L’ultimo rogo delle donne
Era il 25 marzo 1911, un incendio divampò nella camiceria "Triangle Shirtwaist", a New York. Dei centoquarantasei morti, centoventinove erano ragazze: siciliane, russe, ucraine. Le fiamme divennero simbolo dello sfruttamento femminile e cambiarono la coscienza americana.
Fu lo spaventoso crogiolo dell´immigrazione, la fonderia umana nella quale si
fusero per sempre i corpi, le identità e le nazionalità dai quali sarebbe nata la New York che conosciamo.
Erano soprattutto donne, italiane e ucraine, russe e palestinesi, rumene e
irlandesi, le cucitrici che furono consumate insieme un secolo fa esatto nel
rogo della camiceria "Triangle Shirtwaist" del Village, negli appena
diciotto minuti trascorsi fra il primo grido di «Al fuoco! Al fuoco!» e lo
spegnimento. Alla fine furono centoquarantasei morti, tutti fra i sedici e i
ventitré anni, piccole schiave incatenate alle macchine per cucire e ai tavoli
per il taglio della tela ai quali furono trovate fuse insieme. New York avrebbe
dovuto attendere novant´anni, fino all´11 settembre 2001, per subire una carneficina
più orribile.
Fu il rogo che cambiò e sigillò il destino di una grande città e di chi ci
avrebbe vissuto e lavorato dentro, secondo un canovaccio terribile e ripetuto
tante volte nella storia americana periodicamente illuminata da immensi
incendi, nella Chicago dei mattatoi industriali, nella San Francisco degli
avventurieri, nella Atlanta sconfitta dalla Guerra civile, nella New York
selvaggia del primo Novecento, come se il parto doloroso di questa grande
nazione avesse bisogno di un falò, per ripartire. Ma di storia, di destini da
Roma di Nerone, di crogioli che scuotessero anche le autorità giudiziarie e
politiche dal loro comodo, e spesso corrotto, laissez faire, alle
centoventinove camiciaie e ai loro diciassette colleghi maschi nell´East Village
poco importava.
A Bessie la russa, a Peppina e Concetta le italiane, a Fannie l´ucraina,
vittime identificate a fatica e alcune soltanto ora e finalmente sepolte con un
nome nel cimitero immenso dei "Sempreverdi" fra Brooklyn e Queens, da
un ricercatore ossessionato da quell´incendio, importava soltanto guadagnare
quello che il capo reparto decideva di pagarle alla fine di ogni giorno. Non
c´erano salari fissi né contratti sindacali. Un dollaro, due al giorno, mai di
più, per restare entro i costi previsti dai due proprietari della azienda:
diciotto dollari ogni dodici camicie, un dollaro e mezzo a camicia.
Poche di loro, in quel palazzo di dieci piani a pochi passi da Washington
Square, nel cuore del Village, chiamato Asch Building, parlavano inglese e capirono
che cosa significasse l´urlo che risuonò alle quattro e quarantacinque di un
pomeriggio di primavera 1911, il 25 marzo: «Fire! Fire!». Non che la
comprensione immediata dell´allarme avrebbe potuto fare molta differenza per le
donne e gli uomini che tagliavano, cucivano, lavavano, stiravano e stendevano
le camicie. Lo sweathshop, la fabbrica del sudore, occupava tre piani, tra
l´ottavo e il decimo, e l´ottavo era bloccato. Tutte le porte erano chiuse
dall´esterno e le lavoranti controllate una per una alla fine del turno, perché
non rubassero utensili, forbici, aghi, filo o pezze di prezioso cotone.
Il secchio d´acqua che un impiegato della contabilità, William Bernstein, tentò
di rovesciare sul focolaio acceso, attingendo all´unico rubinetto funzionante
nello stanzone, non avrebbe potuto nulla contro un incendio che trovò, forse
per una cicca accesa, nei mucchi di scampoli accatastati sul pavimento, nelle
camicie stese ai fili e già asciutte, nel legno del pavimento e dei tavoli, il
combustibile ideale. I racconti dei pochi superstiti, come Bernstein che
testimoniò al processo contro i due soci proprietari della "Camiceria
Triangolo" condannati per omicidio, sono pagine tratte dall´immaginario
infernale da catechismo.
Sono scene di donne già in fiamme che correvano cercando di sfuggire al fuoco
che stava bruciando le gonne e i capelli, tuffi silenziosi e senza grida di
altre che si lanciavano dalle finestre scegliendo il suicidio, fotogrammi di
ragazzine «semplicemente impietrite», disse Bernstein, incapaci di muoversi e
di reagire. Immobili nell´attesa certa e rassegnata di diventare torce viventi
o di cadere asfissiate dal fumo. I vigili del fuoco che, incredibilmente,
riusciranno a spegnere un incendio all´ottavo piano in appena diciotto minuti,
troveranno sartine fuse con la macchina per cucire alla quale morirono
abbracciate, come se non avessero voluto separarsi da quell´utensile che aveva
dato loro un mezzo per vivere nella città dove erano approdate.
