Insostenibilità del debito.
Quanto meno un debito pubblico appare sostenibile, tanto più costa allo stato indebitarsi
Professore, che cosa sta succedendo da qualche settimana nelle borse?
Niente, e proprio questo è il problema. Non c’è un solo fatto nuovo che
giustifichi il terremoto finanziario delle scorse settimane: dalle difficoltà
di Obama con il Congresso alle fragilità fiscali dell’Europa, tutto era già
presente e noto. Perfino il downgrading degli USA era già stato più volte
preannunciato. Per non parlare dei debiti pubblici, che hanno potuto crescere
per anni senza preoccupare nessuno. Davvero, non è successo niente di nuovo e
sconvolgente.
Nulla di cui preoccuparsi, dunque?
Tutt’altro. E’ proprio questo terremoto in assenza di novità il dato su cui è
opportuno riflettere: se oggi senza motivo i mercati finanziari tremano, vuol
dire che fino a ieri erano spavaldi, ugualmente senza motivo. Niente
giustificava i guadagni di ieri, così come niente può spiegare le perdite di
oggi o i recuperi di domani. I mercati finanziari dimostrano di avere sempre
meno un criterio attendibile per distinguere fra quando va bene e quando va
male, fra chi va bene e chi va male.
Una finanza che vive in un mondo che ha poco a che fare con la realtà?
Non mi riferisco a una semplice scollatura tra finanza ed economia reale. E’ perfettamente legittimo, e anzi necessario, che il valore di borsa di un’azienda possa discostarsi temporaneamente dall’andamento corrente dei suoi affari. Perché la borsa, per sua natura, guarda avanti: guarda ai profitti futuri, non a quelli attuali; esprime aspettative e può sbagliarsi. Ma, affinché questo gioco di scommesse abbia un senso, bisogna che almeno due condizioni siano rispettate. Primo, occorre che a un certo momento una linea sia tracciata e i conti siano fatti. Bisogna che finisca la gara, in modo che si veda chi ha scommesso sul cavallo vincente. Secondo, occorre che l’esito della corsa non sia condizionato dall’andamento delle scommesse. Ma questo è proprio ciò che non avviene in borsa, dove non si verifica né la prima né la seconda condizione.
Cosa intende dire?
E’ molto semplice: gli andamenti dei valori di borsa non riflettono più alcun
tipo di “fondamentale”, cioè non si basano più su alcun giudizio in merito alla
solidità economica o politica dell’emittente. Nei momenti di massima
volatilità, come in questi giorni, siamo tutti d’accordo a dire che “basta un
nulla” per scuotere i mercati e che a tenere il campo sono le aspettative che
si autorealizzano. Tanto è vero che si parla comunemente, anche sulla stampa
finanziaria, di “speculazione” e si dà per scontato che è il mercato
finanziario a dettare l’andamento dell’economia reale, perfino le sorti di
interi paesi, e non viceversa. Ma c’è da chiedersi se, nei periodi cosiddetti
normali, la maggiore calma non dipenda unicamente da una maggiore unanimità
delle aspettative, da una maggiore tenuta delle convenzioni, da una maggiore
stabilità emotiva. In finanza come in amore, siamo in balia delle emozioni,
attrattive o repulsive che siano: e quello che, fino a ieri, era visto come un
investitore benefico, oggi è chiamato un avido speculatore, con la stessa
volubile inconsistenza che fa apparire l’amante della sera prima come
un’opportunista spregevole.
Il che non sembra molto rassicurante per le sorti del nostro Paese,
finito anch’esso nel mirino degli “speculatori”.
Ecco, quello che sta accadendo con i titoli del debito pubblico italiano è un
buon esempio del carattere autoreferenziale dei mercati. I buoni del tesoro
possono anche essere visti come un investimento nell’azienda-Italia. Ma, a
dispetto di quest’orribile espressione, gli stati nazionali, a differenza delle
aziende, non sono fatti per fare profitti e per remunerare i detentori dei
titoli, non presentano un bilancio consuntivo, e non esiste alcun criterio
certo sulla base del quale possano essere giudicati redditizi o anche
semplicemente solvibili. Eppure, tutto ruota attorno a quel punto: la caduta
del prezzo dei titoli di stato e il corrispettivo incremento del loro
rendimento e dunque l’ampliarsi del differenziale rispetto al rendimento degli
omologhi tedeschi, i timori di un’ulteriore recessione, le preoccupazioni per
la disintegrazione dell’euro, il crollo delle borse… tutto è stato scatenato
dal timore di un possibile default dell’Italia.
Si tratta di un rischio concreto?
