In difesa della faziosità
La teoria economica può essere considerata una scienza dura al pari della fisica?
(…) Abbiamo a che fare con una crisi nata dallo squilibrio della dinamica degli interessi in seno alle società occidentali, e in primo luogo alla società americana. Un trentennio di redistribuzione dal basso verso l’alto e di deregolamentazione dell’economia e della finanza ha gettato le basi di un terrificante corto circuito planetario da ultimo sfociato nella crisi dei debiti sovrani europei.
Ma questa redistribuzione non è – come più di qualcuno ha propagandato per anni – il semplice frutto dell’apertura internazionale dei mercati accompagnata dal travolgente sviluppo dell’Information and Communication Technology. Sono entrambi fattori che hanno certamente contribuito a produrre una crescita del divario retributivo fra lavoratori skilled (capaci di cavalcare la rivoluzione tecnologica) e lavoratori unskilled (esposti alla competizione di una considerevole massa di lavoratori non qualificati dei paesi in via di sviluppo, patrie delle nuove manifatture dell’economia globale). Tuttavia non devono essere considerati separatamente dalla «mano ben visibile» di una portentosa rivoluzione conservatrice avviatasi alla fine degli anni Settanta e dispiegatasi pienamente con i governi di Ronald Reagan e Margareth Thatcher. Una rivoluzione che ha imposto una forte riduzione dell’imposizione fiscale sui redditi più alti e sulle imprese, un cambiamento radicale della legislazione sul lavoro e un attacco sistematico al potere sindacale.
Erano i tempi – giunti sino all’altro ieri per la ridondanza della propaganda ideologica dispensata – dell’«alta marea che tira su tutte le barche». E non importava se mentre cresceva la marea si assisteva contemporaneamente a una massiccia riduzione della quota dei salari rispetto ai profitti e alle rendite nella composizione del prodotto interno lordo (in Italia, fra il 1976 e il 2006, 15 punti di Pil sono stati trasferiti dai salari ai profitti, con una media dei paesi Ocse comunque altissima, intorno ai 10 punti).
Dobbiamo dunque tornare a fare distinzioni «fra una barca e l’altra»? È stato un filosofo liberale come John Rawls a spiegarci come l’universalismo illuminista – da cui discende quasi ogni filone di quei proteiformi movimenti di lotta e di pensiero rubricati sotto la categoria di «sinistra» – non esclude, anzi presuppone, un punto di vista parziale. O per meglio dire – con una formula più complicata ma più attinente al ragionamento rawlsiano – universale in quanto dotato di parzialità dentro condizioni di disinteresse.
(…) Ricordare l’intrinseca «parzialità» di cui è intriso il concetto di giustizia anche nella sua accezione liberale potrebbe essere un esercizio utile soprattutto in tempi in cui la pretesa neutralità della «competenza» rischia di mettere fuori gioco la politica come arte di composizione degli interessi e dunque, in ultima analisi, gli stessi princìpi della democrazia. Ne abbiamo avuto una prova lampante nella portentosa campagna mediatica che ha accompagnato l’ascesa al governo del «supertecnico» Mario Monti.
Che cosa vuol dire essere un economista competente? È più o meno come essere un biologo competente, o un idraulico competente? La scienza economica può essere considerata alla stessa stregua delle scienze naturali, della loro pretesa di rigore oggettivo ed esattezza matematica?
