Il mercato impeccabile
La diseguaglianza tra redditi di capitale e redditi di lavoro è divenuta mostruosa.
La più grave crisi capitalistica dopo quella degli anni Trenta del secolo
scorso, che precipitò nella grande depressione, non ha intaccato la fede
liberista nell´infallibilità dei mercati, anzi del Mercato. Angelo Panebianco
ne offre un perspicuo esempio quando (sul Corriere della Sera) trancia con
eleganza la questione suprema della superiorità del Mercato sullo Stato come
gestore specializzato efficace delle grandi interdipendenze economiche. Per
efficace intende, penso, capace di raggiungere e mantenere equilibri stabili.
Lo Stato, invece, sarebbe il portatore di interessi particolari, nazionali e
democratici destinati per loro natura a turbare i processi di interdipendenza.
Insomma, un disturbatore istituzionale.
Posizione elegante ma a mio parere infondata per due ragioni.
La prima è che una posizione di interdipendenza stabile la si può conseguire in
vari modi e con varie combinazioni di distribuzione del reddito e del potere.
La può raggiungere la Svezia
e la mafia; quest´ultima, dal punto di vista del governo delle interdipendenze,
in modo efficacissimo. Una posizione di equilibrio può essere raggiunta in
condizioni di tendenziale equilibrio distributivo o in condizioni di suprema
iniquità. Ora a me pare che Svezia e mafia non siano modelli equivalenti.
Ma la seconda ragione è ancor più importante. Il Mercato infatti in molti casi
non riesce a raggiungere un equilibrio stabile ma instaura situazioni instabili
o addirittura esplosive. Ciò avviene quando le relazioni economiche non sono di
natura compensativa (mi spiego: quando ad esempio un aumento della domanda di
beni provoca un aumento dei prezzi che ne riduce l´eccesso) ma quando sono di
natura cumulativa (ad esempio un aumento della domanda dei titoli ne aumenta il
valore e induce ulteriori aumenti della domanda: le famose bolle).
Non è proprio questo che è successo in America all´inizio di questo secolo?
Ma la crisi americana va molto al di là dell´ormai famoso fenomeno dei
sub-prime (proliferazione dei crediti immobiliari rischiosi). Essa affonda le
sue radici in una condizione di progressiva distribuzione squilibrata dei
redditi. La liberazione dei movimenti di capitali promossa dai Paesi
anglosassoni all´inizio degli anni Ottanta, promuovendo un ritorno del
capitalismo all´obiettivo del massimo profitto nel minimo tempo, ha esasperato,
a causa della globalizzazione e del mutato rapporto di forza tra capitale e
lavoro (e tra capitalismo e stati nazionali), le diseguaglianze. La politica
dei redditi, cardine di un compromesso storico tra capitalismo e democrazia,
nel quale il capitalismo accettava una “normalizzazione” dei profitti e i
sindacati dei lavoratori una moderazione delle loro rivendicazioni, è saltata.
La diseguaglianza tra redditi di capitale e redditi di lavoro è divenuta
mostruosa. Gli effetti depressivi di tale “mutazione” capitalistica sulla
domanda sono stati brillantemente evitati grazie a un ricorso massiccio all´indebitamento
e al suo continuo rinnovo. L´economista Marc Bloch ha affermato che il
capitalismo finanziario era diventato il solo regime economico nel quale i
debiti non si pagano mai. La liquidità mondiale della moneta (nelle sue forme
più varie) aveva raggiunto per effetto di questa accumulazione debitoria nei
riguardi dei posteri, nel 2007, alla vigilia della crisi, un livello
stratosferico, superiore di dodici volte a quello del prodotto reale mondiale.
Purtroppo però neppure i mercati fanno miracoli. Le onde che si accavallano
finiscono per infrangersi sulla riva.
Questo è esattamente ciò che è accaduto in America generando una crisi che
minaccia oggi di risolversi in recessione. L´immensa liquidità si è di colpo
prosciugata, ma gli immensi debiti sono rimasti. Qualcuno doveva pur assorbirli
perché il sistema non andasse in malora. E non poteva essere che “il
disturbatore” del mercato, lo Stato. L´indebitamento privato si è dunque
convertito in indebitamento pubblico attraverso un gigantesco salvataggio e –
finale grottesco del dramma – le agenzie di rating, che non avevano mosso
ciglio di fronte all´”euforia irrazionale” dei mercati (l´espressione è dell´ex
governatore della Banca Centrale americana Greenspan), hanno bocciato gli Stati
colpevoli dei loro debiti dando un´altra bella spinta alla crisi.
Dunque non c´entra niente la pressione “democratica”. Tanto meno c´entra
Keynes, morto e sepolto nel lungo termine, tirato in ballo a sua insaputa da
altri illustri liberisti. L´inflazione finanziaria che ha dato origine alla
crisi nasce tutta dai mercati che hanno gestito male assai la loro funzione di
governo delle interdipendenze; ed è stata sostenuta e amplificata dal governo
più liberista del mondo. A meno che sia una quinta colonna keynesiana ad essersi
infiltrata alla Casa Bianca e alla Banca Centrale americana, con indiscutibile
successo.
La Repubblica 27 agosto 2011.

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