Keynes, la scienza triste e il paradiso futuro
Keynes e le prospettive del mondo una volta risolto “il problema economico”
La dice lunga sul talento di John Maynard Keynes (e sull'inadeguatezza della macroeconomia moderna) il fatto che quando è arrivata la crisi finanziaria i politici, istintivamente, invece di affidarsi ai loro raffinati modelli economici, abbiano rispolverato il concetto keynesiano di stimoli di bilancio.
Forse dovremmo rigirare i termini della questione: se gli stimoli fossero la soluzione, quale sarebbe il problema? Il problema sarebbe che troppi di noi hanno voluto risparmiare o pagare i debiti; ossia, volevamo che gli altri pagassero i nostri servizi ma non eravamo così smaniosi di pagare i loro. La semplice aritmetica ci dice che in questo modo l'economia stagna. Inoltre, il problema sarebbe che le aziende, scettiche riguardo alle prospettive di una ripresa, non hanno sfruttato tutti i risparmi accumulati disponibili per reinvestirli in nuovi progetti. La stagnazione "ristagnerebbe", forse molto a lungo. Se fosse questo il problema, gli stimoli di bilancio sarebbero la soluzione.
Quanto detto sembra adattarsi piuttosto bene all'economia americana o a quella britannica, e questo segna un punto a favore di chi vuole gli stimoli. Vero è che sicuramente la pazienza del mercato obbligazionario non è illimitata. E sono già in vigore tantissime misure di stimolo, perciò non è assurdo sostenere che potremmo tirare avanti con qualcuna in meno ora che l'economia si sta riprendendo.
La Teoria generale di Keynes sarà un'opera geniale, ma sono sempre stato più attratto dal breve saggio che scrisse nel 1930, Possibilità economiche per i nostri nipoti, in cui ci ricordava, nel pieno della Grande Depressione, che la tendenza di lungo periodo andava nel senso di una crescita inesorabile. «Sarei propenso a dire che il tenore di vita dei paesi avanzati da qui a cento anni sarà tra quattro e otto volte superiore a quello odierno», scriveva. Dopo ottant'anni, una Guerra mondiale e una depressione, i cittadini degli Stati Uniti e dell'Europa occidentale sono circa cinque volte più ricchi rispetto all'epoca in cui scriveva Keynes. Siamo nei parametri previsti.
Il saggio di Keynes esplorava sentieri che i suoi moderni discepoli spesso trascurano, vale a dire che cosa sarebbe successo una volta risolto "il problema economico". Secondo i parametri degli anni 30, questo problema è stato risolto. Ma la nostra risposta non è stata quella che Keynes si aspettava. Lui riconosceva che gli esseri umani avevano un insaziabile desiderio di sentirsi superiori agli altri, e che ci sarebbero sempre stati quelli vogliosi d'inseguire la ricchezza a tutti i costi. Ma sentiva che la maggioranza di noi si sarebbe adattata, sebbene a malincuore, a una vita di benessere. Avremmo lavorato meno e ci saremmo divertiti in altri modi. Non è stato così, e la civiltà continua a dipendere dalla produzione, dall'acquisto, dai consumi e dallo smaltimento di quel genere di cose che vediamo dappertutto.
È vero che scegliamo di lavorare un po' meno. Secondo gli economisti Mark Aguiar ed Erik Hurst, nonostante il forte incremento della partecipazione femminile al mercato del lavoro, negli Usa le donne hanno almeno quattro ore di tempo libero in più a settimana rispetto al 1965. Gli uomini almeno sei ore. Ma se volete lavorare tre giorni a settimana, il capo e i colleghi penseranno sicuramente che è perché avete un bambino da accudire o state studiando per un dottorato, non perché il clima è piacevolissimo in questo periodo dell'anno.
Perciò, anche se il dibattito di questi giorni giustamente
riguarda i tempi e l'entità dei tagli alla spesa da adottare, spero che quando
la crisi sarà finita ci ricorderemo di tornare alla previsione a lungo termine
di Keynes. Il keynesianesimo forse consiste nel cercare di mantenere la piena
occupazione, ma Keynes era consapevole che piena occupazione poteva voler dire
che tutti quelli che volevano un lavoro lavoravano fino a tre ore al giorno, e
anche a questi ritmi "frenetici" oggi saremmo due volte più ricchi
che ai tempi della generazione di Keynes. In questo paradiso futuro, immaginava
il grande economista, la sua professione forse sarebbe stata vista come un
mestiere esercitato da «gente umile e competente, al pari dei dentisti». Noi
economisti abbiamo ancora molta strada da percorrere.
(Traduzione di Gaia Seller)
http://www.ilsole24ore.com 22 luglio 2010

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