Il governo, la forma e la sostanza
Il disprezzo delle forme e delle leggi caratterizza ieri come oggi il berlusconismo e sempre ha generato regimi carismatici autoritari.
Fa una certa impressione rileggere gli articoli che Norberto
Bobbio scrisse nelle pagine di questo giornale, tra il 1994 e il 1996, sulla
forza politica edificata da Berlusconi a seguito di Tangentopoli:
sull’inconsistenza dei club e circoli da lui creati, sulla loro vacuità, sullo
spregio delle forme, tanto fieramente vantato.
Sulla violenza protestante della sua ribellione a liturgie e convenzioni della
democrazia rappresentativa, vorremmo aggiungere: una violenza di tipo russo,
alla Bakunin, che ricorda la vastità informe (la gestaltlose Weite) criticata
nel 1923 dal giurista Carl Schmitt.
Fa impressione rivedere quei testi perché molte storture sono le stesse. Non
furono curate allora per il semplice fatto che erano ritenute virtù nuove, e
adesso la stortura s’è estesa divenendo non solo questione di codice penale ma
di riti elettorali prima trasgrediti, poi mal rappezzati con leggi ad hoc. Quel
che Bobbio rimproverava ai club era in sostanza questo: il disdegno delle
regole, tanto più indispensabili nel regime democratico, che al popolo affida
un’amplissima sovranità.
E l’ideazione di una forza non solo dipendente da un’unica persona («Un partito
a disciplina militare, anzi aziendale», così Dell’Utri nel novembre ’94), ma
priva di statuti, progetti, chiarezza innanzitutto sui finanziamenti.
Bobbio era pienamente consapevole del discredito che la corruzione rivelata da
Mani Pulite aveva inflitto ai partiti, annerendoli tutti mortalmente e rendendo
ancor più pertinente il termine partitocrazia.
Tuttavia i partiti restavano essenziali per la democrazia, secondo lui, perché
senza partiti il potere si fa opaco, arbitrario, imprevedibile. Il non-partito
propagandato da Forza Italia minacciava d’essere un’accozzaglia senza storia,
una «rete di gruppi semiclandestini»: incompatibile con la «visibilità del
potere» che «distingue la democrazia dalle dittature» (Stampa, 3-7-94). La pura
negazione (non-partito) non diceva nulla perché infinite sono le possibilità da
essa racchiuse: «Se dico “non bianco” comprendo in queste parole tutti i colori
possibili e immaginabili (...). La democrazia rifiuta il potere che si
nasconde», dirà il filosofo in un’intervista a Giancarlo Bosetti nel 2001. Il
non-bianco equivale all’amorfa vastità descritta da Schmitt.
Agli esordi anche i professionisti della politica erano invisi, e lo sono a
tutt’oggi: gli uomini che si dedicano alla causa pubblica e ne vivono. Come nel
film di Elia Kazan, meglio era scovare un Volto nella Folla, trasformarlo in
talentuoso comunicatore, e la fabbrica del consenso partiva. Già nel 1957,
Kazan crea il prototipo del manipolatore nichilista delle folle, eterno homo
ridens, dandogli il nome di Lonesome Rhodes, il «Solitario» venuto dal nulla o
meglio dalla galera. Di uomini così era fatto il non-partito escogitato da
Mediaset, e lo è tuttora. Tuttora si avvale dei consigli di Previti, condannato
definitivamente per corruzione in atti giudiziari. O di Verdini, indagato per
corruzione.
Il politico di professione è considerato da costoro parassita, incapace di
fare. La cerchia attorno a Berlusconi è piena di uomini che agiscono al riparo
della politica e della legge: imprenditori o avvocati (soprattutto avvocati del
Capo). Lo stesso Stato è sospettato, se non li serve: tanto che la sede del
governo non è più Palazzo Chigi ma il domicilio del Capo a Palazzo Grazioli.
Bobbio dà a questo fantasmatico potere il nome di partito personale di massa, e
nel ’94 chiede al suo leader precisazioni: se il suo non è un partito cos’è,
esattamente? Come s’è finanziato? Cosa farà per dare al proprio potere
visibilità: dunque forme, regole rispettose del codice penale e di procedure
elettorali che non avvantaggino i più forti o ricchi? Si vede in questi giorni
come i riti, le sequenze formali, le procedure, siano sviliti e lisi.
