Kepler 11. Sei nuovi mondi che assomigliano al nostro
Scoperto a 2.000 anni luce da noi un sistema planetario simile al nostro: orbita intorno a una stella simile al Sole ed è composto da sei pianeti grandi più o meno come la Terra
C’è un sistema planetario con cinque «piccole terre» che orbitano intorno alla
stella Kepler-11, laggiù a 2.000 anni luce di distanza da noi. Lo afferma un
team del telescopio spaziale Kepler in un articolo pubblicato oggi dalla
rivista Nature. La scoperta si è meritata, a ragione, la copertina della
rivista scientifica inglese. Per svariati motivi.
In primo luogo perché è il più grande sistema planetario extra-solare finora
rilevato. Orbita intorno a una stella del tutto simile al Sole, battezzata
Kepler-11 dal team di ricercatori, ed è composto da ben sei pianeti.
Inoltre uno solo di questi pianeti ha una massa non ancora ben determinata, ma
gli altri cinque hanno una massa compresa tra 2,3 e 13,5 masse terrestri.
Insomma, sono solo un po’ più grandi della Terra. Dal 1992 a oggi, da quando cioè
gli astronomi sono riusciti a individuare pianeti intorno a stelle diversa dal
Sole, sono stati catalogati oltre 520 esopianeti. Per la gran parte si tratta
di pianeti giganti, grandi come Giove e più: ovvero con un massa di due o tre
ordini superiore a quella terrestre. Solo raramente si è scoperto un pianeta
di massa simile alla Terra. Kepler stesso aveva individuato poco tempo fa un
sistema planetario costituito da cinque pianeti giganti. Ora, però, Kepler ha
scoperto addirittura cinque pianeti piccoli come la Terra e tutti orbitanti
intorno alla medesima stella. Bel colpo, non c’è che dire, per il telescopio
mandato nello spazio dalla Nasa nel 2009 con questa specifica missione: trovare
oggetti della stessa specie e della stessa grandezza della Terra.
Poco importa che il sistema è instabile. Il team di ricercatori, infatti, ha
rilevato che i cinque pianeti di grandezza paragonabile alla Terra hanno un
periodo orbitale piuttosto breve, compreso tra 10 e 47 giorni; la loro orbita
è molto vicina a quella della loro stella (la distanza è all’incirca come
quella di Mercurio); sono molto vicini tra loro e, inoltre, viaggiano nel bel
mezzo di una nube di gas, polvere e forse di oggetti più grandi. Un sistema
così non è stabile. Ha un comportamento caotico e certamente è destinato a
cambiare nel tempo.
Certo la scoperta non convince del tutto tutti. La fotometria di transito,
utilizzata per rilevare la presenza di pianeti così lontani, è una tecnica
molto delicata e molto nuova. Si basa su un principio chiaro: quando un pianeta
transita davanti alla sua stella (ovvero si interpone tra noi e la stella)
assorbe una parte della luce emessa. E questo assorbimento è proporzionale al
suo raggio. La sua grandezza può dunque essere dedotta dalla quantità di luce
assorbita. E la frequenza del transito è proporzionale al suo periodo orbitale
e alla distanza dalla stella. Le misure di fotometria sono semplici. Ma le
distanze sono enormi. La luce in gioco è pochissima. Errori sono sempre
possibili. Tuttavia, al di là delle sue performance, le implicazioni delle
scoperte del telescopio Kepler sono notevoli. Per due motivi. È la conferma di
quel «principio di mediocrità» che portava il filosofo Giordano Bruno a sostenere,
più di quattrocento anni fa e prima che fosse messo a punto qualsiasi
telescopio, che l’universo è fatto da infiniti mondi e, dunque, da infiniti
oggetti «della stessa specie» della Terra. Il telescopio Kepler ce ne ha dato
una conferma.
Il secondo motivo è che gli ultimi venti anni di osservazioni hanno dimostrato
che ci sono i sistemi planetari i più diversi. Non tutti previsti dalle
teorie. E che, dunque, anche per i pianeti valeva la felice intuizione di un
altro grande del XVI secolo, William Shakespeare, quando fa dire ad Amleto: «Ci
sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quanto ne sogni la tua
filosofia».
l’Unità 3.2.11

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