Il mondo di Magris tra parole e sguardi
Testo di Corrado Stajano tratto da ”Claudio Magris. Argonauta”, a cura di Danilo De Marco e J.A. Gonzàlez Sainz, per gentile concessione di Forum Editrice.
Provavo un ammirato stupore, e anche invidia, nel vedere con quale serenità Claudio, seduto sul suo seggio di Palazzo Madama, in alto a sinistra, seguitasse a lavorare, a scrivere articoli e relazioni, a leggere manoscritti e a correggere bozze. Ero suo compagno di banco e non riuscivo a far nulla, neppure a leggere i giornali nel gran trambusto dell’aula dove non pochi senatori tenevano la parola il più a lungo possibile perché, come al Politburo sovietico di una volta, la lunghezza dei discorsi serviva a misurare il potere di ognuno. (I quotidiani resoconti parlamentari, con le loro note finali, ”applausi vivissimi”, ”congratulazioni”, gonfiavano d’orgoglio gli oratori narcisisti.) Ogni giorno era una dura corvè, dalle dieci della mattina alle due del pomeriggio. La maggior parte degli interventi, nelle sedute di normale amministrazione, avrebbero potuto durare dieci minuti tutt’al più.
E invece i senatori non smettevano di parlare e di riparlare, compiaciuti del suono del loro eloquio, incuranti delle nevrosi che provocavano nei loro colleghi meno pazienti. Claudio riusciva a nasconderle, io certe volte dovevo scappar via, mi rifugiavo nella biblioteca, di grande fascino, sempre deserta. Tornavo al mio seggio appena veniva annunciata qualche votazione, schiacciavo come un automa i pulsantini rossi, verdi e bianchi, cercavo di ascoltare impossibili discussioni. Claudio seguitava nel suo lavoro diligente, io mi arrabattavo, conoscevo a memoria la bella aula rossa, non perdevo mai di vista le quattro figure dipinte sul soffitto, il diritto, la fortezza, la concordia e la giustizia.
Claudio Magris, senatore della Repubblica, di Trieste, aveva un’autorità naturale in quella XII legislatura. Sempre in allarme, come tutti gli uomini di frontiera, aveva nei suoi modi qualche rigidezza militare che lo faceva assomigliare a un generale imperialregio, più che a un professore-scrittore, politico a termine, come anch’io ero. Aveva rapporti di buon vicinato con tutti quanti, gli uomini di nome e i galeotti travestiti, gli oligarchi della politica e gli infimi della terra – gli stessi che s’incontrano nel suo gran romanzo, ”Alla cieca” – sui quali possedeva un sicuro ascendente.
Ogni suo desiderio, neppure del tutto espresso, era per loro un ordine e io, senatore della periferia di Milano, godevo della loro benevolenza perché mi sapevano suo amico. C’è una fotografia che rappresenta Claudio più di tante parole. Ha una borsa nella destra, un sacchetto di plastica nell’altra mano, guarda la macchina con un mezzo sorriso. È sempre pronto a partire, per una stazione, per un aeroporto. Deve andarsene, Rimbaud di confine, per tornare sempre, però, ”portandosi a casa il mondo”, nella sua amata città di cui conosce ciottoli, tetti, cortili, giardini e, soprattutto, il luogo sommo della comunità, il Caffè San Marco, una delle sue case-rifugio di cui in ”Microcosmi” ha raccontato passato e presente e ha fatto rinascere vita e miracoli di uomini e donne comparsi, in quasi un secolo ormai, in quel famoso Caffè che «assomiglia a una scacchiera e fra i suoi tavolini ci si muove come il cavallo, girando di continuo ad angolo retto e ritrovandosi spesso, come in un gioco dell’Oca, al punto di partenza».
È un gran teatro il Caffè San Marco, una specie di ”classe morta” dove, come ombre, convivono balzani scrittori, vecchi capitani di lungo corso, sfiatati poeti, belle di un tempo perduto, habitué che vengono a sfogliare i giornali infilzati nelle stecche, tutti al loro posto ogni giorno, tra i fregi e i medaglioni delle pareti. Claudio non era soltanto l’intellettuale che il mattino lavorava nell’aula grande alle sue carte e il pomeriggio si impegnava sulle carte degli altri nell’auletta della Commissione cultura. Spesso appariva enigmatico, lontano, in contrasto con il suo viso limpido e la sua voce cantante. Era anche voglioso di scherzi, di burle, per tentar di uscire dal grigiore disumanizzante di quei corridoi, coi padri della patria impalati l’uno dopo l’altro nei loro busti. Si era messo le mani nei capelli quando aveva saputo di essere stato uno dei possibili candidati alla presidenza del Senato. Ma aveva fiuto politico più di tanti professionisti della politica. È stato lui l’inventore di un precoce ”Ulivo”, a Trieste. Era infatti riuscito a mettere in piedi un’unica lista, impresa oggi impossibile, con dentro i gruppi che dall’estrema sinistra arrivavano ai Popolari. Eletto, era il capogruppo di se stesso. A sinistra, ma indipendente.
