Il centro del mondo? Lo trovate in periferia
Kenneth Pomeranz: La grande divergenza. La Cina, l'Europa e la nascita dell'economia mondiale moderna (Collezione di testi e di studi), Il Mulino, 2004
Redditi convergenti e crescita divergente: ecco la storia economica dei nostri tempi. Stiamo assistendo all'inversione del fenomeno verificatosi durante il XIX secolo e all'inizio del XX. Allora, le popolazioni dell'Europa Occidentale e le loro ex colonie di maggior successo acquisirono un enorme vantaggio economico sul resto dell'umanità. Oggi questo vantaggio si sta capovolgendo più velocemente di quanto si fosse creato. È un fenomeno inevitabile e desiderabile. Ma nello stesso tempo crea grandi sfide globali.
In un'autorevole opera Kenneth Pomeranz, dell'Università
della California di Irvine, parla della «grande divergenza» tra la Cina e l'Occidente. L'autore
colloca l'instaurarsi di questo divario tra la fine del XVIII e l'inizio del
XIX secolo. La questione è controversa: il compianto Angus Maddison, decano
della ricerca statistica, sosteneva che nel 1820 la produzione pro capite del
Regno Unito era già il triplo, e quella statunitense il doppio, rispetto a
quella cinese. In ogni caso la successiva e molto maggiore divergenza è
incontestabile. A metà del XX secolo, i redditi reali pro capite (misurati a
parità di potere d'acquisto) in Cina e India erano scesi rispettivamente al 5%
e al 7% di quello degli Stati Uniti. Inoltre, fino al 1980 era cambiato poco.
Quelli che una volta erano stati i centri della tecnologia mondiale erano
rimasti molto indietro. Ora la divergenza si sta capovolgendo. E questo è di
gran lunga il fenomeno più importante del nostro mondo. In base ai dati di
Maddison, tra il 1980 e il 2008 il rapporto tra il prodotto pro capite cinese e
quella degli Stati Uniti è salito dal 6% al 22%, mentre prendendo in esame il
prodotto pro capite indiano il rialzo è stato dal 5% al 10%. Secondo i dati del
Total economy database pubblicato dal Conference Board, calcolati su basi
leggermente diverse, tra la fine degli anni 70 e il 2009 il rapporto è
cresciuto dal 3% al 19% per la
Cina e dal 3% al 7% per l'India. Le percentuali sono incerte,
ma la direzione del cambiamento non lo è affatto.
Una rapida convergenza verso la produttività delle economie occidentali
avanzate si era già verificata nel periodo seguente la seconda guerra mondiale.
Il Giappone aveva fatto da apripista, seguito dalla Corea del Sud e dalle altre
piccole tigri asiatiche: Hong Kong, Singapore e Taiwan.
Nel Giappone il processo di industrializzazione era già
iniziato nel XIX secolo, con notevole successo. Dopo la sua sconfitta nella
seconda guerra mondiale, il Giappone è ripartito da circa un quinto del
prodotto pro capite Usa, più o meno il livello a cui oggi si trova la Cina, per raggiungere il 70%
all'inizio degli anni 70. Ha
toccato un picco di quasi il 90% del livello americano nel 1990, quando è
scoppiata la sua "economia delle bolle", prima di declinare
nuovamente. La Corea
del Sud è partita dal 10% del livello statunitense a metà degli anni 60 per
raggiungere quasi il 50% nel 1997, giusto prima della crisi asiatica, e il 64%
nel 2009.
Quello che rende senza precedenti la situazione attuale non è la convergenza
in sé ma la sua scala. Supponiamo che la Cina segua quello che è stato il percorso del
Giappone durante gli anni 50 e 60. Davanti a sé avrebbe ancora vent'anni di
crescita vertiginosa, che la porterebbe a toccare circa il 70% del prodotto pro
capite Usa nel 2030. A
quel punto, la sua economia raggiungerebbe una grandezza poco meno che tripla
rispetto a quella degli Stati Uniti, a parità di potere d'acquisto, e maggiore
di quella di Usa ed Europa occidentale insieme. L'India è più indietro. Ai
recenti tassi di crescita, l'economia indiana si collocherebbe circa all'80% di
quella statunitense nel 2030, ma con un prodotto interno lordo pro capite
ancora meno di un quinto di quello americano.
