L’epos greco fonda l’Occidente
Uno spirito laico differenzia la polis dal misticismo degli asiatici
«Che i poemi omerici siano grandissima poesia, è superfluo dire. Che siano un
documento storico è cosa meno nota, che ha dato origine a non poche
controversie: si può credere» , chiedeva ad esempio lo storico Henri-Irénée
Marrou, al racconto di eventi proiettati in un passato così irreale nel quale
«persino le bestie parlano» ? Cosa, questa (che le bestie parlino, in Omero)
assolutamente innegabile. Non solo parlano, conoscono anche il futuro: Xanto,
il cavallo di Achille, predice al suo padrone la morte. Ma questo non toglie
che l’epos sia un documento storico. Precorrendo non di poco l’idea che la
storia vada intesa come il patrimonio culturale di una comunità, già Vico
(Principi di Scienza nuova), scriveva che Omero è «il primo storico, il quale
ci sia giunto di tutta la gentilità» . Nella specie, lo storico che trasmette
la memoria di quella Grecia nella quale, scrive Gaetano Parmeggiani, affondano
le radici «della nazionalità europea» : la Grecia della ragione, radicalmente diversa
dall’Oriente istintivo e mistico, dalla quale parte «quel filone di pensiero
che corre da epoca e luoghi remoti — la Tessaglia o la Ionia sullo scorcio del secondo millennio avanti
la nostra era— fino ai giorni di cui abbiamo diretta esperienza» .
Affermazione, bisogna dire, non poco perigliosa. Contrapporre la ragione greca
alla cultura orientale è facilmente classificabile come eurocentrismo. Ma
proprio per questo, oggi, è interessante leggere un libro così decisamente
controcorrente (Gaetano Parmeggiani, Lo scudo di Achille, Sellerio). La
razionalità dei greci, come ben noto, venne messa in discussione — sono ormai
quarant’anni— da I greci e l’irrazionale di Eric Dodds, che avanzava forti
dubbi sul fatto che la Grecia
fosse l’unico isolotto di razionalità nel gran mare teistico della cultura
antica. Il libro contribuì non poco a smantellare la credenza nel cosiddetto
«miracolo greco» , alla cui storicità, successivamente, sferrò un attacco
feroce un libro di Martin Bernal: Black Athena. The Afroasiatic Roots of
Classical Civilisation. Secondo Bernal quelle che abbiamo sempre considerato
conquiste intellettuali dei greci, dalla filosofia alla teoria politica,
dall’arte alla storiografia, nacquero, in realtà, per merito delle popolazioni
asiatiche e africane. I greci si sarebbero limitati a recepirle. Le radici
della civiltà occidentale, insomma, andrebbero cercate nella cultura afroasiatica.
La nostra convinzione che le origini della civiltà occidentale siano
indoeuropee sarebbe la conseguenza di una falsificazione storiografica,
perpetrata a partire dalla fine del Settecento, quando l’Europa— escludendo
«altri» , che europei non erano— volle costruire un monumento a se stessa,
facendo della Grecia il luogo della sua prodigiosa adolescenza. Impossibile
ripercorrere il dibattito che seguì, al termine del quale (al di là della
denuncia degli eccessi e dei non pochi veri e propri errori di Bernal) a Black
Athena è giusto e doveroso, comunque, riconoscere di aver non poco contribuito
a far accettare, anche ai più recalcitranti, l’innegabile esistenza di influssi
orientali sulla cultura greca. Ma Parmeggiani la pensa diversamente: furono i
filosofi greci, scrive, che nel VI secolo a. C. innalzarono «quel baluardo che
difenderà a lungo l’Occidente dal misticismo orientale» . Ed è greco
«quell’umanesimo laico, limpido, che è la matrice del pensiero moderno» , a suo
giudizio già presente nell’epos: i poemi omerici, sostiene, sono laici. E al di
là di ogni discussione sui debiti della Grecia verso l’Oriente (sulla cui
misura si possono avere opinioni diverse, ma che non possono essere negati), su
questo punto ha molte ragioni dalla sua. Il comportamento dell’individuo
omerico è ispirato alla necessità sociale di ottenere dai suoi pari il
riconoscimento dell’onore (time). Null’altro esiste, per lui, dopo la morte, se
non il ricordo dei posteri. Questo rivelano i poemi, «raffinata, coerente e
organica enciclopedia che raccoglie il bilancio di un’epoca» , scrive Luciano
Canfora nella introduzione al libro. E lo scudo di Achille, è, a ben vedere, il
cuore di questa enciclopedia. Le scene di vita cittadina, su di esso scolpite,
sono i momenti fondamentali della vita di una polis: un matrimonio, un
processo, l’aratura di un campo, una vendemmia… È una polis interamente
antropocentrica, quella omerica, «in cui gli dèi non sono che uomini, appena un
po’ più grandi del vero» . Che le opinioni certamente radicali del suo autore
vengano o meno condivise, vale la pena leggere questo libro che— pregio non da
poco— induce a ragionare e ripensare criticamente molte delle proprie certezze.
Anche se alla fine ne dovessero uscire confermate.
Corriere della Sera 1.5.11

Precedente: Verso i piani di adattamento climatico: lezioni da Fukushima








