L’avanguardia che non c’è più
Le élite nella società liquido-moderna. L’analisi del sociologo: è tramontata l’epoca della differenza tra cultura "alta" e "bassa"
I concetti di "being in a vanguard" (in inglese) o
"en avant-garde" (in francese), coniati originariamente nel
linguaggio e dalla pratica militare, e in seguito trapiantati, come metafora,
in altri settori della vita, significano più di un mero "essere
avanti" in prima linea, avanzati più lontano di quanto gli altri riescano
a essere; implicano tracciare una nuova via, rendere transitabile una strada,
prendere una testa di ponte che lo aprirebbe alla circolazione; in breve,
suggeriscono di mostrare, di aprire e di liberare la strada affinché gli altri
entrino e vadano avanti. Tutti questi suggerimenti e queste implicazioni si
basano su un presupposto a volte esplicito a volte tacito: che ci siano alcuni
"altri" (se lo sappiano già oppure se finora non ci avessero mai
pensato) che dovrebbero essere desiderosi ed entusiasti di seguire, non appena
l´avanguardia abbia terminato il suo lavoro preparatorio di ricognizione. (...)
Oltre al presupposto di preparare/liberare/mostrare il percorso, il concetto
dell´"avanguardia" comporta la visione di un movimento in avanti - di
progresso. Per queste due ragioni, i futuristi, gli impressionisti, i cubisti,
i fauvisti, i surrealisti, i dadaisti, gli espressionisti astratti o no, e
numerosi altri movimenti artistici degli eccitanti tempi inclini al
futuristico, erano pienamente nei loro diritti quando hanno preso in prestito
l´idea di avanguardia per descrivere la loro posizione e dichiarare i loro
intenti. Per le stesse due ragioni, tuttavia, attribuire o adottare la metafora
dell´"avanguardia" per descrivere o auto-definire delle novità
artistiche ai nostri tempi, potrebbe solo voler dire rubare i meriti di qualcun
altro, nella speranza che nel frattempo i ladri si approprino dei bei ricordi
della gloria passata.
I movimenti avanguardisti di un tempo (più precisamente, dell´inizio e della
metà del XX secolo - i periodi precedenti il passaggio dallo stato
"solido" a quello "liquido") si consideravano al contempo
plenipotenziari e veicoli, ma soprattutto unità avanzata del progresso con una
missione cruciale da compiere: aiutare i loro simili a uscire dal rivestimento
d´acciaio della tradizione stantia, esausta e sempre più sterile nel quale
erano stati rinchiusi, e aprire i loro occhi su nuovi modi, finora inesplorati
e ancora rifuggiti, non solo di comprendere l´arte, ma anche di stare nel
mondo. (...)
E l´avanguardia credeva, come avrebbero dovuto credere quando il culto del
progresso era ancora la religione ascendente e la fede nelle ferree leggi della
storia non era ancora quasi mai stata interrogata, di avere la storia dalla sua
parte. La storia andava avanti e indietro, e così facevano le arti, le truppe
avanzate della cultura umana. Le vele della storia stavano aspettando che
spirasse il vento dagli studi e dai laboratori d´arte. Più forte è questo
vento, più veloce andrà la storia...
Niente di ciò che è stato detto sopra riguardo alle arti resta ancora vero
nella nostra società liquido-moderna di consumatori.
Stephen Fry, un attore britannico popolarissimo sempre sul palcoscenico, al
cinema e in televisione, rinomato per la sua arguzia e il suo talento di
narratore, modello vivente dello stile di vita che gli aspiranti membri
dell´élite artistico-culturale vorrebbero tanto abbracciare, è un ospite molto
desiderato in qualsiasi salotto intellettuale londinese e in qualsiasi party
che ambisca al rango di "favola della città", e un indirizzo molto
ambito nella rubrica di qualsiasi network con una ragionevole pretesa di
prestigio e di rilievo; in breve, una persona dall´enorme influenza sulle menti
di qualsiasi cosa possa essere definita l´attuale "élite culturale".
Nel cercare di spiegare il fenomenale successo del sito web Facebook, l´ottimo
giornale British Sunday notava che "la folla" dei suoi utenti,
insolitamente per i siti di social network, «includeva tantissimi tipi famosi»
e suggeriva che ciò accadesse perché «in che altro modo potresti chiedere a
Stephen Fry di diventare tuo amico?».
Stephen Fry, una celebrità rispettata da chiunque voglia essere qualcuno nel
mondo degli intenditori delle ultime mode culturali, ha sentito la necessità di
spiegare e giustificare ai lettori del Guardian perché sia accettabile per una
persona come lui, acclamata come modello delle più raffinate e sublimi
credenziali culturali, infilarsi una volta a settimana i panni di
"fissato", dedicando la sua rubrica all´ultimo gingillo elettronico:
congegni che si ritiene appartengano alla cultura "popolare" (in
passato, in tempi felicemente ignari del "politicamente corretto",
conosciuto come "cultura di massa") piuttosto che al suo
superiore/detrattore alto o intellettuale (le denominazioni "alto" e
"intellettuale" non sono più utilizzate nell´attuale gergo del
politically correct, tranne che come insulto, con derisione e tra virgolette).
