato in una recente intervista
al Sole 24 Ore che nel 1933
l'allora presidente degli Stati Uniti, Herbert Hoover,
lanciava messaggi in tutto simili a quelli che oggi lanciano la Commissione di
Bruxelles, la Banca
centrale europea e il governo della Germania federale: rigore rigore rigore, è
questa la sola ricetta che scoraggia la speculazione e farà aumentare la
domanda quando gli effetti di stabilizzazione saranno consolidati.
Quando Franklin D. Roosevelt arrivò alla Casa Bianca pochi mesi dopo l'economia
americana era alla canna del gas. Avesse tardato ancora a mettere in opera la
reflazione, il sistema sarebbe crollato ancor più di quanto stava avvenendo,
con una crisi che ancora non era stata domata nel 1937, cioè otto anni dopo il
suo primo insorgere.
Tremonti si ripara dietro le spalle dell'Europa, Berlusconi non ha alcun piano
alternativo da contrapporgli poiché ha le mani legate dal suo
"mantra" di non toccare le tasse. Mantra già smentito dai fatti
poiché per tacitare almeno i Comuni e le Province Tremonti ha concesso la
"tassa di servizio", nuova imposta di cui gli enti locali si
serviranno per sopravvivere e che gli procurerà 5 miliardi l'anno. Ecco il
primo buco nelle tasche degli italiani, cui altri inevitabilmente seguiranno,
purtroppo senza sortire effetto desiderabile di rilanciare la crescita. Ci
vorrebbe infatti un programma coerente, non uno stillicidio lobbistico.
L'opposizione ha promesso che lo sta studiando. Si sbrighi e poi lo ponga come
base di una politica forte e innovativa. Il tempo non aspetta.
* * *
Nel frattempo c'è anche chi trova il tempo per festeggiare in pompa magna il
cinquantenario giornalistico di Bruno Vespa. Cena giovedì scorso
nell'abitazione del conduttore - padrone di "Porta a Porta" ospiti
con le rispettive consorti: Gianni Letta, Mario Draghi, Cesare Geronzi e Pier
Ferdinando Casini; Silvio Berlusconi con la figlia Marina e il cardinale
segretario di Stato, Bertone, ovviamente celibe.
Sembra si sia parlato di tutto, manovra economica compresa. Forse anche dei
Mondiali di calcio e della non brillante performance degli "azzurri".
Forse di intercettazioni. Sicuramente dell'invito a "Pier" di tornare
a casa, cioè nell'alleanza di centrodestra. Berlusconi gli avrebbe proposto di
rifondare la Dc,
gli avrebbe offerto il ministero dello Sviluppo, forse quello degli Esteri,
sicuramente la vicepresidenza del Csm. Casini avrebbe ringraziato ma declinato,
a meno che non si passi attraverso una formale crisi di governo. Letta ha
concluso che tutto è rinviato ma qualche cosa è cominciato.
Mentre scrivo mi arriva sul tavolo un'Ansa con un comunicato ufficiale
del ministro dell'Interno, Bobo Maroni. Con riferimento appunto alla cena di
Vespa, Maroni accusa la classe politica d'esser tornata ai salotti del 1992,
aggiunge che qualunque ritorno al governo dell'Udc provocherebbe l'immediata
uscita dal medesimo della Lega e comunica che in caso di crisi ministeriale la Lega chiederebbe l'immediato
ritorno del popolo sovrano alle urne. Una specie di convitato di pietra che si
è fatto vivo con ventiquattr'ore di ritardo per stabilire chi è il padrone del
vapore in questo momento.
Non si hanno altre notizie su quella cena, soprattutto sul ruolo di Draghi,
Geronzi e Bertone nella conversazione. Si strologa. Che altro si può fare?
Geronzi si è complimentato con Draghi per il suo lavoro allo Stability
Financial Forum. Draghi con Bertone per l'efficienza del volontariato
cattolico. Bertone con Marina per le opere di assistenza da lei finanziate.
Casini ha chiesto notizie a Marina sulla causa in corso con De Benedetti per il
risarcimento del danno subito dalla Cir per il lodo Mondadori. Berlusconi ha
pestato un piede alla figlia e le ha fatto gli occhiacci affinché lasciasse
cadere la domanda. Marina non ha capito e ha fatto cadere in terra il
tovagliolo. Bertone s'è inchinato per raccoglierlo ma ha dato una testata al
bordo del tavolo.
Letta ha pregato la padrona di casa di portare ghiaccio e bende di lino per la
fronte del porporato. Vespa ha versato champagne nei calici, il premier ha
gridato Viva Vespa, ricordando il Viva Verdi che infiammava le riunioni dei
cospiratori giacobini del Risorgimento. Vespa ha obiettato che i presenti non
erano né cospiratori né tanto meno giacobini.
Alla fine sono tutti usciti da un portoncino laterale su piazza Mignanelli.
Notte afosa. Nuvole di zanzare intorno alla fontana della Barcaccia. La
macchina nera targata Vaticano ha sgommato verso il Babuino. Un ragazzotto in
maglietta ha detto ad un altro che era con lui: "Aò, là drento c'era 'n
cardinale. Chissà 'n do va a quest'ora". "Ma che te frega a te"
ha risposto l'altro. "Annerà a pregà per i peccati der prossimo e pe li
sua".
[I fatti qui riferiti sono di pura fantasia. Ogni riferimento è puramente
casuale].
http://www.repubblica.it (11 luglio 2010)

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