La camorra alla conquista dei partiti in Campania
Per i clan la sola differenza è tra uomini avvicinabili, uomini "loro", e i pochi politici che non lo sono. Se la politica non vuole essere una stampella di un'altra gestione del potere, deve correre ai ripari.
Quando un'organizzazione può decidere del destino di un
partito controllandone le tessere, quando può pesare sulla presidenza di una
Regione, quando può infiltrarsi con assoluta dimestichezza e altrettanta
noncuranza in opposizione e maggioranza, quando può decidere le sorti di quasi
sei milioni di cittadini, non ci troviamo di fronte a un'emergenza, a
un'anomalia, a un "caso Campania". Ma al cospetto di una presa di
potere già avvenuta della quale ora riusciamo semplicemente a mettere insieme
alcuni segni e sintomi palesi.
Sembra persino riduttivo il ricorso alla tradizionale metafora del cancro:
utile, forse, soprattutto per mostrare il meccanismo parassitario con cui
avviene l'occupazione dello Stato democratico da parte di un sistema affaristico-politico-mafioso.
Ora che le organizzazioni criminali decidono gli equilibri politici, è la
politica ad essere chiamata a dare una risposta immediata e netta. Nicola
Cosentino, attuale sottosegretario all'Economia e coordinatore del Pdl in
Campania, fino a qualche giorno fa era l'indiscusso candidato alla presidenza
della Regione. Nicola Cosentino, detto "o'mericano", è stato indicato
da cinque pentiti come uomo organico agli interessi dei Casalesi: tra le
deposizioni figurano quelle di Carmine Schiavone, cugino di Sandokan, nonché di
Dario de Simone, altro ex capo ma soprattutto uno dei pentiti che si sono
rivelati fra i più affidabili al processo Spartacus.
Per ora non ci sono cause pendenti sulla sua testa e le dichiarazioni dei
collaboratori di giustizia sono al vaglio della magistratura. Nicola Cosentino
si difende affermando di non poter essere accusato della sua nascita a Casal di
Principe, né dei legami stretti anni fa da alcuni suoi familiari con esponenti
del clan. Però da parte sua sono sempre mancate inequivocabili prese di
distanza e questo, in un territorio come quello casertano, sarebbe già stato
sufficiente per tenere sotto stretta sorveglianza la sua carriera politica.
Invece l'ascesa di Cosentino non ha trovato ostacoli: da coordinatore
provinciale a coordinatore regionale, da candidato alla Provincia di Caserta a
sottosegretario dell'attuale governo. E solo ora che aspira alla carica di
Governatore, finalmente qualcuno si sveglia e si chiede: chi è Nicola
Cosentino? Perché solo ora si accorgono che non è idoneo come presidente di
regione?
Perché si è permesso che l'unico sviluppo di questi
territori fosse costruire mastodontici centri commerciali (tra cui il Centro
Campania, uno dei più grandi al mondo) che sistematicamente andavano ad
ingrassare gli affari dei clan. Come ha dichiarato il capo dell'antimafia di
Napoli Cafiero de Raho "è stato accertato che sarebbe stato imposto non
solo il pagamento di tangenti per 450 mila euro (per ogni lavoro ndr) ma anche
l'affidamento di subappalti in favore di ditte segnalate da Pasquale
Zagaria". Lo stesso è accaduto con Ikea, che come denunciato al Senato nel
2004 è sorto su un terreno già confiscato al capocamorra Magliulo Vincenzo, e
viene dallo Stato ceduto ad una azienda legata ai clan. Nulla può muoversi se
il cemento dei clan non benedice ogni lavoro.
Secondo Gaetano Vassallo, il pentito dei rifiuti facente parte della fazione
Bidognetti, Cosentino insieme a Luigi Cesaro, altro parlamentare Pdl assai
potente, in zona controllava per il clan il consorzio Eco4, ossia la parte
"semilegale" del business dell'immondizia che ha già chiesto il
tributo di sangue di una vittima eccellente: Michele Orsi, uno dei fratelli che
gestivano il consorzio, viene freddato a giugno dell'anno scorso in centro a
Casal di Principe, poco prima che fosse chiamato a testimoniare a un processo.
Il consorzio operava in tutto il basso casertano sino all'area di Mondragone
dove sarebbe invece - sempre secondo il pentito Gaetano Vassallo - Cosimo
Chianese, il fedelissimo di Mario Landolfi, ex uomo di An, a curare gli
interessi del clan La
Torre. Interessi che riguardano da un lato ciò che fa girare
il danaro: tangenti e subappalti, nonché la prassi di sversare rifiuti tossici
in discariche destinate a rifiuti urbani, finendo per rivestire di un osceno
manto legale l'avvelenamento sistematico campano incominciato a partire dagli
anni Novanta. Dall'altro lato assunzioni che garantiscono voti ossia
stabilizzano il consenso e il potere politico.
Districare i piani è quasi impossibile, così come è impossibile trovare le
differenze tra economia legale e economia criminale, distinguere il profilo di
un costruttore legato ai clan ed un costruttore indipendente e pulito. Ed è
impossibile distinguere fra destra e sinistra perché per i clan la sola
differenza è quella che passa tra uomini avvicinabili, ovvero uomini
"loro", e i pochi, troppo pochi e sempre troppo deboli esponenti
politici che non lo sono. E, infine, è pura illusione pensare che possa
esistere una gestione clientelare "vecchia maniera", ossia fondata
certo su favori elargiti su larga scala, ma aliena dalla contaminazione con la
camorra. Per quanto Clemente Mastella possa dichiarare: "Io non ho nessuna
attinenza con i clan e vivo in una provincia dove questo fenomeno non c'è, o
almeno non c'era fino a poco fa", sta di fatto che un filone
dell'inchiesta sullo scandalo che ha investito lui, la sua famiglia e il suo
partito sia ora al vaglio dell'Antimafia. I pubblici ministeri starebbero
indagando sul business connesso alla tutela ambientale; si ipotizza il
coinvolgimento oltre che degli stessi Casalesi anche del clan Belforte di
Marcianise. Il tramite di queste operazioni sarebbe Nicola Ferraro, anch'egli
nativo di Casal di Principe, consigliere regionale dell'Udeur, nonché
segretario del partito in Campania. Di Ferraro, imprenditore nel settore dei
rifiuti, va ricordato che alla sua azienda fu negato il certificato antimafia;
ciò non gli ha impedito di fare carriera in politica. E questo è un fatto.
