Il tempo dei profeti
Dire la verità sull'immigrazione è essenziale per l'Europa perché solo in tal modo essa può osare e fare piani sul futuro.
Il Presidente Napolitano, che quando parla d'Europa usa veder lontano e ha
sguardo profetico, ha fatto capire nel giorni scorsi quel che più le manca,
oggi: il senso dell'emergenza, quando una crisi vasta s'abbatte su di essa non
occasionalmente ma durevolmente; l'incapacità di cogliere queste occasioni per
fare passi avanti nell'Unione anziché perdersi in "ritorsioni, dispetti,
divisioni, separazioni". Son settimane che ci si sta disperdendo così,
attorno all'arrivo in Italia di immigrati dal Sud del Mediterraneo.
Numericamente l'afflusso è ben minore di quello conosciuto dagli europei nelle
guerre balcaniche, ma i tempi sono cambiati. Lo sconquasso economico li ha resi
più fragili, impauriti, rancorosi verso le istituzioni comunitarie e le sue
leggi. Durante il conflitto in Kosovo la Germania accolse oltre 500mila profughi, e
nessuno accusò l'Europa o si sentì solo come si sente Roma. Nessuno disse, come
Berlusconi sabato a Lampedusa: "Se non fosse possibile arrivare a una
visione comune, meglio dividersi". O come Maroni, ieri dopo il vertice
europeo dei ministri dell'Interno che ha isolato l'Italia: "Mi chiedo se
ha senso rimanere nell'Unione: meglio soli che male accompagnati". La
sordità alle parole di Napolitano è totale.
La democrazia stessa, che contraddistingue gli Stati europei e spinge i governi
a preoccuparsi più dell'applauso immediato che della politica più saggia, si
trasforma da farmaco in veleno. Di qui la sensazione che l'Unione non sia
all'altezza: che viva le onde migratorie come emergenza temporanea, non come
profonda mutazione. Governi e classi dirigenti sono schiavi del consenso
democratico anziché esserne padroni e pedagoghi con visioni lunghe. Non a caso
abbiamo parlato di spirito profetico a proposito di Napolitano. È la schiavitù
del consenso a secernere dispetti, rancori, furberie. Tra le furberie che ci
hanno isolato c'è la protezione temporanea eccezionale che il nostro governo ha
concesso a 23.000 immigrati. La protezione è prevista dal Trattato di Schengen,
ma solo per profughi scampati a guerre e persecuzioni: non vale per i tunisini,
come ci hanno ricordato ieri la
Commissione e gli Stati alleati. Non è violando le regole che
l'Italia suscita solidarietà. Può solo acutizzare le diffidenze: un altro
veleno che mina l'Unione.
Per questo vale la pena soffermarsi sul significato, in politica, dello spirito
profetico. Vuol dire guardare a distanza, intuire le future insidie del
presente, ma innanzitutto comporta un'operazione verità: è dire le cose come
stanno, non come ce le raccontiamo e le raccontiamo per turlupinare,
istupidire, e inacidire gli elettori. Di questo non è capace Berlusconi ma
neanche gli altri Stati e le istituzioni europee: i primi perché sempre alle
prese con scadenze elettorali, le seconde perché intimidite dalle resistenze
nazionali. La lentezza con cui si risponde alle rivoluzioni arabe non è la causa
ma l'effetto di questi mali.
La prima verità non detta è quasi banale, e concerne l'intervento in Libia e il
nostro voler pesare sui presenti sconvolgimenti arabi e musulmani. Condotta con
l'intento di apparire attivi, la guerra sta confermando il contrario: una
grande immobilità e vuoto di idee. È un attivarsi magari sensato all'inizio, ma
che mai ha calcolato le conseguenze (compresa un'eventuale vittoria di
Gheddafi) sui paesi arabi-africani e sui nostri. Fra le conseguenze c'è l'esodo
di popoli. Un esodo da assumere, se davvero vogliamo esserci in quel che lì si
sta facendo. Invece siamo entrati in guerra senza pensarci, né prepararci.
La seconda verità, non meno cruciale, riguarda l'Europa e i suoi Stati.
L'occultamento è in questo caso massiccio, ed è il motivo per cui il capro
espiatorio della crisi migratoria non è l'Italia come gridano i nostri ministri
ma - se non si inizia a parlar chiaro - l'Unione stessa. L'evidenza negata è
che da quando vige il Trattato di Lisbona, molte cose sono cambiate
nell'Unione. Le politiche di immigrazione erano in gran parte nazionali, prima
del Trattato. Ora sono di competenza comunitaria, e la sovranità è passata
all'Unione in quanto tale. Questo anche se agli Stati vengono lasciati,
ambiguamente, ampli spazi di manovra, in particolare sul "volume degli
ingressi da paesi terzi".
