L’inconscio e i libri che cambiano una vita
Freud e gli effetti su una ragazza degli anni 50
Gli anni Cinquanta sono stati così diversi dagli attuali che i giovani trovano
difficile persino immaginarli. Allora il percorso degli adolescenti era
prefissato: dopo la maturità, i maschi venivano iscritti alle facoltà
scientifiche, le femmine a quelle letterarie, le più idonee a future moglie e
madri. La maggior parte delle mie amiche seguì infatti quell’itinerario. Se me
ne sono allontanata lo devo a un incontro che mi ha cambiato la vita, quello
con Sigmund Freud o meglio con l’opera Psicopatologia
della vita quotidiana, del 1901. Avevo già letto il suo capolavoro, L’Interpretazione dei sogni del 1900, ma
i resoconti dell’attività onirica risultavano piuttosto enigmatici e le
interpretazioni difficili.
Invece, nella Psicopatologia della vita quotidiana, la più letta e conosciuta delle opere di Freud, gli esempi più accessibili e le spiegazioni più comprensibili mi permettevano di trovare, nelle esperienze personali, esempi corrispondenti a quelli esposti e di decifrarne il significato. Centrale in quel testo è il tema della memoria o meglio della dimenticanza, casuale per la coscienza, intenzionale per l’inconscio che, per sfuggire alla censura, si esprime indirettamente negli errori, negli scarti, nelle carenze dei nostri comportamenti. Rammento che, durante un corso universitario, uno studente timidissimo si era per ben due volte dimenticato di restituire il libro che una compagna gli aveva prestato. Quella sbadataggine, apparentemente insignificante, si sarebbe poi rivelata profondamente motivata: era stato un inconsapevole stratagemma per avvicinare la compagna più bella, la più irraggiungibile.
«Ogni atto mancato, dirà Lacan, è un discorso riuscito» . Anche la dimenticanza dei nomi propri acquista, al vaglio dell’analisi, un preciso significato. Poiché tutto viene conservato nella memoria, l’oblio non è evaporazione del ricordo ma rimozione delle sue rappresentazioni e blocco delle relative emozioni. Seguendo l’autoanalisi, che Freud inizialmente applica a se stesso, interpretavo le mie esperienze fungendo al tempo stesso da paziente e analista. Uno scandaglio che inevitabilmente si interrompe di fronte alla strenua difesa dell’Io ideale. Tuttavia la consapevolezza di costituire un enigma per se stessi, di non essere, come dice Freud, «padroni in casa propria» ci rende più accorti nei giudizi, più attenti alle ragioni degli altri, più capaci di cogliere i cambiamenti sociali.
Se analizziamo il titolo Psicopatologia della vita quotidiana emerge l’insolito accostamento tra quotidianità, cioè normalità, familiarità, e patologia. Un ossimoro che svela una scomoda verità: nessuno può dirsi completamente sano. I motivi si trovano ne Il disagio della civiltà, del 1930. La società stessa, sostiene Freud, ponendo limiti alla libera espressione delle pulsioni erotiche e aggressive, ci rende inevitabilmente nevrotici. Una nevrosi con cui dobbiamo convivere riservando la psicoterapia alle persone che divengono incapaci di amare e lavorare. Ma quale psicoterapia? Il mercato si presenta così variegato che, per scegliere, è necessario possedere una certa competenza. Si rischia altrimenti di affidare quanto abbiamo di più prezioso, la psiche, a improvvisati imbonitori.
Tornando a me, suppongo che l’aver debuttato, in ambito psicoanalitico, con la lettura della Psicopatologia della vita quotidiana, abbia orientato il mio interesse per i rapporti familiari. Una predilezione approfondita con la conoscenza delle opere del pediatra e psicoanalista inglese Donald Winnicott (La famiglia e lo sviluppo dell’individuo), uno studioso particolarmente capace di comprendere i bambini e di parlare ai genitori valorizzando le innate competenze materne. Per i genitori attuali, spesso provati dall’insicurezza e dai sensi di colpa, Winnicott costituisce una lettura rassicurante perché non enfatizza mai i problemi che gli vengono posti. Non vuole indottrinarli ma aiutarli a comprendere ciò che fanno e giustificare ciò che hanno fatto, sicuro che ognuno agisce come meglio può.
A questo scopo è importante la sua constatazione degli «aspetti fastidiosi dell'essere genitori» . Spesso le madri provano sentimenti di stanchezza, d’irritazione e di noia, che devono riconoscere e accettare perché solo così saranno in grado di amare davvero i figli. Pretendere la perfezione è controproducente perché non fa che esasperare le tensioni. È sufficiente essere una mamma «abbastanza buona» . Infine, nella riflessione su quello che è stato un percorso di formazione personale, trovo la conferma che i libri, i buoni libri, non soltanto aiutano a crescere ma forniscono una mappa per tracciare la rotta della nostra vita.
Corriere della Sera 19.5.11

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