Il mondo, la fame e le soluzioni sbagliate
L’obiettivo dovrebbe essere quello di creare società miste nelle quali ciascuna parte contribuisce in base alle sue esigenze e necessità. Una parte potrebbe garantire finanziamenti, capacità amministrative e la garanzia del prodotto sui mercati internazionali. L’altra potrebbe mettere a disposizione la terra coltivabile, l’acqua e la manodopera.
All’apertura della Conferenza sulla sicurezza alimentare tenuta a Roma il 3 giugno 2008, ho detto che «la soluzione strutturale del problema della sicurezza alimentare mondiale consiste nell’incrementare la produttività e la produzione nel Paesi a basso reddito e nei Paesi nei quali scarseggiano i prodotti alimentari. Ciò richiede, oltre ai normali flussi di aiuto allo sviluppo, soluzioni nuove e innovative. A tal fine è necessario concludere accordi di associazione o di compartecipazione tra i Paesi che dispongono di risorse finanziarie e quelli che dispongono della terra, dell’acqua e delle risorse umane. Solo in questo modo è possibile garantire lo sviluppo agricolo sostenibile nel contesto di piu' eque relazioni internazionali».
È utile ricordare che molte iniziative prese di recente in America Latina, in Africa, in Asia e nell’est europeo sono state spesso motivo di considerevole preoccupazione e comportano la necessità di misure correttive. In effetti alcuni negoziati hanno portato a relazioni internazionali non paritarie e ad una agricoltura mercantilista e di breve respiro.
L’obiettivo dovrebbe essere quello di creare società miste nelle quali ciascuna parte contribuisce in base alle sue esigenze e necessità. Una parte potrebbe garantire finanziamenti, capacità amministrative e la garanzia del prodotto sui mercati internazionali. L’altra potrebbe mettere a disposizione la terra coltivabile, l’acqua e la manodopera. La complementarietà sotto il profilo tecnico, economico, finanziario, fiscale e giuridico unitamente alla conoscenza dell’ambiente ecologico, sociale e culturale costituirebbe una solida base sulla quale condividere sia i rischi che i vantaggi della cooperazione sul lungo periodo.
Ciò che si sta verificando è invece la tendenza di una delle due parti ad espropriare l’altra del suo ruolo. L’acquisizione dei terreni agricoli e i contratti di locazione agricola a lungo termine sono apparentemente caldeggiati dagli investitori stranieri.
Persino in taluni Paesi nei quali la terra è un bene come qualunque altro tanto da essere un bene rifugio per proteggersi dal deprezzamento della valuta, frequenti sono le proteste dei lavoratori agricoli e delle popolazioni indigene. In altri casi l’appropriazione e la distribuzione della terra sono divenute motivo latente di conflitto. Se a questo aggiungiamo il valore emotivo o, talvolta, persino mistico della terra in quanto fondamento della sovranità nazionale, è facile immaginare la reazione sociale quando la terra cade in mani straniere.
Il problema è quanto mai reale tenendo presente il ruolo della speculazione e l’incremento del valore della terra agricola in un mondo in cui entro il 2050 la produzione dovrà raddoppiare per soddisfare i bisogni di una popolazione mondiale in crescita continua e quelli dei Paesi emergenti.
Lo sfruttamento delle risorse naturali al solo scopo di lucro non è funzionale ad una produzione in grado di conservare le riserve organiche e minerali del suolo e di impedire pratiche come la distruzione delle foreste. È necessario anche utilizzare in modo corretto fertilizzanti e pesticidi per evitare l’inquinamento. Lo sfruttamento delle risorse naturali non incoraggia la coesistenza delle coltivazioni e dei terreni da pascolo né la rotazione delle colture necessaria per conservare le proprietà biologiche e nutrizionali del suolo. Il rischio è quello di dare vita ad un patto neo-coloniale per la fornitura di materie prime prive di valore aggiunto nei Paesi produttori e di condizioni di lavoro inaccettabili per i lavoratori agricoli.
È quindi necessario evitare di fornire interpretazioni sbagliate di quelle che potrebbero essere invece buone idee. Gli investimenti esteri diretti in agricoltura dovrebbero consentire la creazione di posti di lavoro, di reddito e di prodotti agricoli permettendo, al contempo, il rafforzamento dei vincoli di amicizia tra le nazioni. Per questa ragione la Fao è convinta che sia giunta l’ora di di creare le condizioni per garantire il successo delle “joint ventures” internazionali per la produzione agricola.
Ma quali sarebbero per le due parti interessate le garanzie, i necessari incentivi, lo status giuridico, le condizioni più idonee alla produzione, alla lavorazione e al commercio, i contratti più appropriati per i lavoratori del settore nonché i vantaggi economici per lo Stato, per i piccoli agricoltori e per il settore privato?
Per rispondere a queste domande è necessaria una commissione interdisciplinare collegata, allo scopo di ottenere consigli, suggerimenti e consulenze, ai centri di eccellenza al fine di organizzare un dibattito inter-governativo in una arena neutrale quale la Fao.
’adozione volontaria di un quadro di riferimento internazionale ci consentirebbe di evitare i problemi che si profilano all’orizzonte in materia di sicurezza alimentare e di cogliere, sia pur con un certo senso delle proporzioni, le occasioni derivanti dall’incremento della domanda di prodotti agricoli. “Governare è prevedere”, sia a livello nazionale che internazionale.
* Jacques Diouf è il direttore generale della Fao
(c) IPS Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
da http://www.partitodemocratico.it - 3 agosto 2008

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