L’insidiosa democrazia dell’applauso. Il monito di Bobbio
A cento anni dalla nascita, Paolo Flores d’Arcais e Marco Revelli ricordano il giurista e politologo torinese.
Paolo Flores d’Arcais
Norberto Bobbio è sempre stato un liberale. Tu ed io veniamo invece dalla
sinistra “a sinistra” del Pci. Nulla di più lontano e incompatibile, in
apparenza. E invece con Bobbio il dialogo è stato più facile che con il Pci,
più fecondo, al punto che ha infine messo capo, per lunghi anni, ad un comune
agire. Ricordo che nella federazione giovanile del Pci, che pure era in odore
di eresia, della famosa controversia tra Bobbio e Galvano della Volpe, i testi
di Bobbio venivano letti quasi solo come materiali su cui si era esercitata la
critica del marxista. Ci sfuggiva che invece nel liberalismo di Bobbio, nella
sua coerenza gobettiana, c’era una delle chiavi per uscire a sinistra dal
dogmatismo comunista, compreso lo stalinismo soft del togliattismo. Per
scoprire davvero Bobbio io ho dovuto maturare prima la critica del marxismo
anche nella forma delle sue più accattivanti “eresie”. Il tuo incontro con
Bobbio, invece, a quando risale?
Marco Revelli
Nella prima metà degli anni Sessanta, quando al consiglio d’istituto del nostro
liceo lo invitammo a Cuneo, per una conferenza su Benedetto Croce. Credo che il
titolo esatto fosse “Croce e il liberalismo”. Può sembrare strano oggi, ma
allora si trattò di un fatto di rottura. Nella Cuneo bigotta e clericale,
sempre guidata da un monocolore democristiano, anche quando a Roma c’era già il
centrosinistra, persino Croce faceva scandalo. L’ho poi ritrovato nel ’66,
quando mi iscrissi a Giurisprudenza, a Torino, dove Bobbio insegnava Filosofia
del diritto. Quell’anno teneva uno dei suoi corsi “canonici”, diciamo così, sul
Giusnaturalismo moderno, da Hobbes e Locke a Rousseau, Kant, fino a Kelsen. Più
che il Bobbio “politico” ho conosciuto allora il Bobbio “professore” – la
figura in cui egli si è sempre maggiormente riconosciuto, quella che a mio
avviso meglio lo esprime. Come “professore” ci ha insegnato il dovere del
dubbio metodico nel lavoro intellettuale. Il rispetto delle posizioni
dell’avversario, l’impegno a non ignorarle e neppure ridicolizzarle nel
confronto, ma anzi a valorizzarle, talvolta nobilitandole, se si vuole davvero
dialogare. L’arte della chiarezza. L’idea che quando il linguaggio è oscuro,
fumoso, allusivo, anche il pensiero è incerto. Non c’era ancora stato il
movimento studentesco, il ’68, personalmente non ero ancora a sinistra di
nulla, mi guardavo attorno, ma certo Bobbio ci ha vaccinato contro le
tentazioni del pensiero chiuso e del dogmatismo.
PFd’A: Bobbio è un grandissimo sistematizzatore della
democrazia liberale nella sua coerenza, che non può essere piegata a usi
conservatori se non sfigurandola: questa è la lezione che ci consegna
attraverso la lettura dei grandi classici liberali. La coerenza dei valori su
cui poggia la democrazia liberale porta infatti inevitabilmente all’impegno per
l’eguaglianza, parola oggi impronunciabile persino a sinistra, e che Bobbio
invece coniugherà instancabilmente come indisgiungibile dalla libertà, che
altrimenti si corrompe nel privilegio. E così accadrà a Bobbio quello che è
accaduto a tanti altri intellettuali liberali (non solo di matrice “azionista”,
come Galante Garrone e Sylos-Labini, ma anche esplicitamente conservatrice,
come Sartori o addirittura Montanelli), restando fermo sui suoi principi (per
decenni bollati dal Pci come “borghesi”) si ritroverà accusato di cripto comunismo
e di estremismo, diventerà il bersaglio preferito dei Galli della Loggia. Tu
che hai collaborato con lui per anni, quale era il suo giudizio su questi
liberali anti eguaglianza?
