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Julio, il primo amore

Storie di vita vissuta : Polonia 1970

 

 

Julio, ragazzo della borghesia illuminata di Santiago de Cile, era adorato in famiglia. Era l’unico figlio maschio nato dopo tre sorelle, quando la madre non credeva più di poter rimanere incinta. Il padre, temendo che l’immenso amore della madre e delle sorelle potesse farlo diventare uno smidollato, si mostrò ancor più severo ed esigente verso questo figlio tardivo.
Julio aveva frequentato le scuole cattoliche più esclusive della capitale, frequentava giovani del proprio ceto, faceva la corte alle ragazze giuste - niente faceva presagire perciò la sua decisione di partire dopo la maturità per le Ande ad insegnare agli indios a leggere e scrivere - .

Erano i tempi dell’Unidad Popular ; una decisione del genere rientrava tra i sogni dei ragazzi politicizzati o sognatori, ma la famiglia che sperava per l’unico figlio maschio una carriera più omologata, ci rimase molto male. Il padre non volle mai più rincontrarlo, solo la madre e le tre sorelle mantennero con lui rapporti epistolari.
Dopo un anno vinse una borsa di studio per la Polonia, nello stesso college internazionale da me frequentato.
Ricordo bene quando lo vidi la prima volta alla mensa, non poteva passare inosservato: era un ragazzo bellissimo. Nei tratti e nel suo sguardo fiero aveva qualcosa del mitico Che, o forse solo a me, ragazzina di provincia, sembrava tale. Si sedette ad un tavolo vicino e mi guardava. Io non osai alzare lo sguardo, ridacchiavo solo come una scema con i miei compagni, ma sentivo dentro di me una strana e bellissima eccitazione. Per diversi giorni si ripeteva la stessa scena. Lui aspettava con il vassoio in mano che io prendessi posto e poi cercava anche lui un tavolo da dove guardarmi.
Non sedette mai al mio tavolo né mi rivolse la parola, del resto ero sempre in compagnia di altri ragazzi.
Nel college studiavano 400 studenti provenienti da 44 paesi e solo una cinquantina erano femmine, per di più arabe e vietnamite, dunque ragazze serie, con un senso del dovere inimmaginabile che non lasciava spazio ai flirt.
In vita mia non sono mai stata così corteggiata come allora.
Il campus comprendeva una decina di palazzoni - uno solo era riservato agli studenti stranieri - e al pianterreno di ciascun edificio c’era un grande locale attrezzato per spazi comuni: teatro, cinema, mensa, discoteca, laboratorio di fotografia, sala mostra, biblioteca, palestra, piscina e inoltre lo spaccio (a prezzi irrisori) e l’ambulatorio medico polifunzionale.
Ogni giorno della settimana c’erano delle cose da fare, gratis naturalmente.
Non amavo ballare, ma una sera mi lasciai convincere dai miei amici e scesi in discoteca. Nella sala buia scorsi Julio che stava ballando con una ragazza polacca, molto carina. Anche lui mi vide e si fermò. Mi fermai anche io. Non mi ricordo più cosa dissi all’amico che stava con me, né cosa disse lui alla biondina, fatto sta che ambedue lasciammo i nostri rispettivi partner e rimanemmo così, fermi e imbambolati in mezzo alla pista. Poi Julio si avvicinò, mi prese per mano e mi guidò fuori della sala.
Camminammo fino all’ alba mano nella mano.
All’inizio non riuscivamo a parlare veramente, io conoscevo l’inglese, lui il francese e nessuno di noi parlava ancora il polacco sufficientemente. Cosi camminavamo solo. E ci innamorammo, come solo a 18 anni ci si può innamorare.
Julio fu il primo amore.
Tramite lui conobbi Neruda, in occasione di un ricevimento all’ambasciata cilena a Varsavia e seppi cosa stava succedendo in Cile e in genere in Sud America.
Ma, ahimé, grazie a lui scoprii anche il peso delle diversità.
Non poteva tollerare la mia esuberanza, era possessivo e geloso senza alcuna ragione e nello stesso tempo molto ma molto indulgente verso se stesso e verso i maschi in genere in faccende amorose.
Ci lasciammo dopo un anno.
Si fidanzò con una ragazza svedese e anche io conobbi il ragazzo napoletano che da lì a qualche anno sarebbe diventato mio marito.
Alcuni giorni dopo l’11 settembre del 1973, venne a cercarmi :  era preoccupatissimo, suo padre era stato arrestato per colpa sua. Allora la gente veniva arrestata per niente, infatti bastava avere un figlio che studiava in Polonia per essere internati.
Oggigiorno è facile vedere piangere gli uomini, ma allora, specialmente tra i sudamericani con abitudini da macho radicate...beh, è stato straziante.
Poi ci perdemmo di vista definitivamente.
Trasferendomi a Napoli persi anche molti, moltissimi amici, compagni di studi di quegli anni, ma le impronte di queste persone rimasero talmente profonde dentro di me, che ancor oggi, quando penso ad un qualsiasi paese, lo collego a delle persone in carne ed ossa. Credo che il mio pacifismo nacque allora, più su basi emotive che razionali. Il razionale venne dopo.

Circa 10 anni dopo quell' ultimo drammatico incontro, per una delle combinazioni incredibili che costellano la mia vita, ebbi ancora notizie di Julio.
Stavamo a Stoccolma con mio marito per un congresso medico e dormivamo in un ostello studentesco. Era estate, il college era svuotato dagli studenti, erano rimasti solo pochi ragazzi provenienti da terre lontane: africani, asiatici, sud-americani.
C’era anche un piccolo gruppo di cileni, non più studenti però, ma esuli che conoscevano Julio. Tutti gli studenti cileni che studiavano in Europa allora si conoscevano perchè spesso, solo tramite passaparola, potevano avere notizie dei propri familiari. Sepulveda era uno di loro e descrive molto bene questi meccanismi nel libro: La frontiera scomparsa.
Furono loro a raccontarmi che Julio l’anno prima era tornato in Cile.
Le sorelle e la madre riuscirono a fargli accordare la grazia, che fu concessa forse anche come tardiva „ricompensa” per il padre scomparso, molto probabilmente assassinato, come tanti altri nel famigerato stadio di Santiago. Assassinato per niente.
In questi giorni Julio mi è tornato in mente a più riprese, guardando i servizi atroci trasmessi dal Cile martoriato dal terremoto.
Spero che stia bene.

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