Ipazia, o della laicità
In un calendario laico, Ipazia sarebbe la prima martire e santa.
Agorà, il film del regista spagnolo Alejandro Amenábar, che racconta
la tragedia di Ipazia d’Alessandria, è davvero scioccante. Anche per chi su
Ipazia ha già letto qualche libro. Perché la potenza delle immagini in
celluloide è in grado di suscitare sentimenti, pensieri ed emozioni di una
rapidità e intensità tale che nessuna parola scritta può eguagliare. Uscito
dalla sala, non puoi non continuare a riflettere sulle vicende narrate nel
film. E magari a immaginare in che mondo vivremmo se avesse vinto Ipazia, e non
l’episcopo Cirillo. Eh sì, perché la storia di Ipazia si colloca in un periodo
di svolta storica, tra il IV e il V secolo d.C., dei cui effetti deleteri,
nonostante le moderne Rivoluzioni e l’Illuminismo, il liberalismo e la
democrazia, non ci siamo ancora completamente liberati.
Quali le questioni centrali? Quelle che ancora oggi oppongono in gran parte
clericalismo e laicità. E cioè: a) il rapporto tra Stato e Chiesa; b)
l’autonomia della ragione dalla fede; c) l’eguaglianza giuridica uomo-donna.
Tra il IV e il V secolo, come noto, prima Costantino legittima il
cristianesimo, e poi Teodosio I, con l’editto di Tessalonica (380), lo eleva a
religione ufficiale dell’impero. La
Chiesa si fa Chiesa di Stato. Inizia la caccia alle eresie. I
culti pagani sono vietati per legge. Le sacche di resistenza sono gradualmente
soppresse. In questo clima si consuma la tragedia di Alessandria descritta in Agorà.
Da un lato il vescovo Cirillo, dall’altro Oreste, il prefetto augustale,
governatore di Alessandria. Nel primo grande conflitto tra Stato e Chiesa,
Cirillo vince, Oreste perde. Non si inginocchia davanti al Libro Sacro brandito
da Cirillo come una spada, ma poi si sottomette e infine si dimette. Tutto il
potere va al vescovo. I dignitari imperiali costretti a convertirsi. Gli ebrei
“deicidi” scacciati. I templi pagani abbattuti, incendiati o trasformati in
chiese cristiane. Scompare quel che restava della città-polis
greco-alessandrina, simboleggiata nel titolo del film, l’agorà, ossia
la metaforica “piazza” della politèia, dove si fa politica, si
discute, vota e decide. Cirillo impone la sua dittatura politico-religiosa,
ferocemente repressiva e oscurantista. Quante volte, vien da chiedersi, nella
storia dell’Europa imperatori, uomini di Stato, governanti e primi ministri si
inginocchieranno davanti a papi, vescovi e cardinali? Di schiene piegate di
politici pullula la storia occidentale, fino ai ripetuti e ostentati baciamani
di Berlusconi a Benedetto XVI. Il quale, in forme e modi diversi da Cirillo,
adeguati ai nostri tempi, a che cosa mira con la sua strategia del «reingresso
di Dio nella sfera pubblica» se non a perseguirne gli stessi scopi: la
sottomissione della politica alla religione, dello Stato alla Chiesa?
Ma dietro Oreste c’era Ipazia. Che non era soltanto l’ultima grande filosofa e
scienziata antica, dedita alla matematica e all’astronomia, alla direzione
della più rinomata scuola di studi accademici della sua epoca. Era anche
un’intellettuale che faceva un uso pubblico della ragione. Possedeva, come si
vede nel film di Amenábar, e si legge nel bel libro di Gemma Beretta (Ipazia
d’Alessandria, Editori Riuniti, 1993, purtroppo fuori commercio), la virtù
greca della parrhesìa, cioè la capacità di parlare e agire in
pubblico, nella sfera pubblica, e in particolare tra i dignitari e i potenti
della città, per discuterne le scelte e le decisioni. «Se non è il
cristianesimo, qual è il tuo criterio di giudizio», le chiedono malevoli i
funzionari imperiali. «La filosofia», risponde Ipazia, ossia la ragione, la
libertà e l’autonomia della ragione da ogni credo, dottrina e dogma religioso.
La risposta di Ipazia, che precorre quella famosa di Kant alla domanda Che
cos’è l’illuminismo?, è di una modernità straordinaria. Non solo infatti
la laicità dello Stato, ma il pensare e il vivere civile dipendono
dall’autonomia della ragione, di ciascuno e di tutti, e dal suo uso pubblico e
critico contro ogni forma di autoritarismo e assolutismo. Il contrario delle
ambizioni teocratiche di Cirillo alessandrino, fanatico e violento assertore
dell’assolutezza della Verità e del potere clericale, come poi sosterranno
tanti futuri papi e vescovi cirillici, fino ai tempi nostri. Se avesse vinto
Ipazia, facile e felice profezia, non avremmo avuto il caso Galilei. E nemmeno
il caso Darwin. Né Crociate, Inquisizione, guerre di religione e Concordati. La
fede sarebbe rimasta una questione privata dei fedeli. Separata dalle loro
libere scelte politiche.
Ipazia studiava e ricercava, parlava e agiva «senza vergognarsi di essere
donna». Donna che conta, tra uomini che contano. Anzi, a loro superiore per
conoscenza e saggezza. Come osava? Cirillo, malato di misoginia come Paolo di
Tarso, non poteva che odiarla. La donna? Un essere inferiore e peccaminoso,
l’Eva tentatrice, alleata di Satana. Da zittire e sottomettere al maschio,
prima e vera immagine di Dio. O da eliminare. Per Cirillo, ad eccezione della
Vergine Maria theotòkos, Mater Dei (fu santificato per la formulazione
di questo dogma), l’inferiorità della donna è un dato naturale, indiscutibile.
Come lo è nella dottrina e nella struttura della Chiesa. Nella teologia
femminista circola la “leggenda di S. Bernardo”: «Si racconta che stesse
pregando davanti all’altare della Madonna. Improvvisamente Maria apre la bocca
e comincia a parlare. “Taci, taci!” grida disperato S. Bernardo, “le donne non
possono parlare in chiesa”» (riportato in nota da Beretta, pp. 266-267). Né in
chiesa né fuori, in verità. Perciò Ipazia doveva scomparire. «Sia lapidata a
morte!», forse disse Cirillo. Certo, fu il mandante morale dell’assassinio. Su
cui il regista del film stende un velo di pietà. Inventando Davos, lo schiavo
innamorato, e l’epilogo del soffocamento. Altro dicono le fonti: tirata giù dal
carro dai parabalani inferociti, fu denudata e scarnificata viva «con i cocci»,
gli furono cavati gli occhi, poi fu «fatta a pezzi membro a membro», e infine i
resti vennero bruciati al Cinerone. Come i preziosi libri della biblioteca
alessandrina del Serapeo. Fanatismo religioso, disprezzo del libero pensiero e
rogo di libri proibiti, talvolta con i loro autori, sono stati una costante
della passata storia della Chiesa. Che, pur messa alle corde dal moderno
processo di secolarizzazione, tuttora continua però a ritenersi, come il suo
santo Cirillo, depositaria della Verità di Dio.
In un calendario laico, Ipazia sarebbe la prima martire e santa.
www.micromega.net (10 maggio 2010)

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