Il diritto negato
Una ragione in più per non intervenire se non a protezione e sostegno della libertà e dignità dei soggetti coinvolti in quell´area incerta che sta tra la vita e la morte
La decisione della signora di Treviso, malata di sclerosi
multipla, di rivolgersi ad un giudice per nominare suo marito
"amministratore di sostegno", ovvero persona incaricata di far valere
le sue volontà circa il rifiuto di trasfusioni di sangue e alimentazione
forzata allorché lei non potrà più farlo direttamente, evidenzia non solo la
drammaticità, ma la intima contraddizione delle norme sul testamento biologico
di recente approvate dal senato e in attesa di approvazione alla Camera.
Una contraddizione che inconsapevolmente hanno esplicitato anche il ministro
Sacconi e la sottosegretaria Roccella nel loro tentativo di sminuire la portata
della pronuncia positiva del tribunale di Treviso. Affermano, infatti, il
ministro e la sottosegretaria che una persona in grado di intendere e volere, e
aggiungo io, di agire di conseguenza, può liberamente rifiutare non solo ogni
cura, ma anche di nutrirsi. Può andarsene dall´ospedale, staccarsi dalle
macchine, rifiutare medicine e interventi chirurgici, smettere di mangiare e
bere. Tra l´altro, il lento lasciarsi morire di fame è un mezzo più o meno
consapevolmente scelto da molti grandi anziani stanchi di vivere, ma che
"non riescono a morire", per usare le loro parole.
Questo diritto a rifiutare sia le cure che l´alimentazione si basa sul
principio dell´habeas corpus, il primo e più antico diritto civile, sancito
anche dagli articoli 2 (diritti inviolabili dell´uomo) e 13 (libertà personale
è inviolabile) della Costitituzione italiana. Questo diritto tuttavia, secondo
ministro e sottosegretaria e secondo tutti coloro che hanno votato a favore
della legge passata al Senato, cessa una volta che quella stessa persona ha
perso vuoi la capacità di intendere o volere, vuoi quella di esprimere la
propria volontà, ancora lucidamente presente alla coscienza, ma non più agibile
direttamente. Il primo è stato il caso di Eluana Englaro, il secondo di
Piergiorgio Welby. Welby è stato fino all´ultimo perfettamente in grado di
volere ed anche di comunicare la propria volontà, ma dipendente da altri per
farla valere, dato che non poteva staccarsi da sé dalla macchina che lo teneva
in vita contro ogni suo volere e a prezzo di grandi sofferenze fisiche e
psicologiche.
Questa negazione dell´habeas corpus e del diritto a far valere la propria volontà
proprio nei confronti di coloro che una malattia o un incidente hanno già
profondamente maltrattati nella loro integrità personale e nella loro capacità
di autonomia, mi sembra una grave, insultante, indegnità. Ciò che queste
persone hanno detto e dichiarato perde valore una volta che non siano più in
grado di realizzarlo da soli. In nome della inviolabilità della vita umana
diventano delle non persone. E le stesse persone che sarebbero, sono, chiamate
a pronunciarsi sulla opportunità di un intervento, di una cura, perdono
autorevolezza e riconoscimento se, in nome della volontà espressa dal malato,
chiedono che cessi ogni intervento.
Proprio per rafforzare l´autorevolezza del marito sul piano giuridico la
signora ha chiesto e ottenuto che questi venga nominato amministratore di
sostegno, anche se l´accanimento impietoso dei nostri legislatori potrebbe
rendere inutile anche questo, sollecitando altri ricorsi al giudice, su su fino
alla Corte Costituzionale. Ci si lamenta tanto dell´eccesso di giuridificazione
dei rapporti tra persone e dello strapotere dei giudici; ma sono le leggi che
non riconoscono la pienezza del diritto dei cittadini a dire su di sé, anche a
futura memoria, a stabilire non tanto come vogliono morire, ma come non
vogliono essere tenuti in vita, a costringere a rivolgersi al giudice per
proteggere sé e i propri cari da uno stato invasivo e irrispettoso della
dignità dei cittadini. Possono anche provocare ansie e paure aggiuntive e
persino sollecitare decisioni contrarie alle intenzioni delle norme e degli
stessi interessi delle persone.
Se si teme, infatti, che una terapia metta in moto processi da cui non si può
tornare, legalmente, indietro, finché se ne ha il potere si può decidere di non
iniziarla/non farla iniziare neppure, anche se potrebbe rivelarsi positiva. Una
ragione in più per non intervenire se non a protezione e sostegno della libertà
e dignità dei soggetti coinvolti in quell´area incerta che sta tra la vita e la
morte, tra la speranza che le cose migliorino e la consapevolezza di ciò che è
soggettivamente sostenibile e accettabile. ![]()
| 05 Agosto 2011

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