Il vero "orrore" è isolare i magistrati
Mi avrebbe fatto piacere che la parola "orrore" fosse stata spesa per tutti quegli episodi di corruzione e di criminalità che da anni avvengono in questo paese
Ho ricevuto la laurea honoris causa in Giurisprudenza, mi è
stata conferita dall'Università di Genova; è stata una giornata per me
indimenticabile. Credevo fosse fondamentale impostare la lezione, che viene
chiesta ad ogni laureato, partendo proprio dall'importanza che il racconto
della realtà ha nell'affermazione del diritto.
Soprattutto quando il racconto descrive i poteri criminali. Senza racconto non
esiste diritto. Proprio per questo ho voluto dedicare la laurea honoris causa
ai magistrati Boccassini, Forno e Sangermano del pool di Milano. Marina
Berlusconi dichiara che le fa orrore che parlando di diritto si difenda un
magistrato. Così facendo avrei rinnegato ciò per cui ho sempre proclamato di
battermi. Così dice, ma forse Marina Berlusconi non conosce la storia della
lotta alle mafie, perché difendere magistrati che da anni espongono loro stessi
nel contrasto all'imprenditoria criminale del narcotraffico non vuol dire
affatto rinnegare. Non c'è contraddizione nel dedicare una laurea in
Giurisprudenza a chi attraverso il diritto cerca di trovare spiegazioni a ciò
che sta accadendo nel nostro Paese. Mi avrebbe fatto piacere ascoltare nelle
parole di un editore l'espressione "orrore" non verso di me, per una
dedica di una laurea in Legge fatta ai magistrati. Mi avrebbe fatto piacere che
la parola "orrore" fosse stata spesa per tutti quegli episodi di
corruzione e di criminalità che da anni avvengono in questo paese, dalla strage
di Castelvolturno sino alla conquista della 'ndrine di molti affari in
Lombardia. Ma verso questi episodi è stato scelto invece il silenzio.
Orrore mi fa chi sta colpevolmente e coscientemente cercando di delegittimare e
isolare coloro che in questi anni hanno contrastato più di ogni altro le mafie.
Ilda Boccassini, coordinatrice della Dda di Milano, ha chiuso le inchieste più
importanti di sempre sulle mafie al Nord. Pietro Forno è un pm che ha
affrontato la difficile inchiesta sulla P2 ed ha permesso un salto di qualità
nelle indagini sugli abusi sessuali, abusi su minori. Antonio Sangermano, il
più giovane, ha un'esperienza passata da magistrato a Messina, recentemente ha
coordinato un'inchiesta, una delle prime in Italia, sulle "smart
drugs", le nuove droghe. Accusarli, isolari, delegittimarli, minacciare
punizioni significa inevitabilmente indebolire la forza della magistratura in
Italia, vuol dire togliere terreno al diritto. Favorire le mafie. Ecco perché
ho dedicato a loro la lezione di cui, qui di seguito, potete leggere un ampio
stralcio.
* * *
È difficilissimo in questa fase storica italiana parlare al grande pubblico di
come la parola possa contrastare un potere fatto di grandi capitali, di
eversione, di forza militare, di grandi investimenti internazionali. Ogni volta
che mi trovo a parlare nelle università piuttosto che in tv, c'è sempre
dell'incredulità: come è possibile che lobby così potenti possano avere paura
della parola?
In realtà forse la dinamica è un po' più complessa. Non è la parola in sé,
scritta, pronunciata, dichiarata, ripresa, quella che fa paura. È la parola
ascoltata, sono le persone che ascoltano e che fanno di quella parola le
proprie parole. È questo che incute timore alle organizzazioni criminali. Paura
che non riguarda semplicemente la repressione, loro la mettono in conto, come
mettono in conto il carcere. Ma quasi mai mettono in conto l'attenzione
nazionale e internazionale. Che poi significa semplicemente una cosa: significa
dire che queste storie non riguardano solo gli addetti ai lavori, i politici
locali, i magistrati, i cronisti, ma riguardano anche noi. Quelle storie sono
le nostre storie, quel problema è il nostro problema, e va risolto perché è
come risolvere la nostra stessa esistenza.