MR: Bobbio, più che un liberale è sempre stato un
liberal-socialista, come buona parte dei militanti del Partito d’Azione. Con un
maggiore accento più sul secondo termine – socialista – che sul primo. E questo
perché l’Eguaglianza – che nel linguaggio “azionista” si traduceva in
“Giustizia” – stava davvero al primo posto nella scala dei valori politici: si
legga la splendida pagina di “Destra e sinistra” in cui Bobbio descrive la
propria reazione, già nell’infanzia, di fronte allo scandalo della
diseguaglianza. Il suo progetto di società giusta si basava sulla formula
“Eguale libertà”, dove la libertà non può essere veramente tale, e pienamente
legittimata, se non egualmente distribuita. Il suo stesso atteggiamento cauto
di fronte al tripudio per il crollo del comunismo, lo dimostra: il primo
pensiero fu, a caldo, su chi, e cosa, avrebbe sostituito dopo di allora
quell’ideologia nell’affermazione dei diritti degli ultimi. Gli attacchi che
subì, anche da parte del gruppo del Corriere, certo lo fecero assai soffrire.
Ma anche in quel caso cercò di prendere sul serio le argomentazioni dell’altro.
Di non liquidarle con un gesto di fastidio. E ritornò più volte sul travagliato
rapporto tra liberal-socialisti e comunisti, con alterne risposte, ma sempre
con la stessa conclusione: dalla lotta contro il fascismo a quella contro
l’Italia della controriforma e della conservazione cieca, il motto era sempre
lo stesso, “né con loro, né contro di loro”, né, possiamo aggiungere, “senza di
loro”.
PFd’A: Il ’68 è stato uno dei momenti chiave, una sorta di
cartina di tornasole, per molti intellettuali di sinistra. Iniziò allora, ad
esempio, in odio al ’68, il progressivo spostarsi a destra di Lucio Colletti,
che divenne sempre più rapido negli anni Settanta, per trasformarsi infine in
un precipitare, prima craxiano e poi berlusconiano. L’anticapitalismo più
radicale, perfino l’elogio leniniano della violenza (sulla scorta del marxiano
“spezzare” la macchina dello Stato), andavano bene se restavano nel cielo delle
dispute ideologiche, ma un movimento che cominci a contestare il potere nelle
università, nelle piazze, addirittura nelle fabbriche… Molto marxismo si rivelò
“marxismo della cattedra”. Del resto anche gli apocalittici anti-borghesi della
scuola di Francoforte entrarono in rotta di collisione con l’azione dei Rudi
Dutschke. Bobbio, che da liberale coerente ha sempre condannato ogni ipotesi di
“spezzare la macchina dello Stato” e ha sempre predicato la realizzazione della
Costituzione, non ha mai fatto sconti al movimento studentesco per quelli che
riteneva degli errori, ma con il movimento dialogò sempre, in un senso non
formale o diplomatico. Cosa ha imparato secondo te la generazione del ’68 dal
suo incontro/scontro con Bobbio?
MR: Temo che la nostra generazione non abbia imparato nulla,
almeno allora, né da Bobbio, né da nessun altro. Lui, invece, il dialogo lo
propugnò e cercò di farlo fin dall’inizio. Il suo primo articolo sul tema,
pubblicato nel gennaio del 1968 sulla rivista “Resistenza”, era intitolato
significativamente “Un dialogo difficile ma necessario”. Il secondo, di marzo, più
pessimista, “Arduo il dialogo con gli studenti”. Poi il rapporto peggiorò. E’
ferito e indignato soprattutto dalla dissacrazione sistematica da parte del
“Movimento” di tutti i valori in cui aveva creduto: la Costituzione, la Resistenza, la
democrazia rappresentativa, la sua tradizione culturale… Nel 1969 scrive un
pezzo aspro, disperato. Ricordando l’amico e compagno Leone Ginzburg, annota, a
proposito della libertà: “Oggi sappiamo che la libertà si può usare per il bene
e per il male… La libertà si può anche sprecare. Si può sprecarla fino al punto
di farla apparire inutile, un bene non necessario, anzi dannoso. E a furia di
sprecarla, un giorno o l’altro (vicino? lontano?) la perderemo. Ce la
toglieranno. Non sappiamo ancora chi: se coloro che abbiamo lasciato prosperare
alla nostra destra o coloro che stanno crescendo tumultuosamente alla nostra
sinistra. Abbiamo comunque il sospetto, alimentato da una continua severa
lezione durata mezzo secolo, che la differenza non sarà molto grande”. Tuttavia
non smetterà, ancora per tutti gli anni Settanta, di cercare il confronto, il
dialogo, con tutte le disparate sinistre che si sono succedute e dilaniate tra
loro.
