L’attualità di destra e sinistra
Destra e sinistra permangono perché la politica moderna e contemporanea non è dogmatica o monolitica, ma indeterminata e conflittuale
È bastata la fortunata trasmissione televisiva di Fabio Fazio, con la sua
impressionate audience, a far tornare all´ordine del giorno due categorie
"spaziali" della politica, destra e sinistra.
Con il concorso di Fini e Bersani si è così cominciato a restituire
cittadinanza, all´interno del discorso politico, a una bipartizione che molti,
in buona o in cattiva fede, hanno sdegnosamente ritenuto un´anticaglia
ideologica, superata nel tempo postmoderno della globalizzazione.
Nulla di più sbagliato: destra e sinistra permangono perché la politica moderna
e contemporanea non è dogmatica o monolitica, ma indeterminata e conflittuale.
E il conflitto ancora oggi si gioca proprio là dove la storia l´ha collocato, e
dove si è già manifestato, pur in forme molto diverse tra loro: intorno ai
presupposti e alle finalità stesse dell´agire politico. Che sono, in sintesi,
il primato dei doveri (la destra) oppure dei diritti (la sinistra); ovvero il
prevalere di logiche sovrapersonali (la Tradizione, lo Stato, la Nazione, il Mercato, la Sicurezza) a cui
l´individuo deve adeguarsi – e dalle diverse abilità di questa adeguazione
scaturisce la gerarchia sociale – (la destra), oppure il principio di uguale
dignità delle persone che, nelle loro diversità, hanno il diritto di affermare
le proprie scelte di vita senza soggiacere a condizionamenti non criticamente
conosciuti e non liberamente accettati, qual è, ad esempio, l´ordinamento
costituzionale (la sinistra). I temi caldi della politica di oggi, che gravano
sulla vita delle persone e delle famiglie – la biopolitica, le nuove forme del
lavoro e la sua tutela, il Welfare, l´istruzione pubblica, il
multiculturalismo, l´immigrazione, perfino le questioni energetiche e
ambientali – non hanno una sola soluzione, tecnica, o algebrica, come vuole la
pigrizia qualunquistica e antipolitica. Sono temi complessi, che possono essere
risolti in vari modi, che – se ci si pensa – si collocano fra il primato delle
istanze "superiori", e la implicita logica gerarchica, e il primato
dell´uguale dignità e libertà delle persone.
Il punto, in Italia, è che questa dialettica fisiologica non si è mai
manifestata, nel dopoguerra. Dapprima, perché vicende storiche interne e
internazionali resero necessario che fosse il Centro, la Dc (molto divisa al suo
interno), a rivestire di volta in volta (e anche contemporaneamente) entrambi i
ruoli. In seguito, perché la lotta politica si è sviluppata intorno al
conflitto fra un´avventura personalistica e al contempo populistica
(Berlusconi), da una parte, e, dall´altra, la legalità, lo spirito
costituzionale, la sensibilità democratica (il resto dello schieramento
politico). Il primo ha unito intorno a sé diverse destre, economiche e
politiche, e molti esponenti del vecchio socialismo; e, sull´altro versante, le
antiche distinzioni fra destra e sinistra sono scomparse: gli eredi della Dc e
del Pci hanno dato vita, insieme, a un nuovo partito il cui collocarsi a
sinistra è dubbio (almeno per non pochi suoi esponenti di primo piano), mentre
chi ha avuto la pretesa di essere "sinistra" in senso tradizionale,
fuori dal Pd, non ha trovato spazio. La lotta politica ne è risultata inasprita
e al contempo semplificata e impoverita, ridotta al conflitto del Bene contro
il Male, dell´Amore contro l´Odio, del Popolo contro le Istituzioni.
Impossibile, nel caso d´eccezione permanente, entrare nel merito dei problemi,
sviluppare analisi di destra o di sinistra.
Quello che sta capitando, in queste settimane, in questi giorni, è un duplice
processo: da una parte, il fronte costituzionale si arricchisce della
sensibilità politica "repubblicana" di Fini e della sua destra
"moderna" e europea; e si realizza così una forte convergenza,
necessaria davanti all´emergenza democratica che stiamo vivendo, fra
responsabilità istituzionali e sensibilità costituzionali. E questo processo
potrebbe (il condizionale è d´obbligo) mettere in minoranza il blocco populista
di Berlusconi e Bossi. Dall´altra, proprio la crisi di Berlusconi libera la
fisiologica dialettica fra destra e sinistra, e consente a questa polarità di
dispiegarsi (non caso, rinasce anche il Centro, che quasi sempre è presente nei
teatri occidentali della politica, almeno là dove il sistema elettorale lo
lascia emergere). Ne è spia l´insistenza con cui Fini afferma la propria
vocazione di destra, pur lottando contro la destra di Berlusconi e Bossi; e la
voglia di sinistra che soffia dentro e fuori il Pd, di cui il caso Pisapia a
Milano, e il successo di Vendola (che però è altra cosa), sono un buon esempio.
Il Pd rischia quindi di pagare caro il fatto non solo d´essere nato all´interno
di uno schema bipolare e quasi bipartitico (la vocazione maggioritaria), ma
anche di doversi alleare con Fli: scelta obbligata tanto se si riuscirà a dar
vita a un governo di fine legislatura, che cambi almeno la legge elettorale
quanto se invece si andrà a elezioni anticipate con Berlusconi a Palazzo Chigi
e con il Porcellum. Si può immaginare, in questo secondo caso, lo spazio enorme
che si aprirà a sinistra; e anche quanto su questa divisione del campo
avversario conti Berlusconi.
Ma anche se si votasse con una nuova legge elettorale, che consenta l´emergere
di più poli, il Pd avrebbe problemi: si troverebbe infatti sbarrato lo spazio del
Centro, presidiato dalla convergenza tra Fini, Rutelli e Casini, e dovrebbe
spostarsi a sinistra, mutando sostanzialmente di natura. Ci sarebbe insomma il
rischio che il progetto del Pd sia messo in crisi, proprio dalla concretezza
della storia, dal ritorno della normalità – cioè di una regolata e civilizzata
dialettica politica – , dal riemergere della divisione categoriale e pratica
fra destra e sinistra.
Repubblica 18.11.10

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