Raccontare è parte necessaria e fondamentale del diritto. Non raccontare è come
mettere in discussione il diritto. Può sembrare un pensiero astratto ma quando
si entra in conflitto con le organizzazioni, il loro potere, il loro modo di
fare, allora si inizia a capire. E si capisce perché, non solo in Italia, c'è
chi investe energie e interviene non sul racconto delle cose, ma su chi le racconta.
Come se il narratore fosse responsabile dei fatti che sta narrando. Si invita
per esempio a non raccontare l'emergenza rifiuti a Napoli per non delegittimare
la città: quindi non sono i rifiuti che delegittimano la città ma chi li
racconta. Se un problema non lo racconti, e soprattutto se non lo racconti in
televisione, quel problema non esiste. È una sorta di teoria dell'immateriale,
ma in realtà fa capire quanto sia fondamentale la necessità di raccontare.
Non è una particolarità italiana, dicevo. Nel 2010 sono stati 110 in tutto il mondo i
giornalisti uccisi. Solo in Messico, per esempio, 14 negli ultimi sei mesi:
ragazzi che avevano aperto dei blog, che avevano fondato delle radio,
giornalisti delle testate più importanti. Caduti per mano del narcotraffico,
che è oggi il più potente del mondo e che ha deciso di impedire la
comunicazione di quello che sta succedendo in Messico con una scelta
totalitaria, nell'eliminazione sistematica di chiunque tenti non solo di
raccontare. Qualsiasi persona che inizi a raccontare diventa immediatamente un
nemico, un pericolo perché accende la luce, anche piccola, ma che può
interessare.
Ricordo una persona che ho molto stimato, e avevo conosciuto quando decise di
esprimermi solidarietà nei momenti più difficili della mia vita: Christian
Poveda. Aveva deciso di andare in Salvador a raccontare la Mara Salvatrucha,
potentissime bande di strada che controllano lo spaccio della coca. Poveda li
riprende con il loro consenso e ne fa un documentario dal titolo La vida loca,
meravigliosamente tragico, forte perché anche lì c'è quel principio: queste
storie diventano le storie di tutti. Ebbene Poveda con questo documentario
comincia ad accendere luci ovunque, anche sui rapporti tra le Maras e la
politica. Iniziano ad arrivare i giornalisti. E il 20 settembre del 2009
sparano in testa a Christian, che muore in totale silenzio, sia in Italia che
in Europa, lasciando in qualche modo una sorta di ormai fisiologica
accettazione: hai scritto di queste cose, o meglio hai ripreso questo cose, non
puoi che essere condannato.
Spesso la morte non è neanche la cosa peggiore. Chi prende questa posizione,
chi usa la parola per raccontare, per trasformare, paga un prezzo altissimo,
nella delegittimazione, nell'isolamento e in quello che devono pagare i loro
cari. La poetessa russa Anna Achmatova vive il periodo della rivoluzione
bolscevica, il regime la considera una dissidente, una sorta di scarto della
società del passato da modificare. Il suo ex marito che è un grandissimo poeta,
viene fucilato, bisognava indebolirla in tutti i modi. Lei era già diventata
una poetessa di fama soprattutto in Francia, quindi era difficile toccarla
senza dare un'immagine repressiva della Russia sovietica. La prima cosa che
fanno è cercare di spezzarle la schiena poetica: le arrestano il figlio. Lei è
disposta a scambiare la vita del figlio con la sua. Non serve a molto, lui
resta in carcere e lei racconta una scena bellissima: ogni mattina migliaia di
donne si mettevano in fila davanti alle carceri sovietiche portando dei pacchi,
spesso vuoti, soltanto per vedere l'espressione del secondino. Se il secondino
accettava il pacco significava che la persona, marito, figlio, fratello, padre,
era viva. Se non lo accettavano era stata fucilata. Quando lei si presenta il
secondino la riconosce: "Ma lei è Anna Achmatova". Lei fa cenno di
sì, e la persona che sta dietro: "Ma lei è una poetessa, quindi può
raccontare tutto questo". Lì c'è una poetessa, piccola magra, devastata
dai suoi drammi, che diventa all'improvviso la speranza. I versi diventano la
speranza: può raccontare, può far esistere, cioè può trasformare.
