L’università del servilismo. Tre proposte per una riforma
"Cari colleghi, è il momento di proporre noi stessi una riforma del reclutamento universitario che estirpi ogni radice di corruzione, servitù mentale e potere di consorteria. "
“Preso atto dell’insussistenza di rapporti di parentela o affinità fino al IV
grado tra i commissari e i candidati, o i commissari medesimi, la Commissione procede…”.
Un attimo di smarrimento può attenuare la tua residua lucidità, mentre firmi anche
quella pagina del poderoso verbale che sta per essere consegnato agli uffici
competenti. Cosa si intenderà per affinità di quarto grado?
L’interdetto misterioso che potrebbe, come il fulmine di Giove, piombare sulla
fittissima trama di scambi, negoziati, accordi, ricordi, ripicche e ricatti che
da anni si intreccia intorno a questa Procedura di Valutazione Comparativa (che
vuol dire concorso a posti di ruolo nell’Università italiana), e confondere in
una gioiosa deflagrazione vincitori e vinti, “cordate” e corde, presidenti e
segretari? Il fuoco purificatore che brucerà le novanta pagine di convergenze
parallele su cui si fonderanno la cattedra di Tizio e il destino precario e
ramingo di Caio e Sempronio? La maestà della Legge si profila per un attimo, misteriosa
e sublime, sopra le bassure afose dell’associazione di stampo accademico. Breve
sogno. Il plico è chiuso. La procedura di svalutazione comparativa di tutti i
valori, consumata. I cellulari ricominciano a trillare festosi.
La cosa che colpisce di più in questo genere di circostanze è la raffinatezza
della Legge, il suo occhio di lince che scruta ogni più lontana possibilità di
nefandezze e ce ne preserva, l’acuto della grida (manzoniana) che trafigge il
nostro cuore impuro. Le affinità, ancorché di quarto grado: eh no perbacco, in
nome della Legge!
Ma gli scambi e gli accordi, quelli sì. I voti negoziati ad uno ad uno dai
gruppi di pressione che hanno abbastanza potere per promettere posti,
ipotecando concorsi futuri, quelli sì. I risultati invariabilmente noti prima,
quelli pure – e ci mancherebbe, son cose che ci vogliono anni a preparare: non
vorrai lasciar fare al caso, no? Ci sono in ballo i propri allievi, mica
noccioline. E se uno è bravo, bisogna pure che ci sia una cordata a sostenerlo
(anni di telefonate, negoziati, accordi, scambi), non vuoi mica che perda, no?
E allora uno che è bravo ma è solo un individuo, non ha che la sua mente, i
suoi lavori, le sue scoperte, e nessuno che lo “porti”? Cambi paese, o
mestiere. E poi chi lo dice che è bravo? Se non c’è neppure uno straccio di
telefonata che lo raccomandi, come lo valutiamo? Non vorremo mica ridurci a
leggere i suoi lavori? Del resto, come diceva un famoso barone, a mettere in
cattedra uno bravo son capaci tutti: il tuo potere si vede da quanti cretini
sei riuscito a metterci. E poi cosa pretendi: è quell’università lì che paga il
posto, non vorrai mica affossare il candidato locale? Fai anche tu del bene,
piuttosto: in cambio del voto al tizio per cui hanno chiesto il posto, fatti
votare il tuo che è bravo, no? Non vorrai sacrificarlo a un principio astratto
di purezza?
No ai tagli, sì al cambiamento
Cari colleghi, è vero che bisogna difendere l’università dai tagli, ma è questa
l’università che vogliamo? O non sarebbe piuttosto un’università dove
nessuno può avere un posto né fare carriera là dove ha studiato, essere
promosso e reclutato dal professore che lo ha laureato e addottorato, come nei
paesi dove ricerca e merito valgono qualcosa? Dove la dignità anche morale
dell’insegnamento viene associata all’eccellenza disinteressata e non al potere
delle cordate (cioè mafie), anche di quelle che si credono virtuose? Dove
l’idea stessa di fare e ricevere telefonate per raccogliere voti per i propri
allievi sia, come è nei paesi in cui l’etica esiste, ragione di vergogna e
disonore, e non di paradossale orgoglio?
La cosa più triste e irreparabile è che né le personalità autentiche né le vere
comunità scientifiche possono allignare in questo brodo. Perché le prime non
tollerano le consegne di scuderia e le seconde le logiche locali. E se
l’università non serve a produrre né le prime né le seconde, a cosa serve
allora? Che maestri saremo stati, che maestri usciranno da tutte le nostre
svalutazioni comparative della libertà, del disinteresse e dell’etica? E come
facciamo a prendercela contro i conflitti di interessi altrui, se restiamo
immersi fino ai capelli nei nostri?
