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L’inchiostro e la cremalba (prima parte)

Storie dalla rete.

 

 

 

Da bambino avevo simpatia per alcuni numeri, per altri meno. L'uno mi piaceva, essenziale e autoritario. Il due no, il tre poco. Il quattro lo trovavo elegante, ma solo se scritto 4, con una stanghetta verticale lunga, non con quella corta che taglia l'orizzontale, come scrivevamo noi. Il cinque era ed è il mio preferito. Il sei era un po’ troppo grasso, e poi non sapevo da che parte cominciare a scriverlo: sa partivo dall'alto diventava più preciso, più raccolto, dal basso invece tendevo a far svolazzare l'ultimo tratto, che sfiniva assottigliandosi, e denotava però un carattere estroverso e volitivo che avrei voluto avere. Il sette mi piaceva molto: ancor più elegante del quattro, lo preferivo senza la stanghetta, che per noi era invece obbligatorio mettere. L'otto, grasso e buffo, somigliava ad un pupazzo di neve: e tutti ricordiamo che era proibito disegnare due cerchi sovrapposti, e che bisognava eseguire l'operazione senza mai staccare la penna dal foglio. Infine, il nove mi piaceva, forse perché al contrario del sei era longilineo come me.

 

Fino in seconda o in terza elementare in classe scrivevamo con portapenne e pennino, intinto nel calamaio infilato nel foro del banco, calamaio che il bidello rabboccava versando l'inchiostro da un grosso recipiente di vetro. I pennini costavano poche lire, eppure ce n'erano di economici e di lussuosi, con le gradazioni intermedie, e andavano “tenuti da conto”. Si pulivano nel nettapenne, un accessorio spesso uscito dalle mani della mamma, fatto di vari cerchi sovrapposti di feltro, di diverso diametro e colore. La pulitura, come tutte le operazioni che si compivano maneggiando quegli attrezzi, lasciava il pennino quasi pulito e le mani sporche: quando arrivavo a casa, prima di ammettermi a tavola, mia madre me le faceva lavare con la varechina pura; per quanto le rilavassi col sapone e le risciacquassi, l’odore restava, e lo sentivo ogni volta che portavo la forchetta alla bocca.

Quando i pennini erano spuntati e ormai inservibili il mio compagno di banco, di nascosto dal maestro, lasciava cadere la penna in verticale sul pavimento di legno incatramato su cui aveva messo un piccolo bersaglio di carta. Anche se effettuata usando un pennino da buttare, l'operazione non mancava mai di darmi un senso di disagio: una fine crudele e immeritata. Mio padre invece mi affascinava scrivendo, con l'apposito pennino a punta tronca, in bella grafia e in stile cosiddetto rotondo. Inutile dire che ho spesso cercato di imitarlo. Del resto, ai suoi tempi la bella grafia si studiava a scuola.

Dalla terza elementare in poi il maestro (ne ho avuto uno solo per cinque anni... e che maestro! Un grazie al bravissimo Gino Malavasi) ci concesse l'uso della stilografica. Si riteneva infatti che per imparare a scrivere come si deve ci volesse il pennino, e che la stilografica fosse una scorciatoia fin troppo comoda. La penna biro poi era aborrita, quindi neanche nominarla. Le stilo che usavamo erano di solito di scarsa qualità; ricordo le Universal, con caricamento a pistoncino (ne ho conservata una), che costavano 250 lire, scrivevano male e duravano poco. Ecco perché tra i regali della cresima c'era spesso una stilografica di marca, di solito Omas, Aurora, Pelikan, o magari Parker.

 

C'era poi la matita copiativa, indelebile (come quelle impiegate ancora nei seggi elettorali), che si usava molto raramente; più spesso invece si ricorreva alle gomme per cancellare, che andavano bene per la matita, ma per l’inchiostro no, e se maneggiate da mani inesperte finivano per causare un buco nella carta, quasi impossibile da nascondere, a meno di strappare la pagina e rifarla, operazione che avrebbe coinvolto la pagina collegata, che se avevi superato la metà del quaderno non si poteva più togliere (c’erano maestri che contavano le pagine!). E la Coccoina, la colla bianca che sapeva di mandorle, nel caratteristico barattolino di alluminio con pennellino incorporato? Si trova ancora, ma credo che le vengano preferiti gli stick. I più poveri ne preparavano una casalinga con acqua e farina (la stessa che usavamo per incollare gli aquiloni).

 

Ci si vestiva con grembiulino nero, colletto bianco e fiocco azzurro. Tra i passatempi, fare di nascosto “la vecchia” con un pezzettino di specchio (e guai a centrare il maestro), tirare palline di carta o chicchi di riso con minuscole cerbottane (di solito il corpo della biro) e – una mia iniziativa, provata una volta sola ma poi da tutti imitata – sperimentare la concentrazione dei raggi solari attraverso una lente su un tessuto nero (risultato: un filino di fumo e un buchetto istantaneo nella manica del mio grembiulino).

Ci si divertiva con poco, anche a seguire il volo di un moscone. Nei corridoi della scuola ancora si vedevano quei manifesti in cui era disegnato, con uno stile alla Walter Molino - il celebre illustratore della “Domenica del Corriere” - un bambino nell'atto di raccogliere un ordigno che gli scoppiava tra le mani, oppure lo stesso bambino con moncherino fasciato e stampella; sotto venivano raffigurati vari tipi di bombe dalle quali ci si doveva tener lontani. La guerra era finita da poco più di dieci anni, e i residuati bellici erano ancora parecchi; io ero spaventato da quei manifesti, ma alcuni miei coetanei ne hanno maneggiate, di bombe a mano e munizioni assortite, anzi, ne andavano in cerca.

 

Le merendine non erano preconfezionate, e di solito consistevano in panini al latte con affettati vari, o un pezzo di stria; le si infilava nella cartella, non in uno zaino da venti chili; al massimo si metteva una tracolla per pedalare meglio, perché si andava a scuola da soli, a piedi o in bicicletta, caldo, gelo o neve. Tra gli sfizi alimentari di quegli anni voglio ricordare il panino con la famosa cremalba, le caramelle Elah, i “fruttini” della Zuegg (una piccola porzione di gelatina di cotogne, la fanno ancora), le mentine colorate, i gelati “finti”, che erano coni di cialda con sopra uno spumino, colorato di bianco e rosa. Tutte cose che si compravano nelle drogherie vicine alla scuola. Io, figlio e nipote di dolciari, ogni tanto andavo a far visita allo zio Oreste, che aveva ereditato la pasticceria del nonno omonimo. Lì, oltre ad un vero pianoforte e ad altre meraviglie, trovavo un intero negozio di dolciumi, in cui giocare al commesso e alla cliente con mia cugina, prima dell'apertura pomeridiana. Sugli scaffali, nomi che non si sentono più pronunciare, come Talmone, Oswego o Dufour (quest'ultima, insieme alla Elah, è ora consorziata con la Novi); liquori ormai estinti, come il Punt e Mes, il Cavallino Rosso (col cavallino di stoffa al collo della bottiglia); le banane Perugina, le caramelle multicolori Charms, il Carrarmato, le Elah, le Rossana. E le paste? Bignè, cannoli, spumini (bianchi o per metà intinti nel cioccolato), diplomatiche, petit four... Ahimé, la familiarità con i dolci non mi ha mai nauseato, semmai ha generato una dipendenza: ma la metà di quel che allora mandavo giù impunemente può tramutarsi ora nel titolo di questa rubrica. (fine prima parte)

 

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