Il padrone e i poteri sudditi
Quando dismette la sua funzione di veto, il Parlamento diventa cassa di risonanza del governo
La legge della natura delle cose contro le norme della
giustizia: la forza del più forte contro quella della legge. Una storia che si
ripete da secoli ma che ogni volta che riappare sembra nuova, inedita e
diversa. Le recentissime esternazioni del presidente del Consiglio sono un
florilegio da manuale sul rischioso cammino nel quale una democrazia si immette
quando consente a un cittadino che ha acquistato già troppo potere economico e
mediatico di coprire incarichi di governo. Il rischio si sta dimostrando
fatale, soprattutto perché viviamo nell’era della audience leadership, dove la
propaganda viaggia non più attraverso partiti strutturati ma invece il fluido
mondo delle immagini e delle opinioni dette e non falsificabili. Antico e
moderno si uniscono tuttavia, poiché nonostante la forma mediatica e da gossip
con la quale si alimenta il plebiscitarismo di oggi, la sostanza e la
tentazione restano le stesse, poiché, dopo tutto, la natura umana è fatta delle
stesse passioni, in primo luogo quelle che spingono a ottenere il
"massimo" di godimento da ciò che piace: dal potere di comandare
masse di sudditi facendo loro bere ciò che è non è nel loro interesse e come se
lo fosse, a quello di gestire un commercio largo e capiente di procuratori e
procuratrici di piacere. Però, nonostante la natura immoderata del potere,
sarebbe sbagliato pensare che il plebiscitarismo si sorregga solo sul potere
del leader, che tutto nel bene e nel male sia a lui solo imputabile. Nessun
regime si sorreggerebbe più di una manciata di ore senza il sostegno di un
gruppo di fedeli e senza consenso. Il plebiscitarismo nasce del resto nella
democrazia, che è una forma di governo fondata sul consenso.
Dunque, partiamo da questa ovvietà: nessun governo può sussistere senza
consenso. Nemmeno i tiranni possono permettersi il lusso di stare al potere
senza fare affidamento su un qualche sostegno da parte dei loro sudditi;
diversamente dovrebbero mettere un guardiano a sentinella di ciascun suddito
con la conseguenza di trasformare il paese in una caserma. A questo
inconveniente i governi totalitari hanno provveduto facendo dei sudditi docili
militanti dell’ideologia di governo. Ecco dunque che la differenza tra Paesi
governati dispoticamente e Paesi liberi non consiste semplicisticamente nel
fatto che questi ultimi sono governati per mezzo dell’opinione mentre i primi per
mezzo della forza. Entrambi sono, in forme e con intensità diverse, governati
anche grazie al sostegno dell’opinione e del consenso di chi occupa le
istituzioni. I governi autocratici cadono quando l’élite di governo si fraziona
e rompe il consenso, come avvenne appunto con il Gran consiglio fascista il 25
luglio 1943. I governi liberi, invece, cadono quando il Parlamento toglie la
fiducia alla maggioranza che governa. La differenza fra i due tipi di regimi
sta nel fatto che in quelli dispotici i sudditi obbediscono a un potere il
quale non è certo che sia espressione della loro opinione poiché non godono
della libertà di gridare forte il loro dissenso; mentre nel caso dei governi
liberi cittadini ed eletti sanno di essere consapevolmente e volontariamente,
in forma diretta o indiretta, gli agenti e i sostenitori del governo che hanno.
È a questi ultimi che dobbiamo dirigere la nostra attenzione quando parliamo di
plebiscitarismo democratico, nel quale dunque la responsabilità del consenso è
principalmente imputabile a coloro che sono stati eletti e operano nelle
istituzioni.
Il Parlamento ha una responsabilità diretta nelle persistenza del governo
democratico. Lo si è visto molto bene con la recente votazione sul caso Ruby o
quella sulla fiducia del dicembre scorso. In entrambi i casi, il Parlamento ha
dismesso una delle sue due funzioni fondamentali, quella per la quale la sua
presenza è segno distintivo della nostra libertà: la funzione di veto. Poiché
il rapporto del Parlamento con l’esecutivo non è né di predellino né di
copertura. I parlamentari hanno infatti mandato libero e nessuno, nemmeno il
capo del loro partito, può costringere la loro volontà decisionale: su questa
loro libertà sta la doppia funzione del Parlamento, quella deliberativa ovvero di
produrre una maggioranza e quella di veto o limitazione del potere del governo.
Il Parlamento non è mai un docile e passivo sostenitore del governo. Quando
dismette la sua funzione di veto, esso diventa cassa di risonanza del governo e
spalanca le porte al plebiscitarismo che la propaganda mediatica rinforza
quotidianamente. Come l’opinione pubblica, il Parlamento diventa un potere
docile nelle mani del leader.
Il presidente del Consiglio è consapevole di avere in mano il Parlamento quando
riesce a neutralizzarne il potere di veto. Sa anche che due altri poteri di
fermo gli sfuggono ancora di mano: la Presidenza della Repubblica e la giustizia. Da
questa consapevolezza scaturiscono le sue recentissime esternazioni: cambiare la Costituzione per
rendere tutti i contro-poteri docili al suo potere. Di fronte a questo rischio
evidente, il Parlamento dovrebbe sentire la responsabilità del suo ruolo poiché
è un fatto che nella democrazia elettorale i governi non dovrebbero cadere con
la mobilitazione delle piazze, ma nel Parlamento. È possibile rendere il
rischio gravissimo che sta di fronte alla nostra già compromessa democrazia
costituzionale in questo modo: al Parlamento spetta il compito di riprendersi
la sua completa autonomia, che è di rendere possibile una maggioranza e di
fungere da veto. Più ancora, di impedire che tutti i poteri di veto e di
controllo siano resi docili e addomesticati.
la Repubblica, 11 aprile 2011

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