Oggi la Cina
si trova nella stessa posizione che occupava il Giappone nel 1950, rispetto
ai livelli degli Stati Uniti dell'epoca. Ma il suo prodotto pro capite è molto
più alto in termini assoluti, dato che lo stesso livello statunitense si è
triplicato. Oggi il Pil reale cinese si situa approssimativamente al livello di
quello giapponese della metà degli anni 60 e di quello sudcoreano della metà
degli anni 80. La posizione dell'India è quella in cui si trovavano il Giappone
all'inizio degli anni 50 e la
Corea del Sud all'inizio degli anni 70.
In breve, la divergenza degli attuali tassi di crescita tra le economie
emergenti di successo e le economie ad alto reddito riflette la velocità
della convergenza dei loro redditi. La divergenza della crescita è
impressionante. In un importante discorso tenuto a novembre, Ben Bernanke,
presidente della Federal Reserve, ha osservato che nel secondo trimestre del
2010 il prodotto aggregato reale delle economie emergenti è stato più alto del
41% rispetto a quello di inizio 2005. È cresciuto del 70% in Cina e di circa il
55% in India, mentre nelle economie avanzate è aumentato solo del 5%. Per i paesi
emergenti la "grande recessione" è stata una bazzecola. Per i paesi
ricchi, una calamità.
La grande convergenza è un fenomeno che cambierà il mondo. Oggi in
Occidente, che nella nostra definizione comprende l'Europa occidentale e le sue
"propaggini coloniali" (Usa, Canada, Australia e Nuova Zelanda), vive
l'11% della popolazione mondiale. Ma in Cina e in India ne vive il 37%.
L'attuale posizione del primo gruppo di paesi non è destinata a durare. È un
prodotto della grande divergenza. Finirà con la grande convergenza.
Questo scenario presuppone che il fenomeno della convergenza continui,
anche se non necessariamente alla velocità recente. La migliore risposta agli
scettici è: perché no? Potenti forze tecnologiche e di mercato stanno
diffondendo il capitale della conoscenza a livello mondiale. Non vi è alcun
dubbio che i cittadini cinesi e indiani sapranno metterlo a frutto. Sono
altrettanto intraprendenti e motivati di quelli occidentali. Anzi, essendo più
poveri, sicuramente lo sono molto di più.
Fino a poco tempo fa gli ostacoli di natura politica, sociale e
strategica erano decisivi. Per diversi decenni non è stato così. Perché
dovrebbero diventarlo di nuovo? Certo, saranno necessarie molte riforme
affinché la crescita continui, ma probabilmente la crescita stessa porterà a
cambiamenti sociali e politici nelle direzioni richieste. Certo, né la Cina né l'India riusciranno a
superare il prodotto pro capite statunitense: non c'è riuscito neanche il
Giappone. Ma oggi sono molto lontane. Perché non dovrebbero riuscire a
raggiungere, mettiamo, la metà della produttività degli Usa? È il livello del
Portogallo. La Cina
può raggiungere il Portogallo? Senza dubbio.
Naturalmente può sempre verificarsi una catastrofe. Ma colpisce il fatto
che persino le guerre mondiali e le depressioni economiche siano riuscite solo
a interrompere la crescita dei primi paesi industriali. Se escludiamo una
guerra nucleare, sembra improbabile che qualcosa possa fermare l'ascesa dei
grandi paesi emergenti, anche se potrebbe benissimo ritardarla. La Cina e l'India sono
abbastanza grandi per ricavare la crescita dai mercati interni, se dovesse
instaurarsi il protezionismo. Anzi sono abbastanza grandi per stimolare la
crescita anche in altri paesi emergenti.
Negli ultimi secoli, l'Europa prima e l'America poi, da terre periferiche si
sono trasformate nel centro dell'economia mondiale. Oggi, le economie che
erano diventate a loro volta periferia, stanno riprendendo un ruolo centrale. E
ciò cambierà il mondo intero.
Martin Wolf
(Traduzione di Elisa Comito)
http://www.ilsole24ore.com 5 gennaio 2011

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