Il mercato darwiniano ha fallito, diamo all’Onu il potere di governarlo”
Punto primo, tassiamo la finanza
Professor Stefano Zamagni, a chi è
rivolto il monito del Pontefice?
«Un’autorità morale come il Papa non poteva tacere davanti al fallimento del
G20. In un contesto così drammatico i paesi più sviluppati del mondo non sono
riusciti a dare alcuna risposta concreta alla crisi. Siamo ancora bloccati al
modello-Bretton Woods del 1944. Nessuna autorità planetaria vigila sugli
spostamenti delle persone come fa invece sulle merci l’Organizzazione del
commercio, segno che le merci contano più delle persone. Abbiamo un consiglio
militare di sicurezza, ma non una struttura per le emergenze economiche-sociali
perciò nessuno ha coordinato gli aiuti ai terremotati di Haiti. L’economia ha
tre criteri: efficienza, equità, libertà. Economisti superficiali ci hanno
fatto credere che bastava l’efficienza e ora il disastro è colossale. Con 180
colleghi ho firmato un documento per chiedere una serie di riforme, tra cui l’introduzione
di una tassa sulle transazioni finanziarie».
E
il ritorno all’agricoltura?
«Regno Unito e Spagna hanno abbandonato l’industria per affidarsi a servizi e
finanza. Fino al settembre 2008
in Inghilterra banche e assicurazioni avevano sei
milioni di addetti. Solo il 12% del Pil era prodotto dalle imprese
manifatturiere nel paese della rivoluzione industriale. Perciò Benedetto XVI
richiama la necessità di uno sviluppo armonico di industria, agricoltura e
terziario. Il Papa non è contro la dimensione economica, propone un umanesimo
in cui il mercato sia un momento importante della sfera pubblica, aperto anche
alla reciprocità».
E’
un discorso «terzomondista»?
«Il ragionamento che nel Terzo Mondo si produce e in Occidente si fanno finanza
e brevetti è fallito. Vedere migliaia di ettari di terreno fertile abbandonati
nel nostro Sud pieno di sole e col 26% di disoccupati grida vendetta. Il Papa
fa una distinzione importante tra mercato civile e mercato darwiniano, cioè
capitalistico. Non va contro il capitalismo, va oltre. L’attuale crisi
economico-finanziaria è la fine del mondo della massimizzazione dei profitti.
Prima del Welfare bisogna riformare la finanza per renderla più pluralistica».
Benedetto
XVI invoca più Stato nell’economia?
«No. E’ il principio di sussidiarietà, cioè un concetto forte di giustizia che
consenta a ciascun gruppo sociale di esprimere le proprie risorse. Una
solidarietà senza sussidiarietà diventa assistenzialismo e dogmatismo
statocentrico. Oggi l’ideologia dell’efficienza legittima le diseguaglianze. Se
sei più povero di me è perché non vali niente, mentre i manager superpagati e
superefficienti hanno fatto fallire le banche. L’interesse economico di
un’azienda non è solo degli azionisti, ma di quanti concorrono all’impresa, a
partire da lavoratori e territorio».
Come
rimediare al fallimento del G20?
«Con una una governance globale di tipo sussidiario e poliarchico e non con un
dannoso “super Stato”. La partita si gioca sui “commons”, sulle risorse
naturali, sui beni di uso comune. E’ giunto il momento che l’Onu si attrezzi
con una seconda assemblea, accanto a quella delle nazioni, con un Consiglio
economico e sociale che abbia poteri sanzionatori simili a quelli del Consiglio
di sicurezza, per colpire chi specula sul grano, sul petrolio o sull’acqua. Il
Papa parla per tutti».
a cura di Giacomo Galeazzi
La Stampa, 15
novembre 2010

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