Il ruolo della religione nell’Italia di oggi
Riflessioni su democrazia e religione.
Qualche giorno fa, durante un mio recente viaggio all'estero, mi sono trovato a riflettere da lontano, sulla situazione politica italiana. E mi sono teso conto sempre più che l'enorme complessità e originalità di questo Paese non è soltanto un fenomeno negativo, ma, anzi, costituisce una ricchezza stimolante che altrove manca del tutto. E' una concezione della vita che spinge ad approfondire i dibattiti, stimolando la curiosità anche di chi non è addetto ai lavori e non fa l'osservatore politico di mestiere. L'attuale frangente, poi, è particolarmente movimentato, come si sa, non soltanto nel centrosinistra, ma anche nel centrodestra. Il cantiere delle idee è febbrilmente aperto notte e giorno, alimentando suggestioni e rapide metamorfosi Anche in ciò l'Italia è un Paese molto particolare. Non sono i leader a cambiare, ma le idee, le coalizioni e spesso volentieri i nomi dei partiti. Ora, nel dibattito quotidiano, è veramente considerevole il ruolo assunto dalla religione, con tutte le ambiguità che ne derivano. Il termine, infatti, può voler dire tantissime cose, e non sempre, quella giusta. La rilevanza della religione, talvolta, tende ad essere identificata col ruolo della Chiesa, o con le opinioni legittime ed autorevoli dei vescovi.
In altri casi, perfino con la sola ed unica voce solenne del Papa. In realtà, invece, la questione della religione rimanda direttamente alla politica non in nome di una presenza più o meno ingombrante del Vaticano, ma per il valore e il significato di verità che la religiosità personale assume nello spazio pubblico. Proviamo a spiegare. Quando si parla dei credenti, non c'è nessuno dotato di un minimo di buon senso che sia pronto oggi a ritenere che si faccia riferimento a comportamenti pericolosi e deprecabili. In passato, purtroppo, questo tipo di reazione si trovava per l'efficace proselitismo ateo che alcune ideologie avevano fatto contro la Chiesa. Attualmente; per fortuna, vi è un giudizio piuttosto benevolo verso la religione. Si constata perfino un interesse crescente della gente, nella vendita di libri o nell'ascolto di fiction televisive, non soltanto verso il Cristianesimo, ma per qualsiasi tema che parli del sacro. Insomma, la religione affascina, motiva, stimola e coinvolge l'uomo contemporaneo. Questo andamento crescente si riverbera anche nella sempre maggiore sensibilità politica. Non sempre, però, con la consapevolezza chiara di cosa si stia maneggiando. Un primo tipo di opzione politica sbagliata è giudicare le religioni come dei fatti puramente culturali. Il comportamento da tenere, in questo caso, è molto simile a quello che si ha verso un monumento importante o una rara, collezione d'arte. Si decide, cioè, di tutelare il diritto religioso dei cittadini come si farebbe per garantire la visita al Museo degli Uffizi o l'accesso all'Altare della Patria. Come per qualsiasi altro fenomeno culturale, alle religioni non è attribuito altro valore che non sia quello di esprimere liberamente l'immaginazione creativa.
L'errore di questa visione è di non tener conto dell'enorme differenza che separa la fruizione di un'opera d'arte o quella di qualsiasi altra espressione culturale dal rapporto umano con il divino. Sebbene, infatti, io possa apprezzare una piramide anche senza riconoscervi alcun valore di verità, non posso pregare senza credere personalmente in Dio. Mentre, cioè, la passione per l'arte non impone per nulla una presa di posizione personale, la religione esige necessariamente un impegno diretto e singolare della coscienza.
Una seconda linea sbagliata è, invece, quella di considerare positivo della religione soltanto il valore d'identità collettiva che essa manifesta. In tal senso, una certa pratica liturgica che assume connotati precisi e maggioritari è identificata con la mentalità collettiva di un preciso popolo o di una determinata comunità. Tale lettura tende a relegare la religione in simbolo del passato, identificato magari con la specifica identità originaria e arcana di una tradizione popolare. Anche in questo caso, tuttavia, il rapporto con il sacro è spogliato in sé di ogni valore, e posto in relazione unicamente ad una certa cultura predominante. La religione, insomma, è considerata un elemento invariabile ma relativo, il cui valore è la sola coincidenza culturale con un popolo.
Quest'ultima modalità d'intendere il religioso, molto diffusa attualmente, genera senza sforzo una contrapposizione con le altre confessioni minoritarie, considerate minacciose. Poiché non si riesce a definire l'altro, lo si spiega e cataloga mediante la propria religione, ritenuta potenzialmente superiore soltanto perché più diffusa. Il vero grande passaggio, per superare l'impasse del doppio relativismo multi confessionale e tradizionalista, è concepire la religione come un valore assoluto, universale e umano. Ciò significa, tra l'altro, che la politica ha il compito di occuparsi di religione, ma che deve farlo su di un piano non esclusivamente culturale, ma antropologico. D'altra parte, anche solo per evitare ogni forma possibile di integralismo, una democrazia deve riconoscere il valore di verità, naturale e generale, della religiosità umana, considerandolo un diritto comune, indispensabile cioè per il bene di tutti.
E' interessante, in questa direzione, che anche all'interno di un'opera puramente teologica e puramente cristiana come la Summa theologica, Tommaso d'Aquino abbia sentito l'esigenza di parlare della religione definendo la sua importanza sociale nel raggiungimento di una giustizia autenticamente umana. Non è possibile, in effetti, escludere il valore politico e solidale della religione senza estromettere, al contempo, anche la giustizia dalle leggi dello Stato. E' quanto mai auspicabile pertanto che, all'interno del dinamismo che caratterizza l'evolversi dei rapporti tra le forze politiche italiane, emerga sempre più la consapevolezza democratica di base che la religione è un valore umano fondamentale e inevitabile, il quale deve essere valorizzato e garantito legalmente nella sua rilevanza pubblica, a prescindere dal resto. Anche perché il rischio contrario è assistere all'estinguersi della giustizia, ossia all'emergere di un conflitto di civiltà che si traduca in uno scontrò ingiustificato e dissacrante tra relativismi solo falsamente religiosi, appunto perché esclusivamente culturali.
http://www.repubblica.it 30.4.10

Precedente: Crisi fiscale, contagio e futuro dell'euro