PFd’A: E’ solo a metà degli anni Settanta che Bobbio diventa
l’intellettuale per antonomasia, il Croce dei suoi giorni. Anche prima era
stato un protagonista del confronto culturale, ho ricordato la sua controversia
con Della Volpe, ancora più importante fu quella con Togliatti. Comunque una
vera svolta nel peso, anche mediatico, che la sua figura eserciterà, avviene a
metà degli anni Settanta, con la fase-uno della stagione craxiana. Quella
caratterizzata dal “Progetto socialista”, da “Mondoperaio”, dalla duplice
alternativa, alla Dc e al Pci, che ha per riferimenti politici Lombardi e
Giolitti e per riferimento ideologico proprio Bobbio. L’anticomunismo come
critica libertaria, o di socialismo liberale (i fratelli Rosselli), non certo
come moderatismo di establishment. Poi segue il Craxismo-due, quello della
“governabilità” e della corruzione. Bobbio tentò a lungo di mantenere la
speranza nel Psi. Tu come ricordi il suo impegno per una sinistra unitaria e
post comunista, che lo spinse alla rottura con il Craxi-due, e alla speranza
nel Berlinguer della questione morale?
MR: La fine della speranza in un qualche progetto politico
avviene in verità per Bobbio già alla fine degli anni Sessanta, quando
abortisce l’unificazione tra Psi e Psdi nel Psu. “Il fallimento di questa
esperienza fu così grave da lasciarmi senza fiato” – confesserà
nell’autobiografia -. “Decisi che quando agivo in politica, sbagliavo, o almeno
avevo la vocazione per le cause sbagliate”. Certo, la svolta “autonomista” del
Psi alla metà degli anni Settanta lo affascinava. Una sinistra emancipata dal
doppio dogmatismo cattolico e comunista (dalle due chiese contrapposte ma
simmetriche) era stata nei sogni degli antichi fautori di una “rivoluzione
democratica” come soluzione dei vizi storici italiani. Ma si rivelò, appunto,
un sogno. Craxi non era un leader, era un “padrone” del partito con tentazioni
cesaristiche. L’articolo di Bobbio su “La Stampa” contro la Democrazia
dell’applauso, in cui stigmatizzava spietatamente la deriva plebiscitaria del
Psi, segna una rottura inequivocabile. E l’adesione convinta alle tematiche
della “questione morale” non solo di Bobbio ma di tutto quel gruppo che
proveniva dal Partito d’azione, come Galante Garrone, Vittorio Foa, Giorgio
Agosti, Giulio Einaudi, ne è la dimostrazione.
PFd’A: Il momento di un partito nuovo sembrava arrivato alla
fine dell’89, dopo la caduta del Muro e con la svolta della Bolognina. Bobbio
non si limitò a fare l’osservatore. Mandò infatti la sua adesione alla
manifestazione della sinistra dei club del 10 febbraio 1990 al Capranica con
queste parole: “Cari amici, non posso essere presente alla manifestazione
perché sto partendo per gli Stati Uniti. Sono pienamente d’accordo con voi
sulla necessità di dar vita a una nuova sinistra che si ispiri, come dite bene,
a una visione laica della politica”. Chiese “un’analisi franca, oggettiva,
spietata, sulle cause della disfatta (dell’intera sinistra)–perché proprio di
una disfatta si tratta –, l’“abbandono di ogni patriottismo di partito” e un
ricambio radicale (“credo che occorrano uomini nuovi”). E concluse: “La
creazione di una nuova sinistra oggi, nel deserto d’idee della politica
quotidiana, è una magnifica avventura”, ammonendo che “il passo più difficile è
quello dalle parole ai fatti”. Che ricordi hai di Bobbio in quei momenti
cruciali?