Mi sono sempre chiesto come si fa a vivere così, come hanno fatto queste
persone a sopportare decenni di delegittimazione, per aver scritto poesie o
anche solo delle canzoni. Come è successo a Miriam Makeba, a cui il governo
bianco sudafricano ha inflitto trent'anni di esilio per il disco "Pata
pata", una canzone che racconta di una ragazza che vuole solo danzare,
divertirsi, che vuole essere felice. Ma questo fa paura, voler vivere meglio fa
paura, Miriam Makeba fa paura. E più canta nei teatri di tutto il mondo, più
l'Africa intera si riconosce in quella canzone, che non parla di indipendenza,
di lotta ai bianchi, ma di voglia di vivere e felicità. Fin quando non arriva
il governo Mandela che la richiama in Sudafrica. È anche questa l'incredibile
potenza della parola. Per questo sono convinto che il racconto sia parte del
diritto, non può esistere il diritto senza racconto. Ma oggi, e non è solo la
mia opinione, in Italia chi racconta ha paura. Certo, siamo in una democrazia,
non abbiamo a che fare con un regime, con le carceri. Non siamo in Cina. Ma non
si può negare che chiunque oggi decida di prendere in Italia una posizione
critica contro il potere, contro il governo, rischia la delegittimazione,
rischia di essere travolto dalla macchina del fango. Quando accende il computer
per iniziare a scrivere sa già cosa gli può succedere. La formula è scientifica
e collaudata: "Se tu racconti quello che dai magistrati è considerato un
mio crimine, io racconto il tuo privato. Tutti hanno scheletri nell'armadio,
quindi meglio che abbassiate lo sguardo e molliate la presa".
Ma per gli intellettuali raccontare è una necessità, comunque la si pensi. E in
queste ore il loro compito è quello di dire che non siamo tutti uguali, non
facciamo tutti le stesse cose. Certo, tutti abbiamo debolezze e contraddizioni,
ma diverso è l'errore dal crimine, diversa è la corruzione dalla debolezza.
Mentre si cerca di far passare il concetto che siamo tutti "storti"
per coprire le storture di qualcuno. Oggi si parla molto di gossip e il gossip
è rischioso, perché lo si usa per nascondere i fatti emersi dalle inchieste e
per dimostrare che "fanno tutti schifo". E il compito, ancora una
volta, delle persone che ascoltano, che scrivono e che poi parlano, è quello di
discernere, di capire, ovunque esse siano, con i figli a tavola, nei bar,
comunque la pensino.
C'è una bellissima preghiera di Tommaso Moro: Dio aiutami ad avere la forza di
cambiare le cose che posso cambiare, di sopportare le cose che non posso
cambiare ma soprattutto dammi l'intelligenza per capire la differenza. Questo è
il momento in cui in noi possiamo trovare la forza di cambiare e comprendere
finalmente che non dobbiamo credere che tutto quello che accade sia inevitabile
e quindi soltanto sopportare.
Infine, dedico questa laurea e questa giornata, che ovviamente non dimenticherò
per tutta la vita, a tre magistrati: alla Boccassini, a Forno e a Sangermano,
che stanno vivendo, credo, giornate complicate solo per aver fatto il loro
mestiere di giustizia.
http://www.repubblica.it (23 gennaio 2011)

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