Il monoteismo non finisce mai
E’ finito il berlusconismo?
È finita, dicono tutti. E scherzano sui noti leader imbalsamati per lasciare ai
successori il tempo per accordarsi e i simboli di una apparente continuità. Ma
Silvio Berlusconi non è provenuto dalla cooptazione di un settore del paese, ma
dalla stupidità che ha posseduto la sua maggioranza. E l’imbalsama-tura
presuppone il commiato di un leader ancora in posizione di forza, mentre quello
cui assistiamo è un tramonto privo di forza e che rifiuta il commiato. L’evento
cui assistiamo non è una delle falsificazioni di una dittatura, ma un paradosso
del sistema democratico. Si è parlato spesso di anomalie della democrazia
italiana. In un certo senso, la prima e principale è il bipartitismo imperfetto
descritto da Giorgio Galli due decenni dopo la caduta del fascismo. Per
evoluzione culturale e struttura istituzionale, l’Italia era entrata a far
parte delle democrazie mature.
MA I DUE PARTITI maggiori non potevano alternarsi al governo come
avveniva in quelle: la funzione principale del bipartitismo mancava. Uno dei
due era la Democrazia
cristiana: il partito moderato che si autodefiniva di centro, ma che lo
schieramento internazionale classificava a destra in quanto filoamericano. Il
secondo, leader della sinistra, non era socialista come negli altri paesi
occidentali, ma comunista. Il mondo era diviso dalla Cortina di Ferro. L’Italia
si trovava in una alleanza militare e politica con gli Stati Uniti, per
definizione il comunismo non poteva governare. Questa anomalia non era scesa
dal cielo nel 1945. Nella psicologia collettiva italiana aveva dei precedenti,
che da soli forse non la giustificano ma contribuiscono a spiegarla. Da
migliaia di anni il paese aveva subito padroni politici e orientamenti
ideologici diversi. Una sola istituzione era rimasta fissa, ed era
caratterizzata da un’unica verità di cui si riservava l’interpretazione: la Chiesa Cattolica
Romana. Migliaia di anni con questa forma mentale non passano senza lasciare
traccia. Il monoteismo dei partiti marxisti era più compatibile con le nostre
strutture inconsce collettive del flessibile pragmatismo abituale nei partiti
socialisti dell’Europa del Nord. Il risultato di questa continuità profonda, più
difficile da eludere dei razionalismi che abitano i discorsi di superficie, si
è visto quando il comunismo è svanito. Nella sinistra si è creato un profondo
vuoto. La cultura riformatrice più laica e flessibile aveva radici
istituzionali più deboli e recenti, anche se nel tempo proprio il Partito
comunista italiano aveva realisticamente cercato di farla sua. Così, la
sinistra postcomunista è nata gracile e perdente, e questo si vede ancora. In
un certo senso, l’imperfezione denunciata da Galli anziché esser superata era
diventata più visibile.
Negli ultimi due decenni, però, anche la destra italiana ha dovuto
accorgersi di essere anomala. Si è raggruppata non intorno a una ideologia
democratico-conservatrice, ma a Silvio Berlusconi. Se questo non è
letteralmente un monoteismo certo assomiglia a una monarchia. Ora, per
raggiunti limiti di tempo (o, dirà qualcuno, di dignità, ma non è facile
scorgere la differenza), il premier-azienda dovrà fare un passo indietro dalla
politica. Basta contare quante volte il suo nome ricorra non solo nelle pubblicazioni
e nei canali televisivi che lo sostengono, ma anche in quelli opposti, per
rendersi conto che lascerà un vuoto. Senza più pronunciare il suo nome, vuote
resteranno le bocche, che hanno bisogno di certe parole tanto quanto di cibo:
senza questo langue la vita fisica, senza le prime quella politica. Dopo la
sinistra, anche quella che si autodefinisce “destra” (pur essendo fortemente
anomala rispetto ai raggruppamenti moderati europei) rischia di cadere nel
vuoto.
A QUEL PUNTO, dal bipartitismo imperfetto non si sarà arrivati a una
integrazione nel sistema europeo, ma a una “anomalia perfetta”: cioè,
etimologicamente, completa. Riguardante i due schieramenti. Uno stimato uomo
politico cui ho esposto questo timore mi ha incoraggiato a essere meno pessimista.
La destra post-berlusconiana, mi ha spiegato, è già strutturata ed è già in
funzione. Mi rallegro se non ci saranno vuoti di potere. Ci sarà e resterà ,
però qualcos’altro, stabilmente più temibile. Il berlusconismo ha presieduto
alla trasformazione dell’Italia da paese mediamente colto a paese
massicciamente consumista, spostando energie, denaro, sentimenti e consensi dal
primo al secondo territorio. La rapidità e profondità di questa trasformazione
difficilmente ha uguali. Certo, in buona misura questo sta avvenendo in tutto
l’Occidente ed era cominciato ben prima di Berlusconi, con Thatcher e Reagan.
Ciò che lo rende anomalo non è l’aver esaltato il ruolo dell’impresa privata:
per diversi aspetti l’Italia era davvero arretrata nel rendersi conto della sua
fondamentale funzione. L’avvelenamento è avvenuto non sul lato della
produzione, ma su quello del consumo. È stata sparsa una mentalità per cui la
comunicazione collettiva è consumabile come passatempo. La stessa politica può
diventare passatempo, come ha constatato l’Europa intera vedendo il nostro
premier fare le corna a una riunione internazionale. È un’ottima cosa che
cultura e politica divengano più divertenti: la seriosità sola non le ha mai
rese migliori. La serietà, invece, qualche volta lo ha fatto. Un giorno non
lontano potremmo scoprire che tra l’infantilizzazione di un paese e il fatto
che a quel paese manchino il credito e i crediti di cui ha assoluto bisogno
esiste un vincolo storico non casuale.
il Fatto 1.11.11

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