Di nuovo, non è l'aspetto folkloristico, la Porsche Cayenne
comprata dal figlio di Mastella Pellegrino da un concessionario marcianisano
attualmente detenuto al 416-bis, a dover attirare l'attenzione. L'aspetto più
importante è vedere cos'è stato il sistema Mastella - un sistema che per
trent'anni ha rappresentato la continuità della politica feudale meridionale -
e che cosa è divenuto. Oggi, persino se le indagini giudiziarie dovessero dare
esiti diversi, non si può fingere di non vedere che Ceppaloni confina con Casal
di Principe o vi si sovrappone. E il nome di Casale qui non ha valenza solo
simbolica, ma è richiamo preciso alla più potente, meglio organizzata e meglio
diversificata organizzazione criminale della regione.
Per la camorra - abbiamo detto - destra e sinistra non esistono. Il Pd dovrebbe
chiedersi, ad esempio, come è possibile che in un solo pomeriggio a Napoli
aderiscano in seimila. Chi sono tutti quei nuovi iscritti, chi li ha raccolti,
chi li ha mandati a fare incetta di tessere? Da chi è formata la base di un
partito che a Napoli e provincia conta circa 60.000 tesserati, 10.000 in provincia di
Caserta, 12.000 in
quella di Salerno, 6.000 ciascuno nelle restanti province di Avellino e
Benevento? Chiedersi se è normale che il solo casertano abbia più iscritti dell'intera
Lombardia, se non sia curioso che in alcuni comuni alle recenti elezioni
provinciali, i voti effettivamente espressi in favore del partito erano
inferiori al numero delle tessere. Perché la dirigenza del Pd non è intervenuta
subito su questo scandalo?
Che razza di militanti sono quelli che non vanno a votare, o meglio: vanno a
votare solo laddove il loro voto serve? E quel che serve, probabilmente, è il
voto alle primarie, soprattutto nella prima ipotesi che fosse accessibile solo
ai membri tesserati. Questo è il sospetto sempre più forte, mentre altri fatti
sono certezza. Come la morte di Gino Tommasino, consigliere comunale Pd di
Castellammare di Stabia, ucciso nel febbraio dell'anno scorso da un commando di
cui faceva parte anche un suo compagno di partito. O la presenza al matrimonio
della nipote del ex boss Carmine Alfieri del sindaco di Pompei Claudio
d'Alessio.
L'unica cosa da fare è azzerare tutto. Azzerare le dirigenze, interrompere i
processi di selezione in corso, sia per la candidatura alla Regione che per le
primarie del Pd, all'occorrenza invalidare i risultati. Non è più pensabile
lasciare la politica in mano a chi la svende a interessi criminali o feudali.
Non basta più affidare il risanamento di questa situazione all'azione del potere
giudiziario. Non basterebbe neppure in un Paese in cui la magistratura non
fosse al centro di polemiche e i tempi della giustizia non fossero lunghi come
nel nostro. È la politica, solo la politica che deve assumersi la
responsabilità dei danni che ha creato. Azzerare e non ricandidare più tutti
quei politici divenuti potenti non sulle idee, non su carisma, non sui progetti
ma sulle clientele, sul talento di riuscire a spartire posti e quindi ricevere
voti.
Mentre la politica si disinteressava della mafia, la mafia si è interessata
alla politica cooptandola sistematicamente. Ieri a Casapesenna, il paese di
Michele Zagaria, è morto un uomo, un politico, il cui nome non è mai uscito
dalle cronache locali. Si chiamava Antonio Cangiano, nel 1988 era vicesindaco e
si rifiutò di far vincere un appalto a un'impresa legata al clan. Per questo
gli tesero un agguato. Lo colpirono alla schiena, da dietro, in quattro, in
piazza: non per ucciderlo ma solo per immobilizzarlo, paralizzarlo. Tonino
Cangiano ha vissuto ventun'anni su una sedia a rotelle, ma non si è mai
piegato. Non si è nemmeno perso d'animo quando tre anni fa coloro che riteneva
responsabili di quel supplizio sono stati assolti per insufficienza di prove.
Se la politica, persino la peggiore, non vuole rassegnarsi ad essere mero
simulacro, semplice stampella di un'altra gestione del potere, è ora che corra
drasticamente ai ripari. Per mero istinto di sopravvivenza, ancora prima che
per "questione morale". Non è impossibile. O testimonia l'immagine emblematica
e reale di Tonino che negli anni aveva dovuto subire numerosi e dolorosi
interventi terminati con l'amputazione delle gambe, un corpo dimezzato, ma il
cui pensiero, la cui parola, la cui voglia di lottare continuava a prendersi
ogni libertà di movimento. Un uomo senza gambe che cammina dritto e libero,
questo è oggi il contrario di ciò che rappresentano il Sud e la Campania. È ciò da cui
si dovrebbe finalmente ricominciare.
© 2009 Roberto Saviano. Published by arrangement with Roberto Santachiara
Literary Agency
http://www.repubblica.it (24 ottobre 2009)

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