Internet ci rende più stupidi? È colpa dell’uomo, non della tecnologia
Come fuggire da dolori e paure grazie alla «logica delle macchine»
In tempi molto, ma molto antichi «l’uomo era una specie rara, la cui sopravvivenza
si presentava precaria. Sprovvisto dell’agilità della scimmia, senza pelliccia
addosso, gli era difficile sfuggire agli animali selvatici e, nella maggior
parte del mondo, non poteva sopportare il freddo dell’inverno. Aveva solo due
vantaggi biologici: la posizione eretta, che gli liberò le mani, e
l’intelligenza, che gli consentì di trasmettere ad altri l’esperienza» . Così
scriveva Bertrand Russell nel 1949, riassumendo una storia più che millenaria
in cui s’intrecciavano la contemplazione della natura e la creazione dei
manufatti.
«Scienza, dunque previsione; previsione, dunque azione» era già uno slogan del filosofo Auguste Comte, fondatore del positivismo ottocentesco. Rende l’idea che la crescita della conoscenza comporti un potenziamento delle nostre capacità di modificare l’ambiente per le più diverse esigenze. Però, l’azione può anticipare la comprensione dei fenomeni naturali. Quasi un secolo dopo Ernst Mach, fisico e fisiologo, ne dava uno splendido esempio nel suo Conoscenza ed errore (1905): «Esiste un’inclinazione naturale che ci spinge a imitare ciò che si è compreso. Il punto a cui si giunge nella riproduzione dà la misura della comprensione. Se consideriamo il vantaggio che la moderna costruzione di macchine ha tratto dagli automi, se prendiamo in considerazione le macchine calcolatrici, gli apparecchi di controllo, i distributori automatici, possiamo attenderci ulteriori progressi della civiltà tecnica» . Questa «profezia» ci pare oggi ampiamente avverata.
Ma pensiamo al protagonista di Blade Runner (1982, regia di Ridley Scott) che, già angosciato all’idea che la sua compagna sia una «robotta» , si domanda se per caso non sia anche lui un automa! Il confronto tra uomini e macchine chiarisce i motivi per cui gli artefatti delle varie tecnologie ci sembrano insieme familiari e sconcertanti. Anch’essi sono frutto dei meccanismi dell’evoluzione naturale e culturale; proprio per questo possono sembrarci minacciosi. Russell temeva che le peculiarità individuali potessero venir cancellate in una totale «tecnicizzazione» della società; Norbert Wiener, il creatore della cibernetica, paventava che il controllo del grande capitale sulla ricerca tramite il sistema dei brevetti avrebbe bloccato la crescita della conoscenza e la sua diffusione, innescando una crisi della democrazia.
Infine, per Martin Heidegger, il filosofo tedesco che per epistemologia e politica sembrerebbe agli antipodi di Russell, la tecnica— erede della metafisica dell’Occidente — avrebbe sradicato l’essere umano dal contatto più immediato con i suoi simili e la sua storia. Questa, però, è solo una faccia della medaglia. Chi teme che lo sviluppo tecnologico produca l’abbrutimento dell’umanità dimentica che la tecnica nasce e si rafforza come elemento di emancipazione dal dolore e dalla paura. Purché, come ancora sosteneva Wiener, ci si renda conto che essa «può renderci liberi soltanto se la si può conseguire liberamente» . Il nodo, dunque, è politico. La ricerca tecnico scientifica è una manifestazione non solo della nostra individuale aspirazione alla verità ma anche della pratica della solidarietà: dove non riesce il singolo arriva la coordinazione degli sforzi provenienti dai più diversi settori.
Qui occorre capire bene la «logica della macchine» (altro che liquidarle come forme di non pensiero). Per esempio, gli artigiani olandesi che avevano costruito i primi cannocchiali non immaginavano certo che Harriot o Galileo li avrebbero utilizzati per guardare la superficie scabra della Luna (e non per scorgere in anticipo le navi dei pirati sul mare o, come facevano alcuni buontemponi, le ragazze che si spogliano ai piani alti delle locande). La duttilità dello strumento non riguarda però solo la scienza; investe l’intera esistenza. Chi avrebbe mai pensato che dall’organizzazione di una rete di comunicazione ultrarapida ma segreta sarebbe nato Internet? La tecnologia non è «disumanizzante» : è intelligenza e libertà. Che poi Internet possa rischiare di renderci «stupidi» (come qualche critico comincia a insinuare) non è un suo difetto ma una nostra mancanza.
Corriere della Sera 2.2.11

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