Credo, cari colleghi, che se vogliamo salvare l’università dai tagli dobbiamo
essere noi a proporre la prima riforma radicale. Tutti sanno che non sto
parlando di un caso particolare, ma di un sistema. Il male di questo sistema è
di trarre il peggio anche dal meglio. Voglio dire: è inevitabile credere che
alcuni dei propri allievi siano bravi e comparativamente migliori di altri, nostri
o (soprattutto) altrui. Spesso ci facciamo questo giudizio proprio dei più
docili, di quelli che meglio ci hanno aiutati, che meglio hanno valorizzato il
nostro pensiero. Non c’è niente di male in questo, a volte questi giudizi
possono anche essere giusti. Sarebbe totalmente innaturale pretendere da
ciascuno di non avere queste convinzioni. Ecco perché – come sempre –una regola
giusta è quella che non consente alla buona fede dei singoli di operare
direttamente (e naturalmente neanche alla malafede, ma io sono disposta a
concedere che quelli di malafede siano una minoranza dei casi). Provo allora a
immaginare alcune regole per una riforma degna del nome, che i docenti e i
ricercatori stessi, e i loro organi di rappresentanza, a mio parere dovrebbero
proporre.
Una proposta in tre punti
La prima regola sarebbe quella che stabilisce l’impossibilità da parte di un
bravo laureato di un’università di cominciare la sua carriera, anche già a
partire dal dottorato di ricerca, ma a maggior ragione per i passi successivi,
in quella stessa università. Il male effettivo, se non assoluto, è che le
stesse persone che hanno “allevato” degli studiosi debbano poi “giudicarli”. E’
questo meccanismo che distrugge qualunque forma, non dico di equità
procedurale, ma addirittura di oggettività, perfino nella forma più debole
dell’intersoggettività. Per questo fin dalla recluta dei dottorandi dovrebbe
valere il principio che il dottorato lo si faccia in un’altra università da
quella di provenienza: anche perché l’eccellenza di un’università si
misurerebbe proprio dalla sua capacità di attirare i migliori potenziali
ricercatori, e non certo da quella di promuovere i propri, che crea fin
dall’inizio arrivismo e servilismo. Ma a maggior ragione questa regola dovrebbe
valere per ciascuno dei posti di ruolo, a tempo determinato o indeterminato.
La condizione elementare della terzietà del giudicante è precisamente quella
che il nostro sistema di scambi è fatto per eludere senza eccezioni: questa
prima regola gli toglierebbe un po’ di motivazione iniziale, ma è prevedibile
che anch’essa ricomincerebbe ad essere aggirata.
La seconda regola dovrebbe dunque semplicemente abolire ogni forma di legame
fra una data università e le commissioni che valutano le candidature. Questo
effetto potrebbe ottenersi, nel caso si adottasse un sistema di idoneità
nazionali con una commissione di volta in volta appropriata, costituendo le
commissioni esclusivamente sulla base di sorteggio fra tutti i docenti
della disciplina o gruppo di discipline in questione: sorteggio non preceduto
da votazioni che eleggano i sorteggiabili, perché si sa che è nella richiesta e
nello scambio dei voti già a questo livello che cominciano a costituirsi i
gruppi di pressione.
Ma poiché comprensibilmente debbono essere le singole università, in base alle
loro esigenze, alle loro vicende interne, al loro bilancio, a offrire posti a
tempo determinato o indeterminato, occorre anche che esse possano attingere,
per le loro chiamate, a coloro che questa commissione nazionale avesse giudicato
idonei. Qui il rischio da evitare è: todos caballeros. Che cioè si
abbondi nel riconoscere idoneità, contando su offerte di posti a venire. Del
resto è soprattutto dove ci sono in palio almeno due idoneità, che gli scambi
si intensificano: perché ce ne è il materiale.
Dire basta alle "consorterie"
La terza regola sarebbe dunque che per ogni posto bandito venga costituita una
commissione (nazionale, e in base alle regole precedenti), la quale possa
riconoscere una ed una sola persona idonea (ad occupare quel posto) – e nessun
altra idoneità (ad essere per esempio promosso, pur restando nella propria
università).
Comunque si possano migliorare queste proposte, mi sembra che non possiamo più
rinviare il momento di proporre noi stessi una riforma del reclutamento che
estirpi ogni radice di corruzione, e ci assicuri almeno per l’avvenire
giustizia e riconoscimento esclusivo al merito, all’intelligenza, alla
creatività. Invece di continuare a mantenere un sistema di cui molti di noi si
lamentano, come se non fossimo noi che accettandolo e facendolo funzionare ne
siamo infine responsabili. Solo a questa condizione, mi sembra, sarà
giustificata una lotta senza quartiere ai tagli indiscriminati che l’attuale
maggioranza vuole imporre. Invece senza questo nostro nuovo impegno “virtuoso”,
che sconvolga e distrugga dall’interno i meccanismi della servitù mentale e del
potere di consorteria, ogni nostra resistenza darà soltanto argomenti sempre
più forti a quei politici per i quali la cultura, la scienza, l’arte e il
pensiero sono solo fastidiosi impedimenti sulla via della conformazione totale
del Paese alla libertà dei servi.
il Fatto Quotidiano, 24 luglio 2010

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