MR: Se devo essere sincero, ricordo un Bobbio in lento,
silenzioso allontanamento dalla politica. I suoi scritti più significativi
degli anni Novanta sono tutti di carattere morale. Si pensi al “De senectute”.
Si pensi soprattutto a quello che io considero il più bel testo del Bobbio
maturo, il più vero: “L’elogio della mitezza”, “la più impolitica delle virtù”.
Quella che consiste nel “lasciar essere l’altro quello che è”, la forma più
estrema del rispetto dell’altro. L’opposto dell’”arroganza”, della “protervia”
e della “prepotenza”, le doti (o i vizi) prevalenti tra i politici, che vedeva
dilagare nell’Italia avviata alla “Seconda repubblica”. Hai fatto bene a citare
quella frase finale: “Il passo più difficile è quello dalle parole ai fatti”.
Il Bobbio più recente ha l’immagine di un’Italia preda dei suoi vizi storici,
un’Italia “irredimibile” per via politica. Scriverà esplicitamente che dal
trauma di quella terribile caduta consumatasi nella prima metà degli anni
Novanta con l’avvento di Berlusconi – di quella vera e propria “disfatta”, come
la definì – egli non si riprese mai.
PFd’A: Bobbio sul piano culturale è sempre stato un
positivista giuridico e un neoilluminista. In questo mi sembra più attuale che
mai. La norma non si dà in natura, nasce da una decisione umana. E anzi, alla
sua origine (la Grundnorm
di Kelsen) vi è un fatto politico (per l’Italia repubblicana, la Resistenza). Sulla scia
di Hume, Bobbio ha sempre ribadito come non sia logicamente possibile un
passaggio dall’essere al dover essere. Anche se questo comporta il rischio del
nichilismo. Oggi verrebbe accusato di “scientismo”, eppure la sua battaglia
neoilluminista la condusse assieme al massimo esistenzialista italiano, Nicola
Abbagnano. Tenere fermissimi, con Bobbio, scienza e finitezza dell’esistenza,
Hume e Kelsen, mi sembra possa costituire un antidoto più che mai necessario
per una cultura di sinistra in balìa dei vari heideggerismi, habermasismi ed
ermeneutiche.
MR: Bobbio è sempre stato un neopositivista, o meglio un “anti
naturalista”: la natura non può essere legislatrice nel campo sociale e
politico. Lo stato di natura è, hobbesianamente, disordine, invivibilità,
conflitto di tutti contro tutti. L’Ordine umano non può che essere “costruito”
sopra e oltre la
Natura. Possibilmente in modo “razionale”. In ciò la Scienza ha un ruolo
fondamentale come metodo, non come nuovo legislatore. Per questo Bobbio non è
uno “scientista”: non accetta l’idea di un ordine umano vero rivelato per via
scientifica (sarebbe una nuova forma di fallacia naturalistica). E’, se
vogliamo dare etichette, un “contrattualista”. Crede in una costruzione
dell’ordine umano per via logica e dialogica. Attraverso l’elaborazione
razionale di un modello condiviso (e provvisorio) di ordine sociale. In questo
senso il suo discorso è un antidoto a tutte le forme di sostanzialismo
politico. A tutte le idee di un ordine definitivo, rispondente a una qualche
verità assoluta.
PFd’A: Mi sembra che nell’impegno civile e culturale di Bobbio
non siano mancate le contraddizioni. La sua impostazione esclude, logicamente,
ogni morale naturale. Ma poi sull’aborto prende una posizione non lontana da
quella delle gerarchie cattoliche: “Una volta avvenuto il concepimento, il
diritto del concepito può essere soddisfatto soltanto lasciandolo nascere (…)
mi stupisco che i laici lascino ai credenti il privilegio e l’onore di
affermare che non si deve uccidere”.Insomma, l’aborto è un omicidio, l’ovulo
fecondato è, fin dal primo istante, una persona umana a tutti gli effetti. Una
posizione che sfida ogni evidenza scientifica, etica, giuridica, psicologica
(se l’aborto è un omicidio, date le dimensioni del fenomeno è più grave
dell’Olocausto, ma chi davvero considera la donna che ha abortito alla stregua
di un Ss che getta un bambino ebreo nel forno crematorio? Nemmeno il più feroce
integralista di Cl, spero, e certamente non Bobbio). Ho sempre pensato che
questa caduta mistico-reazionaria facesse il paio con un’altra contraddizione,
il suo pacifismo integrale, il “non ucciderai” sempre e comunque, che se
praticato sul serio condannerebbe anche i volontari democratici in Spagna, e la Resistenza.
