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Il ruolo delle banche è mutato

La finanziarizzazione delle economie capitaliste ha introdotto dagli anni ’80 la disarticolazione del rapporto credito-produzione-lavoro a vantaggio della rendita finanziaria.

 

 

Durante i “trenta gloriosi” anni seguenti la Seconda guerra mondiale, le banche hanno svolto un ruolo cruciale per lo sviluppo economico del sistema capitalista, incentrato a quell’epoca sulla relazione virtuosa tra il settore bancario e le imprese che producono beni e servizi non-finanziari: le linee di credito concesse dalle banche a tali imprese – i cui obiettivi erano definiti con riferimento al medio-lungo periodo – permisero la produzione di valore aggiunto attraverso la remunerazione dei lavoratori delle imprese, i quali potevano disporre della loro capacità di acquisto sui mercati dei prodotti al fine di avere un tenore di vita dignitoso senza dover ricorrere all’indebitamento personale.

La finanziarizzazione[1] delle economie capitaliste, iniziata negli anni Ottanta del secolo scorso, ha trasformato i nostri sistemi economici radicalmente, marginalizzando poco alla volta il ruolo delle banche commerciali, inducendo queste ultime a diventare delle società finanziarie attive su scala globale e operanti a 360 gradi sui mercati finanziari (una sorta di “supermercati finanziari” alla ricerca del massimo profitto nel minor tempo possibile). La crescente quota dei profitti nella distribuzione del reddito che avviene sul mercato dei prodotti ha ridotto la necessità per le imprese di far capo al credito bancario per il finanziamento della loro produzione. La riduzione della quota dei salari reali nella distribuzione del reddito nazionale ha da parte sua diminuito la capacità di acquisto delle famiglie di lavoratori, a tal punto da aver introdotto nelle statistiche a livello nazionale la categoria dei cosiddetti “working poor”, vale a dire i lavoratori il cui salario o stipendio non basta per assicurare loro un livello di vita minimo esistenziale, costringendoli dunque a ricorrere all’indebitamento personale e magari pure all’assistenza sociale.

In questo regime economico, le imprese non hanno alcun interesse a investire per aumentare la loro capacità di produzione in quanto i consumatori hanno una minore capacità di acquisto, data la maggiore quota dei profitti nella ripartizione del reddito nazionale. Queste imprese sono quindi indotte a spendere i loro profitti a oltranza sui mercati finanziari, i quali permettono alle banche, fra molti altri attori finanziari, di riciclare tale enorme liquidità concedendo lucrativi prestiti al consumo alle famiglie di lavoratori il cui salario o stipendio non basta per mantenere un certo tenore di vita.

Alla relazione che associava il credito dei lavoratori al debito delle aziende nell’epoca precedente la “finanziarizzazione” dei sistemi economici capitalistici è andata sostituendosi la relazione opposta, caratterizzata dall’aumento dell’indebitamento personale, da un lato, e dall’altro lato dalla crescita dei profitti aziendali non reinvestiti nella produzione ma spesi per aumentare le rendite sui mercati finanziari. Le politiche di riduzione del debito pubblico e di pareggio del bilancio statale hanno poi aggravato questa situazione, già destabilizzante per natura, in quanto hanno ridotto da un lato la capacità di contrarre debiti da parte del settore pubblico e, dall’altro lato, hanno diminuito l’offerta di titoli finanziari dello Stato, contraddistinti da un rapporto rischio–rendimento interessante per gran parte dei risparmiatori individuali.

Come fece notare William Vickrey, “premio Nobel” per l’economia nel 1996, “il deficit pubblico non è un peccato ma una necessità economica”[2] al fine di ridurre l’instabilità intrinseca nel funzionamento dei sistemi economici capitalistici dominati dalla finanza speculativa.

 

 

 [1] La finanziarizzazione di un sistema economico consiste nel dare la precedenza ai mercati finanziari, ai motivi di carattere finanziario, agli agenti finanziari e alle istituzioni finanziarie – sul piano sia nazionale sia transnazionale – rispetto alla cosiddetta economia “reale”, il cui funzionamento è pertanto subordinato (a prescindere dalla congiuntura) alla finanza speculativa.

[2] William Spencer Vickrey, “We need a bigger deficit”, in M. Forstater e P.R. Tcherneva (a cura di), Full Employment and Price Stability: the Macroeconomic Vision of William S. Vickrey, Cheltenham e Northampton, Edward Elgar, 2004, p. 134.

 

Carteggio:

 

·  claudio veronesi scrive:

Ma questo significa che c’è un problema di immissione della moneta nell’economia? Cioè che non vi è finanziamento adeguato della produzione?

·  Sergio Rossi risponde:

Direi che di moneta in giro ce n’è anche troppa e che il settore dell’auto offra un buon esempio per capire cosa è successo e sta succedendo.
All’inizio del secolo scorso Henry Ford inventò sia la produzione di automobili come beni durevoli di massa, sia la figura del produttore-consumatore, figura che richiedeva - come Ford fece scontrandosi con i suoi soci - una redistribuzione del reddito dai profitti ai salari.
Poi il mercato dell’auto si è saturato, non rendendo più necessario sostenere il reddito dei produttori-consumatori, rendendo (apparentemente) possibile redistribuire il reddito a favore dei profitti: i produttori cinesi non sono destinati a consumare ciò che producono, i consumatori occidentali (soprattutto americani) devono indebitarsi per poter consumare.
Ma rimane il fatto che non si sa bene a chi vendere nuove automobili, semplicemente perché in giro ce ne sono già troppe. Ad un pugno di cinesi ricchi? Difficile, tanto più che si stanno attrezzando per produrre in casa i loro beni di consumo.
E così la FIAT chiude Termini Imerese e sicuramente la Chrysler avrà volumi di vendita inferiori rispetto ai suoi anni d’oro. Potrà giovarsi per un po’ del trucco europeo (vendere nuove auto rendendo artificiosamente obsolete quelle in circolazione), ma quanto potrà durare?
Il problema, insomma, non mi pare tanto “dove trovare finanziamenti alla produzione”, ma piuttosto “cosa produrre”, con cosa sostituire quei beni durevoli di massa i cui mercati sono ormai saturi da un pezzo.
La Spagna ha provato a espandere l’edilizia; i risultati si vedono.

 

 

 

http://www.economiaepolitica.it 12 Febbraio 2010

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