Molte di loro non sarebbero state identificate per decenni, le ultime per un
secolo, come Elizabeth Adler, rumena di ventiquattro anni, come Maximilian
Florin, russo di ventitré anni, come la "morta numero 85", una caduta
ignota sepolta per novantanove anni con questa lapide, e sarà colei dalle quale
partirà, quasi per caso, il cammino di uno storico appassionato di genealogia,
Michael Hirsch, ossessionato dall´incendio che cambiò New York. La
"vittima numero 85" sarebbe risultata essere la sorella di una
giovane di diciassette anni sepolta in un altro cimitero, sotto una lapide che
ricorda misteriosamente «la sorella uccisa», senza altre indicazioni. Da quella
tomba, Hirsch sarebbe risalito a una pronipote ottuagenaria, pensionata in
Arizona. Da lei, dai suoi confusi ricordi personali di prozie perdute all´inizio
del Novecento, avrebbe scalato l´albero della loro storia e trovato un nome,
nell´elenco delle impiegate della "Camiceria Triangolo", una
scomparsa dopo il 25 marzo 1911. E da lì sarebbe risalito alla tomba del
cimitero di Brooklyn, finalmente dando un nome a quei resti: Maria Giuseppina
Lauletti. Siciliana di vent´anni.
Con lei, l´appello dei morti è stato completato. Sotto il monumento che ricorda
quel giorno, sono stati scritti i nomi degli ultimi sei ignoti, Max Florin,
Concetta Prestifilippo, Josephine Cammarata, Dora Evans and Fannie Rosen e un
atto di pietà è stato scritto. Ma il vero memoriale al rogo delle cucitrici non
è in quel cimitero. È nella carne viva della città, che la strage cambiò per
sempre e che anche il più "casual" dei turisti può vedere, senza
neppure saperlo. Il processo contro i due soci proprietari, che le autorità
cittadine perseguirono con tutta la furia e la severità di chi sapeva di avere
la coda di paglia politicamente infiammabile quanto quelle camicie, riscrisse e
impose la normativa antincendio nella città cresciuta senza regole. Costruì e
rese obbligatorie ovunque quelle scale esterne che oggi si vedono pendere dagli
edifici più bassi e che ogni film poliziesco o di horror usa per gli incubi
degli spettatori. Cominciò la bonifica dei tenement, quei termitai in affitto,
come dice il nome, dove le onde umane dei nuovi immigrati si accatastavano una
sull´altra facendo di New York all´inizio del secolo scorso la città più
densamente popolata del mondo. I regolamenti per la bonifica dei tenement
esistevano già da dieci anni, ma né il Comune, né la polizia, né la
magistratura si erano mai dati la pena di farli rispettare, nel nome della
crescita rapinosa e della generosità sottobanco dei signori dei termitai. E
quelle ottantacinque ore di lavoro alla settimana che le ragazzine dell´ottavo
piano dovevano subire apparvero, finalmente, intollerabili.
Gli scioperi degli altri schiavi delle macchine per cucire a Philadelphia, a
Baltimora, nel Village e nel Garment District di Manhattan, che ancora esiste
ma langue nella concorrenza impossibile dei nuovi schiavi che tagliano camice e
abiti in Estremo Oriente, incontrarono l´appoggio di un pubblico che, fino a
quel falò, preferiva schierarsi con chi offriva loro, a qualunque prezzo, un
lavoro. Per anni, e invano, altri operai e operai dell´industria tessile
avevano organizzato scioperi. E in un´altra fabbrica del sudore a New York,
pochi anni prima, si sarebbe visto lo spettacolo inaudito e terrorizzante del
primo sciopero indetto e organizzato interamente da donne. I ritocchi salariali
e miglioramenti avevano appena sfiorato le ragazze della "Camiceria
Triangolo", reclutate fra le più giovani, le più timide, le più docili
immigrate dalla Sicilia, dai ghetti d´Ucraina e di Russia. Lo Asch Building è
ancora lì dov´era nel pomeriggio del 25 marzo 1911, ribattezzato Brown Building
e oggi parte della New York University alla quale fu donato. È un edificio poco
interessante, nella banalità dello stile neo rinascimentale che disseminò di palazzi
simili le città americane, e alle finestre dell´ottavo piano, oggi sede di
rispettabili studenti e insegnanti di scienze, c´è qualche condizionatore
d´aria. È un luogo un po´ freddino, poco trafficato, stranamente silenzioso
nonostante la prossimità con Washington Square, il cuore del Village. Non entra
in nessuna foto o videoclip ricordo del viaggio a New York. Si incrociano
giovani, studenti, soprattutto studentesse, belle, serie, sorridenti, decise,
occupate a vivere quel sogno che altre ragazze cucirono anche per loro, con la
propria vita.
Repubblica 6.3.11

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