Questo è appunto il problema. Per poter rispondere, e magari assegnare un grado
di probabilità all’evento, come si pretende di fare sul mercato, bisognerebbe
poterne dare una definizione univoca. Ora, che cosa significhi essere “in
default”, o “insolvente”, nel caso di un’impresa è chiaro: significa non essere
in grado di pagare i propri debiti, ossia non avere attività sufficienti per
far fronte alle proprie passività. Ma, sulla base di questa definizione, tutti
gli stati sono insolventi! Nessuno stato è in grado di ripagare i propri
debiti. D’altro canto, gli stati non sono nemmeno tenuti a ripagare i
loro debiti. I debiti degli stati, da quando hanno preso la forma di titoli
negoziabili sul mercato, ossia da poco più di trecent’anni, non sono più fatti
per essere ripagati, bensì per essere continuamente rinnovati e per circolare
indefinitamente. I titoli di stato sono emessi, sono acquistati e rivenduti
ripetutamente sul mercato e, quando giungono a scadenza, sono rimborsati con i
proventi dell’emissione di nuovi titoli.
In che senso, allora, si può parlare oggi di stati a rischio di
insolvenza?
Il termine è utilizzato con un’accezione ben diversa, per riferirsi
all’incapacità di uno stato di rifinanziarsi sul mercato a condizioni
sostenibili. Si dovrebbe parlare, propriamente, non di “solvibilità”, ma di
“sostenibilità” del debito. Ed è ben più problematico. Non soltanto perché il
concetto è più vago, privo di una definizione univoca. Ma soprattutto perché il
fenomeno che esso descrive è fortemente autoreferenziale. Infatti, quanto meno
un debito pubblico appare sostenibile, tanto più costa allo stato indebitarsi;
ma quanto più aumenta il costo del debito, tanto meno risulta sostenibile.
Un circolo vizioso che conduce gli stati sull’orlo del baratro.
Si tratta di un problema che è al tempo stesso politico ed economico. Quando
uno stato, come l’Italia o la
Grecia, accumula un tale debito nei confronti degli stranieri
da dover rendere conto delle proprie decisioni ai creditori prima ancora che ai
cittadini, allora si ha un problema politico: in che senso possiamo ancora
parlare di una democrazia, quando a dettar legge non è il popolo né il
parlamento né il governo, bensì una trojka internazionale, in rappresentanza
degli interessi dei creditori?
D’altro canto, quando la capacità di un debitore di ripagare i propri debiti
dipende assai più dal grado di fiducia dei mercati che dalle proprie
prestazioni, comunque le si voglia misurare, allora il problema è anche
economico: in che senso si può ancora parlare di un investimento, quando il
tasso di rendimento non ha alcun rapporto con alcuna misura, per quanto
imprecisa, di produttività, ma dipende unicamente dal grado di sfiducia dei
creditori?
Sul piano politico, la concessioni di crediti condizionati, subordinati
all’adozione di determinate misure, come quelli che la BCE oggi concede all’Italia,
non può essere letta che come l’instaurazione di un regime di sovranità
limitata nel paese debitore. Sul piano economico, la concessione di crediti a
tassi d’interesse del 16%, come quelli che oggi il mercato accorda alla Grecia,
non ha altro nome che usura.
È la crisi dell’Europa?
Senza dubbio. Una crisi dovuta alla pretesa di costruire l’unione politica
sull’unificazione monetaria. Ma il problema non consiste nel ritornello secondo
cui “ha prevalso l’economia sulla politica”, piuttosto nel fatto che si è
mancato di vedere il piano politico e il piano economico nella loro
articolazione. L’unificazione economica e monetaria è già, in sé, un atto
politico. Non c’è nessuna legge economica che ne detti la necessità, tanto meno
la forma. Può essere realizzata in modi diversi: il mercato comune non implica
necessariamente la moneta unica, la libera circolazione dei beni non comporta
necessariamente il movimento indiscriminato dei capitali. Come mostra
concretamente il precedente storico dell’Unione Europea dei Pagamenti che,
negli anni ’50, ha assicurato ai paesi europei crescita, stabilità e
integrazione economica, senza bisogno di una moneta unica. Viceversa, l’euro ha
accordato un po’ di stabilità e un po’ di crescita, ma a costo di una crescente
divergenza fra i paesi membri che oggi rischia di compromettere sia la crescita
sia la stabilità.
E che cosa si dovrebbe fare?
Credo che sia opportuna una riforma radicale della governance dell’Unione
Europea, come da più parti auspicato: una revisione del patto di stabilità, un
emendamento dello statuto della Bce, e magari anche la ricostituzione
dell’Unione Europea dei Pagamenti.