MR: Ti stupirò, ma io sono d’accordo con le
posizioni prese allora da Bobbio sulla questione dell’aborto. In quella presa
di posizione c’era una reazione, una forma di resistenza, al modo in fondo
superficiale, e facilone, alle forme del linguaggio e dell’argomentazione, con
cui i fautori del legge 194 affermavano le proprie ragioni, quasi che le cose
fossero perfettamente chiare, prive d’implicazioni morali. Come se trattando di
embrioni, e vite non nate si parlasse di cose, di oggetti, disponibili senza
problemi da parte dei loro “possessori”. Bobbio, al contrario, sottolineava il
carattere tragico – comunque tragico – di quelle scelte. Riproponeva l’idea –
radicata profondamente nel suo stesso sistema di pensiero – che nelle
alternative vere, quando si è chiamati a scegliere, qualcosa comunque si
sacrifica. Figuriamoci quando ciò coinvolge i temi della vita e della morte.
Certo, scegliere si deve. Ma non c’è scelta innocente. Non si sceglie il Bene
contro il Male. Nella maggior parte dei casi – e l’aborto è uno di questi, per
certi versi il più emblematico – si è costretti a scegliere tra due mali.
Questo io credo che volesse ricordare Bobbio ai laici, che nella passione della
battaglia sembravano averlo dimenticato.
PFd’A: In uno dei suoi ultimi testi, primavera del 2000, dal
titolo “Religione e religiosità”, pubblicato sull’Almanacco di filosofia di
MicroMega dedicato a Dio, un testo intensissimo sia sotto il profilo teoretico
che autobiografico, quasi un “testamento”, scriveva: “Non sono un uomo di fede,
sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione
dalla religiosità”, che consiste nel “profondo senso del mistero”. Un mistero
impenetrabile, ripete la parola più volte e la vuole sottolineata. Il testo è
una critica radicale del carattere consolatorio di ogni ipotesi di immortalità
e vita eterna, e della teologia cattolica che non ha mai potuto affrontare
seriamente il problema del male (che la giustizia di Dio sia “ineffabile” o
“imperscrutabile” gli sembra un’ingiuria alla razionalità: “Sull’ineffabile non
si può dire nulla”). Ma a questo punto taglia corto con un tassativo: “Mi fermo
qui. Non voglio andare oltre. Non per reticenza. Ma mi sono posto una regola a
cui continuo a credere: non si deve dare scandalo”. Mi sembrò, e continua a
sembrarmi, una risposta criptica, al limite dell’ambiguità.
MR: La conclusione di quello splendido testo, appartenente
anch’esso al Bobbio più intenso, e drammatico – quella che tu chiami
“ambiguità” e che io definirei “ambivalenza” – ha a che fare più che con la sua
concezione della Fede con la sua idea di Ragione. Il Bobbio razionalista,
neoilluminista, positivista logico, ha un’idea “limitativa” di Ragione.
Attribuisce ad essa una sorta di “sovranità limitata” nell’immenso regno del
“mistero”. “Non ho mai avuto la tentazione di sostituire la Dea Ragione al Dio dei
credenti. Per me la nostra Ragione non è un lume: è un lumicino. Ma non abbiamo
altro per procedere nelle tenebre da cui siamo venuti alle tenebre verso le
quali andiamo”, scrisse Bobbio in un saggio intitolato “Capire prima di
giudicare”. Appunto, tentare di squarciare quelle tenebre fuori dal raggio
breve della nostra flebile Ragione, quello gli sembrava il vero peccato
capitale per l’intellettuale laico: farsi profeta, guru, illusionista.
Sostituire al linguaggio sorvegliato dell’analisi razionale i propri fantasmi
interiori o le proprie emozioni, speranza o paura che siano. In questo – è il
senso della sua “lezione” –, consiste per l’uomo di cultura il vero “dare
scandalo”.
da "Il Fatto Quotidiano", 5 novembre 2009

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