Il mondo globale
Usa-Cina, la fatica del potere
Desideriamo tutti la semplicità, o almeno spiegazioni facili. Mentre Barack
Obama compiva il suo tour trionfale, da celebrità politica numero uno in
Europa, in tanti hanno voluto credere che l’America resta la potenza mondiale
dominante, egemonica, nonostante tutte le profezie di un suo declino. Pochi
giorni dopo, alla notizia che la
Cina si sarebbe presto dotata di una base navale in Pakistan,
in tanti l’hanno interpretata come una defezione di Islamabad nel campo cinese,
a conferma che il potere andava a Oriente. Quale delle due affermazioni è
corretta? Nessuna.
La realtà è molto più complessa. La natura e la distribuzione del potere nel
mondo sono cambiate. E’ una mutazione avvenuta gradualmente nel corso degli
ultimi decenni, ma ogni tanto un improvviso spiraglio di luce svela il grado di
cambiamento.
Il raggio di luce che ha rivelato la vicenda del porto di Gwasar in Pakistan ha
mostrato, in effetti, una di queste svolte. La Cina è stata alleata del Pakistan per più di tre
decenni, essenzialmente a causa del desiderio cinese di accerchiare il suo
grande rivale asiatico, l’India, con problemi e pressioni. I cinesi hanno
fornito i piani tecnologici per il programma delle armi atomiche pachistane, e
hanno dato a Islamabad aiuti militari negli Anni 1980-90.
Nel frattempo la Cina
ha costruito con cura anche altre alleanze lungo le coste dell’Oceano Indiano,
con la Birmania,
lo Sri Lanka e il Bangladesh. Ma è stata anche attenta a non apparire troppo
conflittuale.
L’umiliazione subita dal Pakistan con il blitz americano per uccidere Osama bin
Laden ha cambiato questa situazione, non dal punto di vista dei cinesi, ma dal
punto di vista dei pachistani. Che all’improvviso hanno avuto un buon motivo
per far vedere che non sono marionette americane, che hanno alternative. E così
hanno rivelato quello che gli indiani sospettavano da anni: che l’aiuto cinese
nell’espansione del porto di Gwadar comprende la concessione di strutture
navali alla Cina: le prime che Pechino possiederà fuori dal proprio territorio.
Questo, a sua volta, rivela due circostanze nascoste e in parte
contraddittorie. La prima è che, man mano che la Cina cresce economicamente,
espandendo i suoi interessi in Africa, nel Golfo e in America Latina, è
naturale che per proteggerli voglia proiettare il suo potere militare oltre le
proprie coste. Dopo la fine della Guerra Fredda gli Stati Uniti sono rimasti
praticamente l’unica potenza militare in grado di proiettare la sua influenza
in tutto il mondo. Ora la base di Gwadar conferma che la Cina sta per entrare nel
club, un fatto che senz’altro troverà conferma nel prossimo decennio, quando la Cina costruirà la sua flotta
di portaerei.
La seconda circostanza svelata dall’annuncio del Pakistan ci fa capire che la Cina non è più in grado di
controllare né di occultare la sua espansione globale. Era già successo
qualcosa di simile nel febbraio scorso, quando la Cina doveva decidere se
aderire alla risoluzione dell’Onu sulla Libia, Paese in cui lavoravano più di
30 mila cinesi. La tradizionale politica cinese sarebbe stata quella di
astenersi. Ma per mostrarsi come una potenza globale emergente e collaborativa,
invece che problematica, la Cina
votò a favore, nonostante il fatto che la risoluzione contenesse la richiesta
di portare il governo libico davanti al Tribunale penale internazionale per
aver represso gli oppositori civili nello stesso identico modo in cui Pechino
aveva fatto nel massacro di piazza Tiananmen nel 1989.
Dunque, la Cina
ora ha più potere, grazie alla sua crescita economica, ma anche più problemi.
Questo riguarda anche il suo potere economico, che ha reso la Cina sempre più importante
per diversi Paesi, come partner commerciale, fonte di investimenti stranieri e
donatore di aiuti (soprattutto in Africa e America Latina). Come il Giappone
negli Anni 80, questo peso economico porta a Pechino un’influenza reale,
accompagnata però da tensioni e scelte via via più difficili.
Nelle ultime settimane il Brasile, uno dei membri del cosiddetto Bric, ha
cominciato a minacciare ritorsioni commerciali contro la Cina, se Pechino non apre il
suo mercato ai prodotti agricoli e industriali brasiliani, e se non rivaluta la
propria moneta, o addirittura lascia lo yuan libero di cercare il proprio
valore autentico sui mercati internazionali. Chiunque avesse creduto che i Bric
(Brasile, Russia, India e Cina, l’acronimo lanciato dalla Goldman Sachs per
definire i giganti emergenti del futuro) avrebbero formato un’alleanza contro
l’Occidente, dovrebbe forse ripensarci. Un raggio di luce ha messo in evidenza
lo scontento brasiliano e mostrato che i Bric tendono a combattersi esattamente
come fronteggiano l’Occidente.