Durante le crisi di governo saliva anche lui al Quirinale, non ho capito mai se più ironico verso se stesso o più compreso nel ruolo come un suddito imperiale. Claudio Magris è l’uomo meno legato all’ideologia – alle ideologie – che abbia mai incontrato nella vita. È stato lui, non comunista, a commemorare, tra gli altri, Vittorio Vidali, l’11 novembre 1983, il giorno dei funerali, in piazza San Giacomo, il quartiere rosso di Trieste.
Nato a Muggia nel 1900, Vidali era un rivoluzionario professionale molto amato. Perseguitato dal fascismo, imprigionato, esule negli Stati Uniti dal 1923 al 1927, poi in Unione Sovietica, combattente nella guerra civile spagnola, fu il leggendario Carlos, commissario politico e comandante del 5° Reggimento, gravemente ferito nella difesa di Madrid. Poi in Messico dal 1939 al 1947, dirigente di gran rilievo del comunismo internazionale. Su di lui pesano le ombre di non essere stato estraneo, negli anni di Stalin, alla preparazione dell’assassinio di Trotzki e poi a un favoleggiato tentativo di uccidere Tito, sempre nel nome di Stalin. La sua vita fu davvero leggenda, fantasiosa avventura.
Claudio l’aveva conosciuto negli anni Settanta tramite una collega d’università e l’aveva visto abbastanza spesso al Caffè Tommaseo, che a quell’epoca era il luogo d’incontro dei comunisti di Trieste. Non poteva che essere attratto da una simile vita romanzesca. Ne aveva anche scritto con rispetto sul ”Corriere della Sera”, nel 1978, e Vidali gliene era stato grato. Ai funerali di Vittorio Vidali, alias Carlos Contreras, alias Jacopo Zender, alias Enea Sormenti, il Pci aveva inviato una delegazione di alto livello, capitanata da Alessandro Natta, l’oratore ufficiale, con Enrico Berlinguer, Arrigo Boldrini, Giuliano Pajetta, Antonino Cuffàro. Rafael Alberti aveva recitato i versi della sua Lettera al comandante Carlos, Magris aveva sottolineato l’epicità del personaggio, il suo fascino ribelle.
Nella piazza c’era anche Francesco, il primogenito di Magris, allora diciassettenne, ora professore di Macroeconomia in una università di Parigi: «Mio padre ha ricordato l’eredità politica di Vidali, ne ha tracciato un breve profilo, ha ricordato che fra tutti i suoi lunghi viaggi attraverso il mondo il più importante è stato quello su una carretta, nella giovinezza, quando si trasferì dalla piccola città di Muggia a Trieste. L’ambiente del funerale era emozionante. Migliaia di persone accalcate nella piazza piangevano e applaudivano commosse. Mi è sembrato di assistere a uno degli ultimi eventi definibili ”di popolo”, dove la massa trascende le sue singole parti e dà vita a un organismo autonomo e dotato di pathos autentico e coinvolgente. Veniva quasi anche a me voglia di piangere».
Ho saputo dell’esistenza di Magris nei primi anni Settanta. Con Ermanno Olmi lavoravo a un documentario televisivo sulla lettura in Italia. Si chiamerà ”La fatica di leggere”. Dal Piemonte alla Sicilia andavamo a interrogare persone del mestiere, scrittori, editori, semplici lettori. A Dogliani, nel Cuneese, Giulio Einaudi aveva messo su una bellissima biblioteca legata alla vita del paese. Un vecchio, là dentro, cercava un libro sugli scaffali. «Che libro le interessa?», chiedemmo Ermanno e io. E lui: «Il mito absburgico», di Claudio Magris. «Io ho fatto la guerra contro gli Absburgo e mi piace sapere. Faccio il contadino: se avessi potuto avere a disposizione, da giovane, una biblioteca come questa, libri come questo, certamente non avrei fatto il contadino. Sanno qual è la mia idea? Di progredire, di far meglio tutto quel che si può, proprio per progredire». Non sapevo allora chi fosse Magris. Forse era una sigla, il nome di un’azienda, il personaggio di un romanzo. Lessi quel suo libro, forse mentre lo leggeva il contadino. E via via tutti i suoi libri. Poi conobbi Magris, ne divenni amico e seppi delle origini di quel nome, friulano, da Malnisio, in Valcellina, povero paese di emigranti dove l’ultimo sabato di agosto si tiene ogni anno ”la fusina”, la festa per le prime pannocchie di granoturco che vengono abbrustolite. Non ho mai dimenticato il contadino di Dogliani e sono convinto che quelle parole, che trasformavano per me il mito absburgico nel mito gramsciano, rappresentano, oggi come ieri, la più nobile medaglia al valore – lo scrivere per la conoscenza della vita e del mondo – alla quale possa ambire uno scrittore.
da il Piccolo — 05 aprile 2009

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