Il disastro delle liste presentate tardi o malamente nel Lazio e in Lombardia
conferma difetti congeniti, non sanati dal partito creato con Alleanza
nazionale. All’origine: una politica al tempo stesso autoritaria e informe al
punto di smottare di continuo come la terra semovente di Maierato in Calabria.
Diciotto anni sono passati da Mani Pulite e i club di Mediaset hanno per questa
via privatizzato la politica, screditandola agli occhi degli italiani e
convincendo anch’essi che il privato è tutto, il pubblico niente. Si ascolti
Verdini, sull’Espresso del 23-5-08. All’obiezione sul conflitto d’interessi
replica, ardimentoso: «Il conflitto d’interessi non interessa più a nessuno.
Neanche a chi non ha votato il Cavaliere. Diamo cento euro in più nella busta
paga, detassiamo gli straordinari, favoriamo i premi aziendali senza tassazione
e poi vediamo. Alla fine, la gente fa i conti con la propria famiglia».
La famiglia, l’affare, il favore chiesto per figli, mogli, cognati: son tutte
cose che vengono prima, e se farsi strada affatica ci si serve della politica
come di una scatola d’utensili cui si attinge per proteggersi dalla legge e
aggirarla. Dell’Utri lo ammette: «A me della politica non frega niente, io mi
sono candidato per non finire in galera» (intervista a Beatrice Borromeo, Il
Fatto 10-2. La dichiarazione non è stata smentita né ha fatto rumore).
Bobbio disse ancora che il berlusconismo è «una sorta di autobiografia della
nazione». Autobiografia non solo collettiva ma di ciascuno di noi: cittadini
evasori, onesti, non per ultimo cittadini-giornalisti. Un giorno o l’altro
dovremo domandarci ad esempio, nelle redazioni, come mai inondiamo i lettori di
pagine di intercettazioni che nulla c’entrano con reati penalmente
perseguibili. Come mai riceviamo dai giudici 20.000 pagine di telefonate, solo
in parte cruciali. Se davvero si difende il diritto degli inquirenti a tutte le
intercettazioni utili, per render visibili crimini e poteri nascosti, vale la
meta mettere un muro fra le intercettazioni rilevanti e quelle concernenti il
privato come le scelte sessuali, a meno che le prestazioni non avvengano in
cambio di favori illeciti. Anche questo innalzare muri era pensiero dominante,
in Bobbio. Citando Michael Walzer ripeteva: «Il liberalismo è un universo di
“mura”, ciascuna delle quali crea una nuova libertà». Il lettore non capisce
più nulla, alle prese con faldoni di intercettazioni, e rischia una nausea
senza più indignazione.
Il disprezzo delle forme e delle leggi caratterizza ieri come oggi il berlusconismo
(con l’eccezione di Fini, da qualche tempo) e sempre ha generato regimi
carismatici autoritari. Fu l’estrema destra francese, negli Anni 30, ad
anteporre il «Paese reale» (o sostanziale) al «Paese legale».
Anch’essa formò Leghe, non partiti. Il partito è una parte, non rappresenta
un’interezza, per natura si dà un limite. Nella stessa trappola dell’informe
cade oggi il governo, e il vecchio istinto del non-partito fa ritorno. Con
disinvoltura ineguagliata Schifani, di fronte all’intrico delle liste, si
augura «che venga garantito il diritto di voto a tutti e che la sostanza
prevalga sulla forma». Augurio comprensibile il primo, pernicioso il secondo.
Il rigetto delle forme va di pari passo con il rifiuto della legalità, con il
primato dato ai diritti privati o corporativi sugli obblighi comuni, con la
separazione dei poteri. Si combina alla sfrontatezza con cui l’homo ridens di
Kazan, sicuro com’è del proprio talento, si sente legibus solutus, sciolto dai
vincoli delle leggi. Talmente sciolto che Berlusconi non esita a dichiarare,
nel novembre 1994: «Chi è scelto dalla gente è come unto dal Signore». La Chiesa non ebbe mai
alcunché da dire. Anche questa domanda, che Bobbio pose al Vaticano, resta
senza risposta.
Tanta sicurezza può dare alla testa. Se ce ne fosse un po’ di meno, se non
continuasse la pratica dei «gruppi semiclandestini», si potrebbe chiedere
semplicemente scusa agli italiani e alle istituzioni, per la cialtrona gestione
delle liste. Aiuterebbe. Ma forse, come scrive Gian Enrico Rusconi sulla
Stampa, sognare non ci è dato.
http://www.lastampa.it
7/3/2010

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