Fry comincia la sua dichiarazione con una confessione: «I dispositivi digitali
scuotono il mio mondo. Questo potrebbe essere considerato da alcuni come una
tragica ammissione. Non il balletto, l´opera, il mondo naturale, Stephen? Non
la letteratura, il teatro o la politica mondiale?». E si affretta a prevenire
le potenziali accuse: «Beh, la gente può andare matta per tutte le cose
digitali e ancora leggere i libri, può andare all´opera e guardare una partita
di cricket e richiedere i biglietti dei Led Zeppelin senza andare in frantumi
(...). Ti piace la cucina tailandese? E che c´è che non va con quella italiana?
Ehi, calma. Mi piacciono entrambi. Sì. Si può fare. Mi possono piacere il rugby
e i musical di Stephen Sondeim; l´alto gotico-vittoriano e le installazioni di
Damien Hirst. Herb Alpert e Tijuana Brass e i pezzi per pianoforte di
Hindemith; gli inni inglesi e Richard Dawkins; le prime edizioni di Norman
Douglas e l´iPod; il biliardo, le freccette e il balletto (...). (Una) passione
per gli aggeggi non mi rende restio alla carta, alla pelle e al legno, ai
Natali vecchio stile, ai film di Preston Sturges e le passeggiate in campagna».
Alcuni limiti sono ancora rispettati, e oltrepassarli è da incauti. In toto,
comunque, questa pubblica confessione e dichiarazione supplica di essere letta
come una decisa sfida al concetto di Pierre Bourdineau di
"distinzione", come principale posta in gioco nella battaglia delle
arti, concetto che ha governato e ottimizzato la nostra concezione delle arti e
più generalmente della "cultura" durante gli ultimi tre decenni.
Stephen Fry ha la reputazione di essere un trend-setter, ma è anche il più
attendibile portavoce (e la personificazione vivente) delle mode; ci si può
fidare del fatto che parla non solo a nome suo, ma anche a nome dei centinaia
di migliaia di militanti e dei milioni di aspiranti membri dell´"élite
culturale" - persone che conoscono la differenza tra comme il faut e comme
il ne faut pas, e che sono le prime a notare il momento in cui quella differenza
diventa diversa da ciò che era un momento prima. E non ha sbagliato neanche
questa volta. Secondo uno studio scritto da Andy McSmith e pubblicato
nell´edizione on-line dell´Independent, autorevoli accademici riuniti nella più
autorevole università - Oxford - hanno proclamato che «l´élite culturale non
esiste». A questo punto McSmith, cercando un titolo adeguatamente pungente e
stimolate, non ha comunque trovato quello adatto: ciò che John Goldthorpe, uno
dei più rispettati ricercatori di scienze sociali di Oxford, e la sua équipe di
13 ricercatori hanno dedotto dai dati raccolti nel Regno Unito, in Cile, in
Ungheria, in Israele, nei Paesi Bassi e negli Stati Uniti, è che non si possono
più trovare persone superiori che si distinguano da altre, a loro inferiori,
andando all´opera e ammirando qualsiasi cosa sia stata attualmente marchiata
come "arti alte", mentre arricciano il naso con «qualsiasi cosa di
volgare quanto i brani pop o la televisione generalista». Il leopardo
dell´élite culturale è molto vivo e graffiante, ha solo cambiato le sue
macchie, che possono essere chiamate - da quando Richard A. Petersen della
Vanderbilt University ha coniato nel 1992 la parola "onnivoracità" -
opera e brani pop, "arti alte" e televisione generalista; un pezzetto
da qui, un pezzetto da là; ora questo, ora quello. Come si è recentemente
espresso Petersen: «Assistiamo a un cambiamento nella politica della classe
elitaria, da quegli intellettuali che disdegnano snobisticamente tutta la
cultura popolare bassa, plebea o di massa, a quegli intellettuali che consumano
in modo onnivoro una vasta gamma di forme d´arte popolari oltre che
intellettuali». (...)
La cultura liquido-moderna non ha "persone" da "coltivare",
piuttosto dei clienti da sedurre. E diversamente dal suo predecessore
"solido-moderno", non desidera più fare in modo, alla fine ma il
prima possibile, di terminare il lavoro. Il suo lavoro consiste ora nel rendere
la propria sopravvivenza permanente, rendendo temporali tutti gli aspetti della
vita dei suoi vecchi pupilli, ora rinati come clienti.
Repubblica 19.1.09

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