Il fascino quotidiano del bene
Il monachesimo, nelle sue espressioni più genuine, è sempre stato una scelta di controcultura, di volontaria e libera marginalità.
Lo straordinario successo che sta avendo il film di Xavier
Beauvois sui monaci di Tibhirine merita forse qualche considerazione che scavi
un po’ in profondità sulle ragioni di un’accoglienza così favorevole. Come mai
la critica è rimasta subito colpita e ora gli spettatori - artefici di un
passaparola che dilata gli echi positivi che si rincorrono ovunque, a partire
dalla laicissima Francia, avamposto delle proiezioni per il grande pubblico -
paiono commossi e affascinati?
Penso che un elemento tutt’altro che secondario sia stata la capacità del
regista di mostrare che una vocazione rara e particolare come quella monastica
- vissuta da una esigua porzione dei credenti che professano una fede a sua
volta non più maggioritaria - sia in realtà una scelta umanissima, fatta di
gesti quotidiani, di limiti e di paure, di ritmi e vicende addirittura quasi
banali, di non apparizione, di quotidianità ripetitiva.
E sia una scelta operata da persone normalissime, magari profondamente diverse
tra loro per cultura, formazione, sensibilità, ceto sociale: persone nelle
quali ciascuno si può riconoscere, a prescindere dalla condivisione della
medesima fede.
Il monachesimo, nelle sue espressioni più genuine, è sempre stato una scelta di
controcultura, di volontaria e libera marginalità: non nel senso di un’opzione
elitaria, di un consesso esclusivo di puri e duri, ma nel suo voler cercare il
senso di ciò che si vive, nell’anelare a tradurre in scelte quotidiane nella
loro ordinarietà le convinzioni più profonde che lo animano, nel non lasciarsi
condizionare dai comportamenti della maggioranza quando questi si discostassero
dalle esigenze evangeliche. Un fenomeno marginale, dunque, sovente periferico
persino rispetto alla chiesa stessa - non si dimentichi la sua natura
fondamentalmente non clericale - ma non autoescludentesi: un modo «altro» per
essere al cuore dell’umanità, là dove pulsano le energie vitali di ogni
convivenza.
Oggi, in una società in cui dimensioni come il silenzio, l’interiorità, la
discrezione, la condivisione, l’obbedienza a istanze etiche, la ricerca della
pace e della solidarietà paiono ignorate se non addirittura irrise, la semplice
vita quotidiana di un pugno di uomini può destare nei cuori di chi li incontra
- anche solo attraverso lo strumento della finzione cinematografica - una
spontanea «simpatia», può richiamare alla memoria desideri sopiti, aneliti a
una vita più umana e pacata. Nel devastante dominio dell’apparire, della
ricerca ossessiva dell’interesse personale a scapito degli altri e della
collettività, della soddisfazione degli impulsi più incontrollati può suonare
come una salutare boccata d’aria fresca la semplice testimonianza di chi
liberamente decide di tener conto degli altri nel proprio comportamento, di chi
accetta di condividere i doni - materiali come intellettuali e spirituali - che
possiede, di chi affronta la sofferenza, il dolore e la morte come parti
integranti di una vita che vale la pena di essere vissuta.
Sovente nasce così una paradossale «simpatia» verso chi si comporta in modo
tanto diverso da noi: il suo semplice restare lì, fedele nel poco, fa sorgere
una nostalgia profonda per i piccoli gesti quotidiani, il ricordo di come a
volte basta uno sguardo, un tocco delicato, una parola sommessa, un pasto
preparato con cura per farci riscoprire la grandezza delle nostre vite, l’umile
bellezza di vivere non solo gli uni accanto agli altri, ma gli uni con gli
altri, solidali nel condividere la comune umanità. Non abbiamo forse bisogno -
oggi come sempre, e forse più che mai - di riscoprire l’antico senso della
fedeltà alla parola data, dell’onorare gli impegni assunti, dell’alimentare
incessantemente di senso i gesti più banali che compiamo ogni giorno per
sottrarli all’asfissiante monotonia della routine?
Apparentemente saldezza e perseveranza non godono oggi di molto credito eppure,
se ci interroghiamo in sincerità, cos’altro ci attendiamo dalle persone che ci
stanno accanto? Cos’altro desideriamo se non che le persone amate restino
fedeli a se stesse e a noi nel mutare di eventi e stagioni? Forse ci manca la
consapevolezza che affinché questo sia possibile è necessaria una dinamica
molto più profonda della volubilità cui siamo abituati, dell’affannoso
rincorrere nuove prospettive, dell’infantile inseguire l’ultima emozione di un
momento: la fedeltà infatti esige una capacità di mutare atteggiamento, di
adattarsi alle situazioni che cambiano, di adeguarsi all’altro che accanto a me
cresce, cambia, lavora, riposa, soffre, si rallegra, invecchia, muore, in una
parola: vive.
Credo sia proprio questo uno dei messaggi più eloquenti di «Uomini di Dio», un
messaggio non riservato ai monaci né ai cristiani o ai credenti: aver saputo
mostrare la quotidianità del bene, le normali umanissime potenzialità che
ciascuno di noi porta in sé, la capacità di amare e di essere amati senza
calcoli, la possibilità di vivere con dignità anche nell’angoscia e nella paura,
il faticoso discernimento su come affrontare situazioni drammatiche, cercando
non come venirne fuori a tutti i costi, ma piuttosto come poterle attraversare
tutti insieme
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24/10/2010

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