Cosa dovrebbe fare l’Occidente? Forse sorridere, riconoscendo un’esperienza già
avuta. Il potere ha molteplici dimensioni. Il potere apre opportunità ma porta
anche scelte difficili. E soprattutto il potere è sempre più diffuso e diviso
nel mondo, e non è un gioco a somma zero.
Che il potere sia multidimensionale non dovrebbe sorprendere nessuno. Esiste il
potere economico, l’uso del denaro e delle opportunità monetarie. Esiste il
potere ideologico, il modo in cui idee e valori possono influenzare gli altri,
rivelando qualcosa sui comportamenti futuri e alleanze future. Esiste il potere
militare, l’uso diretto della forza bellica, o la minaccia di tale uso. E, in
aggiunta a tutte queste varietà di potere in mano alle nazioni o alle
associazioni sovrannazionali, esistono i poteri utilizzati da altre entità:
grandi società, lobby, organizzazioni terroristiche, chiese.
Se guardiamo alle molteplici dimensioni del potere - economico, ideologico,
militare, non governativo - diventa chiaro che la maggiore concentrazione di
potere in diverse categorie continua a risiedere negli Stati Uniti. Ogni tanto
la loro economia può apparire indebolita, i loro valori erosi, i suoi militari
non invincibili, le sue società o le sue lobby declassate. Ma nessun altro
Paese riesce a combinare tutte e quattro le dimensioni.
La Cina non possiede potere ideologico, né ha alcuna influenza attraverso
organizzazioni non governative, in quanto non ne permette lo sviluppo. L’Europa
è più forte nell’ideologia e nell’influenza non governativa, ma attualmente la
sua forza economica è ostaggio della crisi dei debiti sovrani e dell’inflessibilità
di molte delle sue economie, mentre i limiti del suo potere militare si possono
osservare ogni giorno in Libia. Gli europei non riescono nemmeno a tener fede
alle loro promesse di aiuti internazionali, come dimostra il caso penoso
dell’Italia,
Il Presidente Obama ha girato per l’Europa come celebrità politica numero uno,
nonostante le sue debolezze, perché è il simbolo dei più grandi valori
ideologici americani, la mobilità sociale e le opportunità. Ma anche perché il
suo Paese viene tuttora visto come il più potente nel mondo, in tutte le sue
dimensioni. La crisi finanziaria globale del 2008-10 ha eroso l’immagine
economica dell’America, ma non l’ha distrutta. Il Paese si rivela
sorprendentemente forte dopo la peggiore recessione dopo gli Anni 30, e resta
un leader tecnologico ed economico.
Come ha detto il Presidente Obama nel suo discorso al Parlamento britannico la
settimana scorsa, la leadership transatlantica continua a essere sia meritata
che richiesta. Non esiste una sostituzione per essa, e la maggior parte del
mondo continua a chiederla. Le rivolte popolari in Nord Africa e nel Medio
Oriente hanno confermato l’importanza dell’idea occidentale di libertà e
responsabilità dei governi. Ma la leadership transatlantica deve venire
praticata in modalità che tengano conto di quanto il mondo sia cambiato.
Si tratta di un cambiamento estremamente positivo e benvenuto: grazie alla
globalizzazione, lo sviluppo economico si è diffuso a un numero sempre maggiore
di Paesi, facendo uscire centinaia di milioni di esseri umani dalla povertà.
Questo significa che il potere è ora diffuso più che mai. Non è più concentrato
in poche mani, ma si espande, in tutte le sue dimensioni.
Che si tratti di agire in Libia e nel resto del Nord Africa, o decidere la
prossima guida del Fondo monetario internazionale, bisognerà prendere atto di
questa diffusione del potere. Il mondo non gira intorno all’Occidente.
Confrontarsi con la Cina
sulla sua espansione nei mari non significa «contenerla», ma semmai
trasformarla in un avversario. Se l’Afghanistan potrà mai essere stabilizzato,
ciò richiederà la cooperazione tra tutti i vicini di quel martoriato Paese,
inclusi India, Cina, Pakistan e perfino l’Iran.
Questo processo, questa diffusione di potere, richiede ancora una leadership. E
questa leadership può venire solo dall’America, perché l’America resta l’unico
leader che il mondo accetterà. Ma anche il leader oggi deve faticare di più per
farsi accettare, e guadagnarsi la collaborazione degli altri.
La Stampa 30.5.11

Precedente: Spirito, natura e ragione. Ecco il credo di un laico








