Il pericolo del doppio populismo
Le contestazioni sono una denuncia della rottura di rappresentatività, della scollatura tra il dentro e il fuori delle istituzioni.
Le prime pagine dei maggiori quotidiani del mondo propongono ripetutamente
immagini dell´aria di rivolta che si respira nelle capitali di quasi tutti i
Paesi democratici mescolata a quella dei lacrimogeni.
Uomini e donne ordinari sono da una parte della barricata; i guardiani dei loro
rappresentanti dall´altra. Contestazioni e rivolte di cittadini democratici che
si sono trovati poveri in poche settimane, senza casa da un giorno all´altro, o
semplicemente esasperati per non essere ascoltati dai loro governi e
parlamenti.
È lecito e legittimo prendersela con chi mostra la faccia del potere politico,
poiché il diritto di voto fa proprio questo: indica con nome e cognome chi deve
occuparsi degli interessi generali e pretende che per grandi linee li faccia.
Chi promette lavoro e crescita, chi promette "felicità" e benessere
non può impunemente operare in modo da creare l´opposto. Dunque, se le
sostanziali responsabilità del declino del sogno occidentale sono invisibili
all´occhio dell´opinione, è giustificato che la contestazione prenda di mira le
seconde file del potere, coloro che siedono nei parlamenti e nei governi
nazionali, poiché ad essi è stata demandata con decisione autorevole e sovrana
la funzione di occuparsi degli interessi generali della società.
Le contestazioni sono una denuncia della rottura di rappresentatività, della
scollatura tra il dentro e il fuori delle istituzioni. Ecco allora che al
popolo dei populismi di destra si viene ad affiancare un nuovo popolo, quello
dei movimenti sociali dal basso. Il primo si unifica sotto un leader senza
spesso avvedersi che si tratta di un affabulatore o di un furbo manipolatore;
il secondo si unifica attraverso le parole via Internet e telefonia, e genera
una nuova forma di populismo dal basso e senza leader, che si fa network e fa
rimbalzare ai quattro capi del paese e del globo il grido contro la democrazia
elettorale. Questo populismo orizzontale, contrariamente a quello che nel Bel
Paese si appella al videocratico Silvio Berlusconi o all´etnocentrico Umberto
Bossi, è fatto di un popolo non allineato, che non vuole bandiere di partito e
si ribella contro una classe politica che in suo nome fa quel che vuole e lo
tradisce; che non accetta più di farsi rappresentare da essa o dai partiti in
generale, che infine è insofferente verso, appunto, le istituzioni della
democrazia rappresentativa. Questo fenomeno, molto preoccupante per sè, lo è
ancora di più se lo si proietta nello scenario del dopo-Berlusconi.
Il "popolo populista" manovrato dai leader non è lo stesso di quello
che chiede di essere ascoltato. Come spiega molto bene Alessandro Lanni in un
libro in uscita su questi temi, se c´è qualcosa che questi "popoli"
hanno in comune è questo: sia che il processo operi dall´alto sia che operi dal
basso, sia che operi attraverso la verticalità della televisione o l´orizzontalità
della rete, comunque si assiste a un processo di rimozione del filtro della
rappresentanza e della mediazione dei partiti. Si assiste cioè al vacillare
delle forme indirette di democrazia anche se la contestazione avviene da due
punti di vista diversi e, anzi, opposti, come sono appunto il populismo
mediatico e il populismo auto-interpellante della rete.
Uno dei problemi che con più forza emergono da queste forme spontanee di
autorappresentanza è senza dubbio quello relativo al destino e al mutamento di
scopo dei partiti, i quali hanno perso la loro centralità e si sono svuotati
del loro ruolo di collegamento tra società civile e società politica, per
diventare via via solo parlamentari e necessariamente ripiegati su se stessi.
La difesa a tutti i costi di sé come eletti (anche di quelli che sono in odor
di mafia, come la vicenda del salvataggio del ministro Romano ha mostrato a
tutto il mondo), del proprio status personale e famigliare, pare essere la
funzione dei partiti. Lo svuotamento di legittimità dei partiti è radicale. Le
conseguenze sono da temere grandemente.
La paralisi progettuale, ideologica ed etica dei partiti si riflette
nell´irresponsabile comportamento dei loro deputati. Il termine
"irresponsabilità" è da leggersi qui in senso tecnico: si riferisce a
rappresentanti il cui potere è derivato e dipendente e che però decidono di
ignorare questo fatto, per le ragioni le più svariate, ma in generale per
godere abusivamente del privilegio della decisione irresponsabile che il libero
mandato dà loro. Irresponsabilità come categoria etica dunque, che dovrebbe ma
non riesce più ad essere contenuta dalla funzione punitiva delle elezioni
proprio perché i partiti hanno solo presenza parlamentare. Le ragioni del
perché ciò avvenga sono diverse; ne segnalo una: perché chi è eletto può
permettersi di agire senza interessarsi dell´opinione di chi lo ha eletto in
quanto sa che il diritto di voto è impotente. Si assiste così alla
trasformazione dei parlamenti in assemblee di oligarchie elette. Il meccanismo
elettorale è in questo caso importantissimo; esso può rendere l´elezione
semplicemente una ratifica di nomine decise altrove (come è in Italia con
l´attuale legge elettorale) oppure può essere un deterrente capace di stimolare
un potere responsabile, di rendere non conveniente fare come se gli elettori
non esistessero. È però necessario e urgente che al voto politico sia
restituita efficacia, anche per impedire che il populismo anti-partitico resti
l´unico movimento rappresentativo dell´opposizione e tuttavia senza un
collegamento costruttivo con le istituzioni.
Repubblica 3.10.11

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