Per gestire l’emergenza, ossia la crisi dei debiti pregressi, sono convinto che
non ci sia altro da fare che consentire alla Bce di agire da prestatore di
ultima istanza, acquistando titoli del debito pubblico dei paesi membri. E
naturalmente, è bene che tali prestiti siano accompagnati da raccomandazioni ai
governi che ne beneficiano, perché adottino politiche di rigore, in modo da
arginare l’azzardo morale, ossia la tentazione del figliol prodigo di tornare a
spendere, abusando della misericordia del padre. Ma sarebbe ben più efficace di
qualunque raccomandazione se gli stati europei non potessero né dovessero
continuare a contrarre nuovi debiti, emettendo titoli sui mercati internazionali.
Sembrerebbe un’utopia…
In verità, proprio questo sarebbe reso possibile se si rifacesse l’Unione
Europea dei Pagamenti. Si tratterebbe di una camera di compensazione tra i
paesi dell’eurozona. Anziché indebitarsi sui mercati internazionali, per finanziare
i propri acquisti da un partner europeo, ciascun paese potrebbe semplicemente
registrare un debito a proprio carico su un conto corrente presso l’Unione.
Correlativamente, il paese esportatore si vedrebbe registrare un credito,
spendibile presso qualunque membro dell’Unione. Questo avrebbe un duplice
vantaggio. Primo, consentirebbe di distinguere il debito pubblico, che è un
affare interno fra i cittadini e lo stato, e il debito estero, che è un
rapporto fra paese creditore e paese debitore. Secondo, consentirebbe di
apprezzare il fatto che il debito estero beneficia entrambi i paesi, poiché
permette al debitore di acquistare ciò che altrimenti non potrebbe acquistare,
ma permette anche al creditore di vendere ciò che altrimenti non potrebbe
vendere. Se il sistema dei crediti fra paesi s’interrompe, ci rimettono
entrambi. Non è un caso se la crisi del debito nell’Europa meridionale ha
comportato anche un arresto della crescita in Germania, come registrano i dati
di questi giorni. Se gli italiani non comprano, i tedeschi non vendono. Il
mercato è aperto, ma nessuno ci va…
Quindi?
Quindi è bene che, a differenza di quanto oggi avviene, l’onere del debito non
venga sopportato, economicamente e simbolicamente, soltanto dai paesi debitori.
Mentre le nuove istituzioni create per gestire la crisi debitoria europea, come
l’Efsf (European Financial Stability Facility) continuano a far gravare l’onere
e l’onta degli squilibri sui paesi debitori, l’istituzione di una camera di
compensazione europea consentirebbe di ripartire equamente l’onere
dell’aggiustamento fra creditori e debitori, imponendo, certo, ai debitori di
ripagare i propri debiti, ma spingendo anche i creditori a spendere i propri
crediti.
Sta parlando di un’Europa senza euro?
No, la mia proposta non è affatto di abolire l’euro, ma anzi di difenderlo
dai suoi stessi difetti, che oggi rischiano di portarlo alla dissoluzione. E,
per far questo, occorre che l’euro sia fatto per agevolare gli scambi
commerciali e non per alimentare l’accumulazione di squilibri finanziari. Al
tempo stesso, e secondo il medesimo principio, si potrebbero creare camere di
compensazione locali, per ridare fiato agli scambi, alla produzione e
all’occupazione su base locale. Una finanza locale, denominata in una moneta
locale complementare all’euro, consentirebbe di togliere anche le comunità
territoriali dalla morsa dei mercati globali, in modo che possano riacquistare
una reale autonomia politica, senza rinunciare all’apertura verso l’esterno.
Altrimenti continueremo a sacrificare ogni comunità in nome della Comunità
Europea, salvo poi sacrificare la Comunità Europea in nome del mercato globale.
Ma è una strada percorribile quella che propone?
Dal mio punto di vista, è l’unica via d’uscita plausibile da una situazione in
cui gli stati hanno sempre meno margini di manovra e i mercati hanno sempre
meno contatto con la realtà. A differenza di quattro anni fa, non possiamo più
fare affidamento sull’intervento pubblico. Oggi l’alternativa a una riforma
radicale non è l’intervento dello stato in economia, ma l’interferenza sempre
più cogente e pervasiva del mercato finanziario nella vita politica. Infatti,
stante l’attuale forma delle istituzioni economiche, l’unica politica concessa
è quella che viene giudicata adeguata dal mercato finanziario,
indipendentemente dal suo contenuto. E che cosa vuole il mercato? Niente di
chiaro e definito. Vuole soltanto essere rassicurato. Le manovre dei nostri
governi possono essere opportune e risolutive, oppure insensate e
controproducenti, ma, in ogni caso, se il mercato le reputa adeguate,
ricomincia ad acquistare i nostri titoli, i rendimenti scendono, e noi siamo
salvi. Come l’autocrate totalitario descritto da Koestler, il mercato ha sempre
ragione, purché non si metta mai in dubbio la sua parola, anche se dovesse
dichiarare ad ogni istante una verità nuova.
[Intervista a cura del sito Melograno rosso]
http://www.alfabeta2.it 1 novembre 2011

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