Il governo delle lobby
Col decreto sviluppo, il governo ha deciso che, non solo non ci saranno riforme, ma che addirittura si faranno passi indietro sul piano delle liberalizzazioni.
I nostri governanti sono stati spesso accusati di mancanza di lungimiranza, ma
stavolta bisogna davvero ricredersi.
Il decreto sullo sviluppo varato la scorsa settimana dal Consiglio dei ministri
guarda lontano, molto lontano. Stabilisce, infatti, a chi saranno affidate le
concessioni demaniali sulle nostre spiagge fra ben 90 anni. Non ci sarà nessuna
gara in cui le concessioni vengano offerte al miglior offerente, ma una
semplice proroga delle concessioni in essere. Le tariffe verranno negoziate
solo dopo che la proroga è stata concessa, quando dunque i gestori hanno tutto
il potere contrattuale dalla loro. Il tutto, come il Quirinale avrebbe già
fatto notare, avviene in palese violazione delle norme comunitarie sulla
concorrenza.
La famosa direttiva Bolkenstein, quella che sin qui aveva evocato altri generi
acquatici (molti si ricorderanno della paventata invasione degli idraulici
polacchi dopo l'implementazione della direttiva), prevede infatti che le
concessioni abbiano durate molto più brevi (tra i 5 e 10 anni) e vengano
rinnovate con vere e proprie gare. I beneficiari delle norme approvate dal
Consiglio dei ministri sono circa 24.000 operatori, tra stabilimenti balneari,
alberghi e campeggi, che si tramandano questo patrimonio di generazione in
generazione.
Per una volta si è voluto pensare ai figli, anche a quelli che devono ancora
nascere, ma solo ai loro. Se lo vorranno, potranno avere un futuro balneare con
rendite molto elevate: un metro quadro di spiaggia viene sub-affittato a prezzi
anche 50 volte superiori a quelli pagati per la concessione. Se avranno altri
piani, potranno rivendere la concessione, un capitale che li metterà per sempre
al riparo dal precariato di figli meno fortunati. Nella legislatura del
federalismo, gli enti locali si vedono costretti a rinunciare a entrate
cospicue, trasferendo patrimoni e redditi a operatori che molto spesso
(pensiamo ai litorali sardi) vivono a centinaia di chilometri di distanza. I
residenti dovranno, invece, pagare tasse più alte per avere spiagge
presumibilmente tenute peggio e servizi di ristoro (sono loro, anziché i
turisti, i principali consumatori) molto più cari.
Ci si chiederà cosa tutto ciò abbia a che vedere con lo sviluppo del Paese che
il decreto vorrebbe favorire. Ma, a ben guardare, la norma sulle spiagge è
tutt'altro che un'eccezione nel dispositivo. Non c'è nessuna traccia del
preannunciato pacchetto liberalizzazioni per benzina, farmaci e assicurazioni.
E, leggendo con cura tra le righe (grazie al lavoro certosino di Angelo
Baglioni, Luigi Oliveri e Stefano Landi su www. lavoce. info), ci si accorge
che sono davvero tante le norme che proteggono chi oggi occupa posizioni di
rendita.
In nome della semplificazione, si rinuncia ad esempio alle gare per le opere
fino a un milione di euro (raddoppiando il valore degli appalti per i quali si
possa procedere a trattativa). Questo significa meno concorrenza e meno
trasparenza al tempo stesso. La vera semplificazione richiederebbe interventi
su vincoli operativi e burocratici presenti nel codice dei contratti, a partire
dai tempi della programmazione e a quelli per la stipula dei contratti, ben più
lunghi di quelli richiesti per lo svolgimento delle gare. Invece si opta per
ridurre la concorrenza e la trasparenza favorendo pratiche collusive ai danni
della collettività.
Un altro esempio liquido è quello delle norme sui mutui. Sembrano andare
incontro alle famiglie povere che hanno contratto mutui a tasso variabile,
permettendo loro di ridurre le spese per interessi ora che i tassi stanno
salendo e che molte di loro si trovano in condizioni finanziarie difficili. Ma,
a guardar bene, ci si accorge che si tratta solo di un'assicurazione contro il
rischio di un ulteriore aumento dei tassi, che potrebbe rivelarsi anche molto
costosa per le famiglie (nel passaggio da variabile a fisso le rate dovrebbero
aumentare mediamente del 20 per cento).
Infatti, la rinegoziazione dei mutui non congela affatto i tassi ai livelli
attuali, ma al livello stabilito sulla base "delle aspettative del mercato
sulla dinamica futura dei tassi". Solo se i tassi dovessero salire di più
di quanto già oggi si prevede potranno esserci vantaggi per le famiglie in un
futuro che potrebbe comunque essere lontano. Oltre alla presa in giro, c'è
anche la beffa. Fissando un livello a cui rinegoziare i mutui, la legge
facilita la costruzione di un cartello di banche, che potranno così allinearsi
ai prezzi stabiliti dal decreto.
Insomma, col decreto sviluppo, il governo ha deciso che, non solo non ci
saranno riforme (lo sapevamo già dal silenzio-assenso a riguardo del cosiddetto
Piano nazionale delle riforme), ma che addirittura si faranno passi indietro
sul piano delle liberalizzazioni. C'è poco da stupirsi. Un governo
fragile, diviso e distratto è ostaggio delle lobby, dall'Abi, all'Ance,
all'Assobalneari. Sapevano bene, loro che di litorali se ne intendono, che per
il governo questo decreto era l'ultima spiaggia. Pur di avere il loro accordo,
era disposto a tutto, anche a farsi dettare il testo di legge.
Repubblica, 12 maggio 2011

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