Risultato: l'Unione, anche perché guidata a Bruxelles da un Presidente debole,
prono agli Stati, non sa che fare della propria sovranità. Non ha una politica
verso i paesi arabi, di cooperazione e sviluppo. Tuttora non ha norme chiare
sull'asilo, sull'integrazione dei migranti, né possiede il corpo comune di
polizia di frontiera che aveva promesso. Ma soprattutto, non ha le risorse per
tale politica perché gli Stati gliele negano, riducendo la sovranità delegata a
una fodera senza spada. Per questo alcuni spiriti preveggenti (l'ex ministro
socialista Vauzelle, il presidente del consiglio italiano del Movimento europeo
Virgilio Dastoli) propongono una cooperazione euro-araba gestita da un'Autorità
stile Ceca (la prima Comunità del carbone e dell'acciaio). Come allora viviamo
una Grande Trasformazione, e Monnet resta un lume: "Gli uomini sono
necessari al cambiamento, le istituzioni servono a farlo vivere".
Se il Trattato di Lisbona significasse qualcosa, non dovrebbero essere
Berlusconi e Frattini a negoziare con Tunisia o Egitto, con Lega araba o Unione
africana. Dovrebbero essere il commissario all'immigrazione Cecilia Malmström e
il rappresentante della politica estera Catherine Ashton. Resta che per
negoziare ci vogliono progetti, iniziative: e questi mancano perché mancano
risorse comuni. La condotta dei governi europei è schizoide, e tanto più
menzognera: gli Stati hanno avuto la preveggenza di delegare all'Europa una
parte consistente di sovranità, su immigrazione e altre politiche, ma fanno
finta di non averlo fatto, e ora accusano l'Europa come se gli attori del
Mediterraneo fossero ancora Stati-nazione autosufficienti.
La terza operazione-verità, fondamentale, ha come oggetto l'immigrazione e il
multiculturalismo. È forse il terreno dove il mentire è più diffuso, tra i
governanti, essendo legato alla questione della democrazia, del consenso, della
mancata pedagogia, degli annunci diseducativi. Risale all'ottobre scorso la
dichiarazione di Angela Merkel, secondo cui il multiculturalismo ha fatto
fallimento. Poco dopo, il 5 febbraio in una conferenza a Monaco sulla
sicurezza, il premier britannico Cameron ha decretato la sconfitta di
trent'anni di dottrina multiculturale. Il fatto è che il multiculturalismo non
è una dottrina, un'opinione. È un mero dato di fatto: in nazioni da tempo
multietniche come Francia Inghilterra o Germania, e adesso anche in Italia e
nei paesi scandinavi. L'operazione verità non consiste nel proclamare fallito il
multiculturalismo: se un dato di fatto esiste, fallisce solo se se estirpi o
assimili forzatamente i diversi. Se fossero veritieri, i governi dovrebbero
dire: il multiculturalismo c'è già, solo che noi - Stati sovrani per finta -
non abbiamo saputo né sappiamo governarlo.
Dire la verità sull'immigrazione è essenziale per l'Europa perché solo in tal
modo essa può osare e fare piani sul futuro. Urge cominciare a dire quanti
immigrati saranno necessari nei prossimi 20 anni, e quali risorse dovranno
esser mobilitate: sia per mitigare gli arrivi cooperando con i paesi africani o
arabi, sia edificando politiche di inclusione per gli immigrati economici e per
i profughi (la frontiera spesso è labile: la povertà inflitta è una forma di
guerra).
Tutto questo costerà soldi, immaginazione, pensiero durevole. Comporterà, non
per ultimo, un ripensamento della democrazia. Ci sono cose che non si possono
fare perché maturano nei tempi lunghi e l'elettorato capisce solo i risultati
immediati, spiega l'economista Raghuram Rajan in un articolo magistrale sulle
crisi del debito (Project Syndacate, 9 aprile 2011). Il bisogno di immigrati
che avremo fra qualche decennio in un'Europa che invecchia è, paradossalmente,
quello che dà forza ai nazional-populisti: in Italia, Francia, Belgio, Olanda,
Ungheria, Svezia, Finlandia. Il dilemma delle democrazie è questo, oggi. Esso
costringe governanti e governati a fare quel che non vogliono: smettere
l'inganno delle sovranità nazionali, guardare alto e lontano, insomma pensare.
E far politica, ma con lo spirito profetico che vede la possibile rovina (il
"passo indietro" paventato da Napolitano) e la via d'uscita non meno
possibile, se è vero che il futuro non cessa d'essere aperto.
Repubblica, 12 aprile 2011

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