Il destino segreto delle sorelle di Freud dimenticate a Vienna
La storia rimossa di Adolfine Freud che ripercorre la sua vicenda dal lager
Rosa, Marie, Adolfine e Pauline furono le sorelle immolate al nazismo da
Sigmund Freud. Le condannò per ignavia, trascuratezza, egoismo o per chissà
quali segreti rancori familiari. Soltanto Anna, la maggiore, evitò i lager,
emigrando in America nel 1889. Le altre quattro perirono in modo tragico e
umiliante, in campo di concentramento, tra il 1942 e il 1943, mentre il loro
celebre fratello si era spento nella quiete della sua bella casa inglese nel
1939, un mese dopo l´inizio della guerra. Semplicemente Sigmund aveva deciso di
abbandonarle alla sventura. Già molto infragilito dal cancro, lo scienziato,
dopo l´Anschluss, aveva ceduto alle pressioni della sua cerchia di devoti, che
lo spingevano a lasciare l´Austria. In principio aveva fatto resistenza,
sentendosi troppo debole e anziano per andarsene da Vienna; poi convenne che
era la cosa giusta. Per un personaggio tanto noto internazionalmente, non fu
difficile trovare, in un paese come l´Inghilterra, la disposizione ad
accoglierlo, e affinché i nazisti gli consentissero di partire vennero
sollecitate molte prestigiose intercessioni, tra cui quella di Roosevelt. Ci fu
tra l´altro il benevolo intervento di Mussolini, grande ammiratore di Freud.
Quest´ultimo riuscì a salvaguardare la fetta più sostanziosa del suo
patrimonio, incluse le amate collezioni di antiche statuette, che approdarono
intatte a Londra, e si permise l´acquisto di Maresfeld Garden, l´abitazione
oggi divenuta un museo, che in suo onore guadagnò un accessorio prezioso come
l´ascensore. L´aspetto incredibile di questa storia è che, lasciando Vienna,
Freud aveva avuto la possibilità di portare con sé i propri cari, e nell´elenco
che stilò per l´occasione figuravano la moglie, i figli, la cognata, le due
assistenti, il medico personale con famiglia al seguito e persino il cane. Ma
non le quattro povere sorelle.
Pur nel continuo proliferare di omaggi ad un eroe che non passa mai di moda
(l´ultimo è il film, fastidiosamente iconografico, A Dangerous Method, di David
Cronenberg, dedicato al suo incontro-scontro con Jung), è mancata sempre
un´indagine seria riguardo alle cause di quest´inspiegabile episodio, sul quale
le biografie tendono a sorvolare. Il principale agiografo del fondatore della
psicoanalisi, Ernest Jones, scrisse, a proposito dell´orrenda fine delle
quattro donne: «Freud, per fortuna, non avrebbe mai saputo nulla di ciò che
sarebbe accaduto loro». D´altra parte Sigmund, commentava con ipocrisia lo
stesso Jones, «non aveva alcun motivo di preoccuparsi delle sorelle, visto che
all´epoca del suo trasferimento a Londra la persecuzione degli ebrei era appena
cominciata».
Il giovane scrittore macedone Goce Smilevski (è nato nel 1975) si è ispirato a
questa strana e rimossa vicenda per un romanzo di evidente asprezza, votato
all´esplorazione della sorte di Adolfine. È alla sua voce che si affida
l´intero racconto, plasmato come una finta autobiografia, e oscillante tra
verità documentate e liberissime invenzioni. Pubblicato nel 2007, La sorella di
Freud è stato subito un successo, e nel 2010 un suo estratto è apparso
nell´antologia "Best European Fiction 2010", con un´introduzione di
Zadie Smith. L´hanno comprato vari paesi, tra cui Inghilterra, Francia, Spagna
e Stati Uniti, e ora sta per uscire in Italia per Guanda.
Nel lager di Terezin, dov´è rinchiusa in un assoluto stato d´infelicità e
rimpianti, e dove si prepara con stoicismo alla morte (che sopraggiunge,
nell´ultimo capitolo, come un tuffo finalmente lieve nell´oblio), Adolfine
ripercorre la sua vita. Scorrono gli anni dell´infanzia, le tensioni
all´interno della famiglia e lo speciale rapporto instaurato con Sigmund, poi
sfociato in un allontanamento nell´adolescenza, quando tra loro si frappose un
"qualcosa" che aveva molto a che vedere con la differenza di genere
sessuale. C´è l´amore disperato di Adolfine per Rajner, un ragazzo malinconico
fino al torpore e con tendenze autodistruttive, e l´ansia martellante di una
maternità mai realizzata. C´è la lunga amicizia con Klara Klimt, sorella del
pittore Gustav, protesa in modo agguerritissimo e totalizzante, fino al
martirio o al fanatismo, verso l´obiettivo di un mondo diverso per le donne,
più paritario e giusto. C´è soprattutto il legame di Adolfine con sua madre,
presenza angosciosa e punitiva al massimo, vera fonte del dolore esistenziale
della figlia, perché in ogni vita ci sono ferite che scompaiono e altre che
restano, ed è questo, forse, il tema-cardine del libro: l´idea di un danno
primario, da considerare come il più autentico. Gli altri, andando avanti, ci
colpiscono per suo tramite, e ogni seguente sofferenza trova la sua forza fin
tanto che gli si avvicina. Il dolore di Adolfine aveva un nome, quello della
madre, siglato nella sua memoria più profonda, e intimamente connesso ai
tormenti successivi, come sgorgati da un´unica radice.
La sorella di Freud non è un romanzo "d´ambiente". Sprazzi della
Vienna di quel periodo affiorano nelle dissertazioni sulla sessualità,
sull´ebraismo e sul nascente femminismo, così come negli accenni all´opera
freudiana. Ma Freud e Vienna sono soltanto un´occasione per un viaggio lungo il
male oscuro di una donna schiacciata da un destino di passività. Ce lo
restituisce una scrittura ruvida, insidiosa, ossessiva. E sempre
consapevolmente disattenta alle ripetizioni. Un po´ come nello stile di autori
quali Saramago, che sembrano voler abbattere i più gentili criteri della forma
per dimostrare che è importante la sostanza.
Repubblica 9.10.11

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