Si dà il caso che sono molte le questioni sulle quali nella «comunità degli economisti» non si è affatto d’accordo, per quanto a volte si tenda a presentare questa disciplina come una architettura di proposizioni assolutamente sistematiche e coerenti. Lo hanno sottolineato con impareggiabile efficacia gli studenti di una delle università più prestigiose del mondo, Harvard, i quali hanno scritto una lettera aperta al loro docente Gregory Mankiw. Quest’ultimo, autore di uno dei più diffusi manuali universitari di macroeconomia («il Mankiw» è insieme al «Blanchard» il testo più adottato anche nelle università italiane), è stato accusato di offrire nelle sue lezioni una «specifica – e limitata – visione dell’economia», la quale perpetua «assetti di disuguaglianza economica inefficienti e problematici nella nostra società». «Uno studio accademico legittimo di economia», si legge ancora nella lettera pubblicata dalla Harvard Political Review, «deve includere una discussione critica sia dei vantaggi che dei difetti dei differenti modelli economici semplificati. Siccome il suo corso non include fonti primarie e raramente adotta articoli di riviste accademiche, ci ritroviamo con uno scarso accesso ad approcci economici alternativi». E per manifestare con un gesto ancor più plateale questo disagio un nutrito gruppo di studenti ha abbandonato la lezione del 2 novembre unendosi alla marcia del movimento Occupy Wall Street in programma quel giorno a Boston.
È molto riduttivo pensare all’economia come a una scienza esatta nella quale è possibile effettuare gerarchie e catalogazioni solo sulla base del principio della competenza. Anche nell’attuale dibattito sulla crisi e sul cosa fare per uscirne si fronteggiano varie analisi, differenti ricette, molteplici proposte di soluzioni. I precetti dei monetaristi saranno certamente diversi da quelli dei neokeynesiani: per fare un esempio specifico lo stesso Mankiw, che non è un monetarista benché sia stato in passato capo dei consiglieri economici di un presidente di ultradestra come George W. Bush, si è dichiarato nettamente a favore della politica monetaria espansiva promossa dal governatore della Fed, la banca centrale americana, Ben Bernanke. A loro volta le soluzioni proposte da monetaristi e neokeynesiani – e da tutti quegli studiosi che potremmo far convergere nella macrocategoria del mainstream – saranno differenti da quelle caldeggiate da studiosi di matrice «eterodossa». Riferendoci con questa etichetta – forse un po’ grossolana – a tutti coloro che si rifanno a scuole keynesiane in senso stretto (cioè fondate sulla centralità della domanda anche nel lungo periodo), oppure a idee sraffiane, kaleckiane, marxiste eccetera.
Inoltre il piano analitico-strumentale – quello sul quale ad esempio si fronteggiano diverse opinioni sul fatto che una misura o un dispositivo sia più o meno efficace per il perseguimento di un determinato obiettivo – non è l’unica dimensione del ragionamento. Molti economisti ci tengono a sottolineare che le loro proposizioni sono assolutamente scevre di giudizi di valore – come in politica molti populisti tengono a precisare che le loro proposte non sono «né di destra né di sinistra». Si tratta di affermazioni da vagliare con una doverosa dose di sospetto. (…)
Vi è infine un terzo elemento rilevante specialmente quando si fa riferimento al sistema finanziario: la realtà che si cerca di studiare attraverso i modelli matematici potrebbe rivelarsi un giorno non altro che un prodotto, una creazione di questi stessi modelli. È il problema della performatività delle teorie economiche indagato da studiosi come Donald MacKenzie, secondo il quale la scienza economica «esegue, configura e formatta l’economia, piuttosto che osservare come funziona». Si potrebbe obiettare: questo fatto certifica l’assoluta affidabilità dei modelli in questione, che rappresentano la «fisiologia» e la «meccanica» del sistema un po’ come le righe dei programmi per un calcolatore. Non può esistere un livello superiore di «scientificità», di capacità predittiva!
Non è proprio così, come spiega Luciano Gallino nel suo ultimo libro Finanzcapitalismo. La civiltà del denaro in crisi (Einaudi 2011): «Il guaio è che la performatività delle teorie economiche ha un risvolto: la contro-performatività. Se una teoria risulta vera non perché descrive correttamente una realtà indipendente da essa, ma piuttosto perché gli attori coinvolti agiscono anticipatamente come se fosse vera, creando in tal modo una realtà totalmente dipendente dalla sua rappresentazione modellizzata, è molto probabile che quando gli attori smettono di credere alla attendibilità della teoria, la realtà da questa creata vada in frantumi».(…)
http://www.sbilanciamoci.info 20/12/2011

Precedente: L’austerità e il banchiere moderno






